Archivi categoria: Recensioni

“La spiaggia dei cani romantici”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Marino Magliani

La spiaggia dei cani romantici

Ed. Instar, 2011

Almeja è uno degli uomini-mito della Pampa da cui prende le mosse La spiaggia dei cani romantici (ed. Instar Libri), il miglior romanzo di Marino Magliani. Il titolo è ispirato a una raccolta poetica (Los perros románticos) del geniale scrittore cileno Roberto Bolaño, che fu, come Almeja e gli altri ‘animali notturni’ protagonisti del libro di Magliani, sospeso tra due continenti separati dalla “pozzanghera”, come l’autore ligure chiama l’Oceano Atlantico. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.64: Percorsi verso l’ignoto. Antonino Contiliano, “Ero(s)diade. La binaria dell’asiento”

Percorsi verso l’ignoto. Antonino Contiliano, Ero(s)diade. La binaria dell’asiento, con un’Introduzione di Sergio Pattavina, Firenze, Quaderni di Collettivo R / Atahualpa, 2010

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di Giuseppe Panella*


Erodiade, dapprima moglie del Tetrarca di Galilea Erode Filippo I e madre di una famosissima Salomè, poi compagna di Erode Antipa fratello del precedente marito dopo il divorzio da quello, non ha mai goduto di buona letteratura. La sua impresa principale – quella di richiedere al marito la testa di Yokanaan-Giovanni il Battista per il tramite della danza dei sette veli di sua figlia – l’ha consegnata alla storia come l’esempio di una tragica cortigiana reale. Un’intera letteratura di taglio decadente-espressionistica – dalle pagine originarie del terzo evangelista Marco a Oscar Wilde, da Giovanni Testori al Pier Paolo Pasolini del Vangelo secondo Matteo, da Carmelo Bene a Ken Russell fino a Carlos Saura in una lunga sequela di ritratti a metà che privilegiavano la figlia ai danni della madre – la mostrano come una donna angosciata, rosa dall’ambizione, dotata di un erotismo torrido e perverso che, però, non dura nel cuore degli uomini sui quali dovrebbe regnare.

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A dieci minuti da Urano – Carla De Angelis

di Germana Duca Ruggeri

Grandi i meriti etici, civili, letterari della scrittrice romana Carla De Angelis, ma ancora maggiori le connotazioni umane che le derivano dall’esperienza di madre, che tanta parte di vita, anche feriale, inserra ed espone. La sua unica figlia, Roberta, già incontrata fra i versi di “Salutami il mare” e nel libro “Diversità apparenti”, scritto in collaborazione con Stefano Martello, in questa nuova raccolta, sottotitolata <<poesie di tentata conquista>>, appare controluce. Come filigrana posta a risguardo delle circa ottanta liriche che la compongono, sotto gli influssi tempestosi e illuminanti di Urano: “folgori che squarciano il buio, aprono la mente, indicano nuove strade”, scrive Alessandro Ramberti sulla bandella. Un denso ininterrotto fluire di stati dell’animo nei moti del pensiero, e viceversa, mentre “il corpus dello scritto e l’animus che lo sottende” vanno alla tentata conquista di un cammino, scegliendo come bussola la responsabilità e il rispetto. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.67: Grazia Verasani, “Vuoto d’aria”

Musica per aeroporti. Grazia Verasani, Vuoto d’aria, Massa, Transeuropa Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella*

Che cos’è un vuoto d’aria durante una navigazione aerea? Lo spiega Alfredo Roilo alias Alfred Roy, ex-pornoattore un tempo di una certa fama ma ormai invecchiato e spento, alla giovane giornalista musicale Gioia Marani, appena reduce dalla fine di una sua relazione che si sarebbe voluto seria con un pianista jazz e in attesa della partenza di un volo verso Palermo che, però, come al solito, ritarda. E’ la situazione di partenza della breve pièce teatrale di Grazia Verasani, autrice di testi di canzoni, cantante lei stessa, scrittrice di romanzi (è suo il Quo vadis, baby? portato un po’ automaticamente sullo schermo da Gabriele Salvatores nel 2005) e di testi teatrali (il suo From Medea. Maternity Blues già edito da Sironi è allegato in versione filmata nell’edizione prodotta dal Teatro Stabile di Bologna per la regia di Riccardo Marchesini). Allora il “vuoto d’aria” è:

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Ricostruire il nostro essere contemporaneo

Ne è stato già scritto e detto talmente in abbondanza che risulta quasi impossibile non perdere l’interesse della platea al solo pronunciarne il titolo. Eppure Mad Men resta per molti versi lo specchio più lucido e affidabile in cui andare a riconoscere e ricostruire il nostro essere contemporaneo.
Se da più parti è stato sottolineato quanto il cinema, e nello specifico la grande macchina hollywoodiana, sia divenuto incapace di raccontare la realtà (se non nei termini ‘kracaueriani’ di rappresentazione dell’inconscio di una società intendo dire: abbondano infatti i film horror e catastrofici, i remake, i thriller psicologici, gli schemi narrativi impostati sulla membrana diafana tra reale e immaginario) le serie televisive sembrano aver messo da tempo in moto un’opera di lenta e paziente ricucitura culturale, al termine della quale, forse, potremmo di nuovo avere un’idea più chiara e positiva di quello che siamo, di quello che ogni giorno rischiamo di diventare, e di quello che fino adesso siamo stati capaci d’essere. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.23: Vivere per raccontarla e scrivere per viverla. Marilù Oliva, “Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo”

Vivere per raccontarla e scrivere per viverla. Marilù Oliva, Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo, prefazione di Omero Ciai, Bologna, CLUEB, 2010

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di Giuseppe Panella*


Gabriel García Márquez è ormai universalmente riconosciuto come un maestro della narrazione romanzesca e l’autore di romanzi importanti e molto letti costruiti con il metodo letterario del “realismo magico”. A questa prospettiva di poetica sono legati romanzi ormai considerati come opere-mondo quali Cent’anni di solitudine e l’ Autunno del patriarca.

Eppure fino alla consacrazione ufficiale come scrittore con la saga secolare dei Buendía, García Márquez era stato quello che lui stesso definiva “un giornalista felice e sconosciuto” (1).

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La parola e lo spessore

Dice bene Lucini parlando di durata, di opere che restano perché continuano a provocare una reazione non solo estetica, ma anche esistenziale. Cosa ti ho dato di buono / Non lo so: la grandezza della poesia è nell’incoscienza di un dono inestimabile, non quantificabile, capace di cambiare il corso della storia personale e universale. Sono così le poesie di Fortini, Betocchi, Pasolini; così le tue, tracce invisibili che scavano nel cuore, lasciando questioni in sospeso che perdurano in un loro lavorio sommerso: Vita non è solo quella che vedi, Ce n’è un’altra nascosta; uno spessore, appunto, attingibile solo da chi ha una vocazione da speleologo, umile e pronto a un eroismo non riconosciuto né rimunerato. Continua a leggere

“L’impoetico mafioso”. 105 poeti per la legalità. Recensione di Marco SCALABRINO

“Ci siamo abituati: tutti i giorni … morti ammazzati stesi sull’asfalto … ma questa indifferenza … è un sintomo del male”, Davide Puccini.

Muove Gianmario Lucini, nella prefazione a questo volume, dal confronto fra il ruolo della poesia nell’età classica e quello nell’attuale società. “La poesia epica parlava della pòlis, del suo popolo e della sua vita, dei suoi problemi, dei suoi dubbi, delle sue paure ataviche. Era una poesia capace di stare dentro la società storica e proporsi con un ruolo molto chiaro, quello di interprete della umanità più profonda, di metterla in scena anche nelle sue contraddizioni e nei suoi dolorosi paradossi. La poesia contemporanea invece, troppo spesso, è la noiosa e monocorde proposta di un Io poetico solipsistico, che non si cura dell’altro, ma solo di se stesso, non si sente responsabile del processo di comunicazione ma si mette gegenstand, di fronte, troppo spesso da un pulpito, dall’interno di un gioco le cui regole non sono chiare a nessuno. Non c’è da meravigliarsi se la gente non legge poesia.” Continua a leggere

Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”

Umberto Eco, Il cimitero di Praga (Bompiani – 2010)

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di Amedeo Buonanno

Il solo personaggio inventato di questa storia è il protagonista, Simone Simonini […] tutti gli altri personaggi […] sono realmente esistiti e hanno fatto e detto le cose che fanno e dicono in questo romanzo” (pag. 515). Questo scrive Umberto Eco alla fine del suo ultimo romanzo “Il cimitero di Praga” ed è per questo motivo che partiremo dalla Storia, quella vera, in cui si segue la nascita de “I protocolli dei Savi di Sion” con la successione dei testi che ne hanno ispirato la genesi e ne vedremo l’intreccio con la storia, quella di finzione, che Eco crea usando il protagonista Simonino Simonini.

