di
Maria Frasson
(puntate precedenti: I, II, III, IV)
NOZZE: COME AVVENTURA
Era il 3 ottobre 1935
Attendevamo, numerosissimi, nella piazza principale di Cantù il discorso del Duce, diffuso dagli altoparlanti. Uno di quei discorsi, bellissimi, che mi erano sempre piaciuti. Nessuno parlava, né forse parlerà, come lui che ipnotizzava le folle.
Quel giorno proclamò la dichiarazione di guerra all’Abissinia.
Sentii di odiarlo.
Ed era la prima volta che provavo un sentimento di odio contro qualcuno. Improvvisamente: odio e delusione. Ero violenta nel mio sentire: tutto sommato comunque non ero ancora antifascista: anzi ero sempre entusiasta per le imprese eroiche e anche per il fascismo. Come eravamo giovani; come eravamo inesperti! Ma non avrei mai potuto credere che un dittatore potesse assumersi la responsabilità di gettare un popolo in una guerra, di far morire anche un solo uomo. E unicamente per soddisfare la propria ambizione. Non era un sanguinario: lo diventò perché lo volle: lui solo. Non ci fu un applauso, non una musica. Tutti se ne andarono, in silenzio. Erano gente seria.
Mario era a Vipiteno.
Aveva assolto agli obblighi del servizio militare, aveva il congedo firmato e stava per rientrare a Pavia, per laurearsi.















