Archivio mensile:Luglio 2025

Giorgio Stella. Una poesia

Pamerika – il gusto della betoniera di porcellana & dopo il travaglio di cera. Una medaglia sullo scudo dell’anfora coccarda nuda dell’elmo a sonagli nel grembo post-materno/eterno. Il grasso del fiume è l’onda della boa la betoniera a venti metri da qui l’inferno orfano di paradiso (***) – l’acne nel cervello / sputa sulla passerella // il cuore della punta di una stella. V e l o c e…. Velocemente. ——————————-+

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

«Chi è il mio vicino?»

 

[Amélie Bigard]

«In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”.» [Lc 10, 25-37] Continua a leggere→

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Addio a Francesco Marotta. La sua poesia è stata una tempesta silenziosa.

 

Ci ha lasciato Francesco Marotta. Era nato settantuno anni fa a Nocera Inferiore ma ha vissuto in provincia di Milano dove ha insegnato storia e filosofia. E’ stato un poeta e un traduttore raffinato. Ha animato uno dei primi e più autorevoli blog letterari, La dimora del tempo sospeso. La sua ultima opera è Polvere, pubblicata da Anterem un anno fa. Personalmente l’ho conosciuto grazie al suo blog. Anzi, devo dire che è stato il primo che ho frequentato. L’ultima volta che ci siamo sentiti, qualche anno fa, si lamentava dello stato attuale della poesia, anzi, meglio, del mondo della poesia: rumoroso e conformista. Giustificava così il suo isolamento. Eppure, egli, con il suo blog, ha dato spazio alle voci più autentiche e promosso presenza e dialogo poetico e culturale. E’ rimasto comunque fino all’ultimo fedele alla sua vocazione, secondo cui, con le parole del suo poeta più amato René Char, la poesia se non si fa “tempesta” diventa puro calligrafismo, un “ricamo sulla pelle del nulla”. Lo associo ad un’altra figura che ci ha lasciato troppo presto, Gianmario Lucini, poeta ed editore, accomunati dalla stessa figura ieratica.

La poesia più potente è quella silenziosa.

(Pasquale Vitagliano)

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Intervista a Nicoletta Carlan. Staccarsi dalla roccia

di Massimiliano Bardotti

  1. Come e da dove nasce l’idea di questo libro? E potresti dirci qualcosa sul titolo? 

L’idea di questo libro nasce come nasce la poesia, in un momento e in molti momenti in una notte e in molte notti. Si allineano una dopo l’altra le parole e nasce un verso, poi una poesia e poi un libro. Nasce da esperienze vissute nel cammino tra i paesaggi, nei viaggi tra i paesi, nel soggiorno tra le nuvole e nella meditazione sul mistero. Nasce, come nasce ogni cosa, dalle relazioni tra le cose, le persone, e il non visibile dove il cuore, fa da ponte tra le alluvioni della vita e il profumo delle rose, delle violette e i colori della primavera. Continua a leggere→

PROPOSTA

di Antonio Sparzani

Provo ormai giornalmente oltre a grande dolore, grande vergogna per l’umanità o, per meglio dire, per quella parte dell’umanità, di solito i governanti, che impunemente e senza neppure nascondersi un po’, fanno le cose peggiori che riuscirei a immaginare, anche con molta fantasia; stamani un’altra strage di bambini, oltre che di adulti, a Gaza, soprattutto fra quelli che son lì per chiedere qualche cibo per sopravvivere.

Orbene io propongo seriamente una CROCIATA, certo atipica.

La crociata sarebbe così, che il nostro Papa Leone XIV si attivi, spenda soldi della Santa Sede, organizzi una spedizione a Gaza. S’intende senza camminare fin là, però andando in un posto vicino con dei mezzi di trasporto e, da lì, lui, con tutta una folla di cardinali, gente di chiesa e non di chiesa ma decisa, si mettano a camminare Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo 5

Il Ricordo 5   Un pendolo a due facce

 

   È tortuoso, imprevedibile, il cammino che conduce al ricordo o che dal ricordo parte; l’essenza di questo umanissimo fenomeno, la capacità di rivivere, sia pure inevitabilmente distorti, gli accadimenti esteriori e interiori che ci hanno reso ciò che siamo, è tutta lì, nel percorso che conduce a noi o che da noi ritorna a loro: è questa “la più ripida tra tutte le strade”. Ed è la strada che sceglie di calpestare Kikì Dimulà, consacrata poetessa greca, la cui sensibilità novecentesca si riversa con ondivaga consapevolezza, con accorta grazia, nel Duemila.  Continua a leggere→

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 39

Può la grammatica commuovere?