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Recensione a “La seduzione rudimentale” di Emilia Dagmar

“La seduzione rudimentale” di Emilia Dagmar, SenzaPatria Editore, € 5.00

Qualcuno mi ha riferito che uno scrittore italiano che stimo molto disse che sarebbe stato un bene sodomizzare Melissa P. con “Lolita” di Nabokov. È una storia che gira da un po’, e non so se l’abbia detto o meno, ma se l’ha fatto sarà stata solo una boutade tra amici: è una persona da sentimenti solitamente eleganti. Non sono riuscita a finire “Lolita” (e neanche “100 colpi di spazzola”, per la verità), ma ho il sospetto che se questo scrittore avesse letto “La seduzione rudimentale” di Emilia Dagmar, al suo esordio letterario con Senza Patria Editore, forse gliel’avrebbe consigliato (magari senza una cura sodomita) Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.63: “Encore”. Giovanni Stefano Savino, “Versi col vento. Anni solari VI”

Encore. Giovanni Stefano Savino, Versi col vento. Anni solari VI, Firenze, Gazebo, 2010

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di Giuseppe Panella*


Ancora. Giovanni Stefano Savino rinnova la sua alleanza con la poesia:

«CCXXVI. Non macino ma vengo macinato / con ordinato e minuzioso moto / dal giorno, dalla nuvola, sul pino, / dalla foglia caduta, dopo un giro, / di danza, dalla pentola sul tavolo / e dalla tua caduta sul mattone, / da cui risorgi sempre più a fatica. / Passi in strada, ti aspetto, Buttafuori»

(p. 134).

E’ l’ultima poesia di questa sesta raccolta di Anni solari. Savino si confronta ancora una volta e con la consueta, salvifica ironia, con la Morte (qui emblematicamente detta il Buttafuori). Ma non si tratta dell’unico punto di riferimento che affascina il poeta. La Morte non è nulla se si confronta con la Vita, anche le sue umili ma più significative occorrenze. E’ la vita quotidiana, infatti, a ispirare questa nuova incursione di Savino nel mondo della scrittura poetica che ormai lo attira come un gorgo dal quale solo scrivendo ci si può sottrarre.

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Silvina Ocampo, Un’innocente crudeltà

di Michele Lupo

Nemmeno essere dentro e in prima fila nella «scuola di Buenos Aires» e dei «cuentistas», gli scrittori di racconti fantastici che di tanto prestigio hanno goduto in Europa, ha fatto crescere più di tanto l’apprezzamento di Silvina Ocampo fuori dalla cerchia ristretta di pochi cultori forse non meno eccentrici di lei. Né, ogni volta che se n’è scritto o parlato, si è riusciti a evitare il riferimento alle sue prestigiose e ingombranti parentele, dalla sorella Victoria al marito Adolfo Bioy Casares Continua a leggere

Prove generali di «Horcynus»

Il Licantropo

Valente darrighista (ricordiamo almeno Il folle volo. Lettura di Horcynus Orca, Roma, Ponte Sisto, 2005), Siriana Sgavicchia raduna in un’elegante plaquette a tiratura numerata (Stefano D’Arrigo, Il licantropo e altre prose inedite, Pistoia, Via del vento Edizioni, 2010) quattro prose mai edite in volume (due scene tratte da un’«operetta in un atto», un racconto in forma di lettera, una novella e un frammento diaristico finora sparsi in quotidiani e riviste) risalenti agli anni formativi dello scrittore siciliano (1942-1948), offrendo così un “ritratto dell’artista da giovane” che consente finalmente — parola della studiosa — «non solo di arricchire di spunti l’interpretazione dell’opera maggiore alla luce di nuovi reperti, ma anche di apprezzare, già a partire dalle primissime prove, in porzioni ridotte ma di gusto molto raffinato, il talento di uno scrittore che merita di far parte del canone del Novecento, non solo italiano, e che pur avendo ottenuto l’apprezzamento di illustri critici e di studiosi, anche stranieri (George Steiner è uno di questi), ha in alcuni casi prodotto resistenze e idiosincrasie». Continua a leggere

William Gaddis, “JR”

William Gaddis – JR

(Alet Edizioni, 2009)

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di Amedeo Buonanno

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“JR” è la prima opera di William Gaddis a ricevere il National Book Award nel 1976 ma sono stati necessari quasi 35 anni per vederne pubblicata in Italia la traduzione ad opera dell’ottimo Vincenzo Mantovani e della coraggiosa casa editrice Alet Edizioni.