«Far viaggio insieme attraverso plaghe mutevoli e stesse».
Perché questa frase di Pizzuto (Giunte e virgole, XXVII) continua a commuovermi? L’ho capito dopo quarant’anni di studi pizzutiani.
Non mi commuove lo splendido «far viaggio» in luogo di viaggiare; non «plaghe», vocabolo poetico de iure; non il ritmo mosso, accidentato, eppure avvolgente.
Mi commuove l’impiego di «stesse» (non già, badate, “le stesse”, come vorrebbe la norma) nel senso di ‘uguali’, ‘identiche’: la parola più povera e abusata se mai altre, collocata al termine di una proposizione aulica culta lavoratissima in una funzione talmente inedita da parer nuova di zecca.
Un insulto alla grammatica che si traduce in poesia.

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Monica Messa

Confideremo nel miracolo seguente,
nella prossima luna nuova,
nel fondo del tè successivo,
girato tre volte
e versato nel piattino.

Bruceremo altri incensi,
leggeremo le carte del mazzo nuovo,
interrogheremo un oracolo dimenticato,
accenderemo ceri pluriennali,
cambieremo le parole nelle preghiere.

Studieremo nuovi incantesimi,
ripeteremo tutti i battesimi,
metteremo peonie nelle acquasantiere,
inaspriremo le penitenze,
elettrificheremo gli inginocchiatoi.

Ma, cascasse il cielo,
non perderemo la speranza!

POESIA E POLITICA.13. BIAGIO CEPOLLARO

 

Meditationes, 1996 

 

                                                Meditationes n°1

 

nella terza rivoluzione industriale si fa ciò che non si pensa e anche si è pensati da ciò che non si è fatto. non l’antico sulfureo inferno né

 

il fiorito giardino di delizie assoggettando ti fa soggetto ma lo stallo nel vuoto assoluto d’esperienza. l’evidenza ora si fa sospetta allusione

contronatura

 

                                              Meditationes n.°2

 

 è che noi non siamo neanche noi e dispersi di noi fu fatta foresta

e ognuno di noi col sé di plastica arreda l’urbana transizione ficca al suo posto

ciò che un altro

 
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La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 8

L’umano di fronte al fallimento radicale

Quando tutto crolla e i nostri piani vanno in fumo, cosa rimane di noi? Come si vive quando il futuro non promette più niente e ci si ritrova bloccati in un loop senza uscita?
Parlo di quel tipo di fallimento che non si può aggiustare. Non è un errore che puoi correggere riprovando. È quando si spezza per sempre il legame tra quello che vuoi e quello che ottieni. È uno strappo che non si ricuce.
Camus parlava dell’assurdo: quella frattura tra il nostro bisogno di senso e l’indifferenza del mondo. Nel fallimento totale, questa frattura la senti sulla pelle. Continui a fare progetti perché è nella natura umana, ma sai che non porteranno da nessuna parte.
Si passa dalla disperazione più nera a una strana leggerezza. Quando non hai più niente da perdere, può nascere qualcosa di inaspettato. Come se, perdendo tutto quello che volevi essere, emergesse qualcosa di più essenziale – non un’anima o chissà cosa, ma una testarda capacità di andare avanti che non ha bisogno di risultati per giustificarsi.
Forse dovremmo smettere di misurare il valore delle persone in base a quanto producono o quanto hanno successo. La vera dignità sta nel continuare a vivere anche quando tutto è andato storto. Nel restare in piedi in quella terra di nessuno tra ciò che non è più e ciò che non è ancora.
In un mondo ossessionato dal successo, il fallimento totale può insegnarci qualcosa: ci mostra cosa resta quando cadono tutte le maschere. E forse è proprio lì, spogliati di tutto, che emerge qualcosa di più vero.