Molti sono gli aspetti che potrebbero scoraggiarne la lettura: la dimensione notevole (quasi 1000 pagine), l’uso esclusivo del dialogo tra personaggi senza l’indicazione di chi sia di volta in volta a parlare, un gran numero di personaggi e storie che si intrecciano, insomma tutti ingredienti che potrebbero allontanare un lettore medio; ma questo lettore perderebbe la possibilità di leggere una grandissima opera letteraria, lucida, satirica, in molti punti anche esilarante. Una volta iniziato a leggere, seguendone il ritmo, non si potrà che godere del piacere della lettura. Come infatti osserva Thomas Moore [1], l’uso del dialogo aumenta la vitalità del racconto riducendo la differenza tra la durata di un episodio ed il tempo necessario per leggerlo. Se infatti lo stesso libro fosse stato scritto usando metodi “tradizionali” sarebbe stato necessario un numero di pagine ben maggiore e la scelta coraggiosa di eliminare completamente la voce narrante, ha il preciso obiettivo di aumentare l’immediatezza e la partecipazione del lettore.

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Luca Mastrantonio – Francesco Bonami – “Irrazionalpopolare” – Einaudi, Torino 2008. Massimiliano Panarari – “L’egemonia sottoculturale. L’ Italia da Gramsci al Gossip”- Einaudi, Torino 2010

di Alfio Squillaci

Ho letto questi due libri durante la mia vacanza di “Natale con crociera sul Nilo”, in una situazione da cinepanettone quindi, tipicamente  “irrazionalpopolare” secondo il neologismo di Mastrantonio/ Bonami. Non essendo né Des Esseintes né Vivant Denon *, né un esteta né un viaggiatore d’eccezione, era ovvio che la mia scelta di uomo-massa fosse condivisa con altri uomini-massa, tutti italiani. Ma se vuoi andare per geroglifici, piramidi e templi non hai altra scelta oggi: il risultato è stato di ritrovarmi felicemente intruppato in una campionatura di connazionali del nord Italia davvero variegata per composizione sociale e reddituale, con il commento live di una sposina veneta dietro me che annotava tutto ciò che le passava sotto gli occhi (dall’annichilente periferia del Cairo all’ultimo geroglifico) con una ciacola sciolta e impressionistica e tutta egoriferita a mondi culturali minimi, perlopiù televisivi, totalmente governata ossia dall’egemonia sottoculturale di cui discute Panarari nel secondo libro. In certi momenti – ricordo l’ultimo giorno a Luxor ed eravamo sulla tolda della nave ancorata all’attracco –, ho visto però la potenza della penetrazione  della subcultura italiana quando una canzone di Laura Pausini, proveniente dall’altoparlante della nave, si fuse, in un  raccapricciante mix culturale, con i  richiami cantilenanti dei muezzin provenienti dall’alto dei numerosi minareti; o allorché, durante l’escursione in un villaggio nubiano, siamo stati assaliti da una torma di mocciosi che ci adescava coi loro manufatti rigorosamente made in China cantando “Quel mazzolin di fiori” (terribile!) e anche al grido ossessivo di “Italia Uno!” – ma ho colto anche un mostruoso “ItaliaUnoCanaleCinqueReteQuattro!”–. E dunque, anche i bimbi niobi irretiti, è proprio  il caso di dirlo, dal palinsesto delle “quattro c”: calcio, cosce, canzoni e cazzate col quale si trastullano i connazionali dalla metà degli anni Settanta? E giunto laggiù attraverso chissà quali percorsi di trasmigrazioni culturali?… Non saprei: avvistate però antenne paraboliche dappertutto al Cairo… Continua a leggere

“Una rosa per Contiliano”. Introduzione di Giuseppe Panella a Antonino Contiliano, “Terminali e Muquenti. Paradossi”

Una rosa per Contiliano. Introduzione di Giuseppe Panella a Antonino Contiliano, Terminali e Muquenti. Paradossi (Prompress, 2005), pp.5-8

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di Giuseppe Panella

“Non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha
di se stesso, così come non si può giudicare una simile
epoca di sconvolgimenti dalla coscienza che ha di se stessa.”