Lirico terapia. Clemente Rebora

Dall’imagine tesa

Dall’imagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono
e non aspetto nessuno: fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

1920

20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Il tema del Ethna, l’ultimo romanzo di Anna Bertini (Arkadia, 2025), è musicale. Anzi, è una canzone, Ethna’s Song. Intorno a questo tema, che ritorna puntualmente, come nel jazz, c’è l’imprevedibile assolo della vita di ciascuno di noi. La protagonista ritorna in un luogo, Castel Sonnino, dove aveva soggiornato in un periodo difficile della propria eistena. Si trova a dialogare con una sua doppia e a riscoprire la persona che era stata allora e che non è più. La musica tende il filo che le consente di non perdersi in questo viaggio a ritroso. “Ho cercato dentro di me un certo distacco, necessario per ripercorrere i giorni che hanno cambiato in modo radicale l’andamento della mia esistenza, e anche la mia indole”. Il jazz è il viatico per il suo rinnovamento.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Come un fiume, la pace»

[Is. 66, 10-14]

Shalom                                                                                                                     Salam

                                                                                                                                                                                                                          In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città“. I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. [Lc 10,1-9]

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Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 11. Vincenzo Ostuni

Vincenzo Ostuni, Faldone, ilSaggiatore, 2025

 

A marzo ultimo scorso ricevo il Faldone di Vincenzo Ostuni per una eventuale nota al libro e all’inizio di giugno mi viene chiesto per e-mail:

<<Buonasera Maurizio, novità circa Faldone di Ostuni? Ha avuto modo di leggerlo? Grazie mille e un cordiale saluto, C.>>

La mia risposta è stata la seguente: <<Buonasera, C. Per il momento ho solo dato una scorsa e dovrò ritornarci sopra con più calma più in là. È un bel faldone e non può essere liquidato con pochissimo tempo.

Per ora le dico che è opera che può essere inquadrata nel filone della neo-neo-neoavanguardia e che pertanto sarà apprezzata soprattutto da chi si rispecchia in una poetica siffatta. Risentiamoci tra qualche mese. Cari saluti M.>> Continua a leggere→

A un passo. 1

Tutto cominciò lungo la Riva degli Schiavoni, in un locale in cui parevano darsi appuntamento la creatività e la potenza narrativa di cui ancora disponeva. Quella sera realizzò che, volente o nolente, si sarebbe dedicato alla scrittura. Parlava con il prete, ma il suo sguardo cadeva su San Giorgio, il campanile che svettava su una massa compatta di edifici di cui non poteva distinguere i colori, fino all’angusto porticciolo in cui le barche rullavano l’una contro l’altra, mentre diverse imbarcazioni – gondole, vaporetti, motoscafi – attraversavano il braccio di laguna antistante. Era qui per un concorso accademico che pensava fosse per titoli, e invece era una prova scritta sul Boccaccio. Si era impegnato per principio, pur sapendo che l’esito era deciso da tempo. La sua vita era così: un fare secondo il mondo che in realtà serviva a un altro mondo, innestato nel primo in modi misteriosi. Gli tornava in mente il suo quadro preferito, in cui Gesù, nell’angolo estremo di una stanza, allungava il braccio destro puntando il dito verso una delle figure sistemate intorno a un tavolo. In molti pensavano che interpellasse l’uomo con la barba, il quale, piuttosto, indicava un giovane seduto in fondo, con l’abito dai colori vivaci, la faccia sui soldi, Matteo il pubblicano, colto nell’attimo prima che alzasse lo sguardo e e si accorgesse del Maestro che chiamava lui – sì, proprio lui, che nella vita non aveva fatto altro che estorcere denaro, odiato equamente da romani e ebrei, lui, rassegnato a vivere contando le monete, con puntiglio, con rabbia, come se l’operazione servisse a rimuovere un desiderio sconosciuto, la ricerca di qualcosa di cui non riusciva a indovinare il nome, una specie di felicità che ora – chissà come – sentiva stranamente vicina, incalzante, proprio lì, davanti a lui. A un passo.