(Marx, Prefazione a Per la critica dell’economia politica)

Questo nuovo volume di poesie di Nino Contiliano (un autore certo non negato né corrivo a questo tipo di esperienze e di sperimentazioni testuali) reca una dedica che merita di essere analizzata a dovere per capire il perché di questa sua nuova avventura nel mondo della scrittura. Il libro, dunque, è dedicato a Hannah Arendt e a Karl Marx. La Arendt cioè la grande studiosa delle origini del totalitarismo e della nascita del mondo moderno che ha lasciato ai suoi lettori quale legato politico finale della sua attività critica la convinzione che è pur sempre necessario che esista un infra, uno spazio vitale cioè, che costituisca sempre e comunque il rapporto necessario tra il mondo della politica e quello della dimensione della “vita della mente”.

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L’estraneità del familiare. A proposito di un romanzo di Monica Viola

MONICA VIOLA, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, Rizzoli, Milano 2008.

di

Andrea Sartori

È l’«ansia da sovraffollamento» di una famiglia composta da genitori, otto figli, una nonna – nella Roma a cavallo tra gli anni settanta e ottanta – a rendere un «lungo e lento verme» l’accavallarsi domestico di voci, urla e bisogni, che si susseguono in un appartamento spazioso eppure troppo piccolo, per consentire le sfogo dell’inevitabile nucleo nevrotico di una tale convivenza coatta. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.66: “Piccola città., bastardo posto”… Remo Bassini, “Bastardo posto”

“Piccola città., bastardo posto”… Remo Bassini, Bastardo posto, Bologna, PerdisaPop, 2010

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di Giuseppe Panella*


«Piccola città, bastardo posto / appena nato ti compresi / o fu il fato che in tre mesi / mi spinse via; / piccola città io ti conosco, / nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia / in meglio, / ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano / visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano…» – è l’incipit della bellissima Piccola città di Francesco Guccini (dall’album Radici del 1972) che in anni lontanissimi – era l’anno 1973, nell’abbazia sconsacrata di San Zeno a Pisa – ho sentito cantare dal vivo in un concerto del cantante di Modena che con questa canzone ricordava amaramente le sue origini e la sua giovinezza.

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“Cartoline dai morti” di Franco Arminio. Appunti di lettura

di Donato Salzarulo

So che morirò, ma non lo credo
J. Madaule

Al termine della lettura dell’ultimo libro di Franco Arminio, Cartoline dai morti (Nottetempo, 2010, pagg. 137, euro 8,00), mi è tornata in mente una massima di Spinoza. Cito a memoria: l’uomo libero su nessuna cosa riflette meno che sulla morte. La sua sapienza non è meditazione della morte, ma della vita.

In fondo, mi sono detto, i morti non scrivono nulla e chi attribuisce loro delle cartoline è un abile e sperimentato scrittore vivo (io preferirei di più definirlo poeta) che utilizza questa intelligente finzione per parlare d’altro. Continua a leggere

Tolkien. Schegge di Luce e vibrazioni di pensiero.

Recensione di Giovanni Agnoloni

Ritornare alla luce. Questo potrebbe essere lo slogan per sintetizzare il contenuto di questo mirabile saggio di Verlyn Flieger, Schegge di luce. Logos e linguaggio nel mondo di Tolkien, edito dalla Casa Editrice Marietti 1820 (2007), per la collana “Tolkien e dintorni” diretta da Emmanuele Morandi e Claudio Antonio Testi (che è anche autore della “Presentazione” dell’opera, con cui il volume si apre) (trad. di G. Bencistà e M.R. Benvenuto).

La Flieger, una delle massime studiose di J.R.R. Tolkien a livello mondiale, ci offre la chiave per comprendere il pensiero filosofico che sottende l’intero Legendarium del Professore di Oxford. Una filosofia che fa tutt’uno con la sostanza linguistica dell’opera del creatore della Terra di Mezzo. E che ha alle spalle il pensiero di un altro Inkling, non certo il più noto ma uno di quelli più influenti: il filosofo, poeta e critico Owen Barfield. Continua a leggere