Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Eccomi [1Sam3, 3-10]

“Eccomi”, è la risposta di Samuele.
Ecco-mi. È il modo di situarsi. Sono qui.
Nella Scrittura, sempre il situarsi è risposta ad una interpellanza. È a partire da questa che si rende possibile la risposta. Eccomi. Sono qui. E il qui è lo spazio fra domanda e risposta, fra un chi che chiama e un chi che risponde. In questo spazio trova consistenza l’Io del chiamato. Eccomi non è solo un proclama di disponibilità, è una affermazione di sé come essere in relazione. Eccomi vuol dire che Io sono Io a partire dalla mia risposta a qualcuno che chiama e chiama me. Questa relazione determina non solo i due soggetti ( il chiamante e il chiamato) ma anche la concretezza dello spazio fisico in cui collocarsi. Eccomi è la rilevazione che Io sono Io e che Io sono qui. Sentirsi chiamare è sempre un sentirsi nominare. Chi chiama chiama per nome. È a me che si rivolge. Proprio a me. Adamo nel giardino dell’Eden, Samuele nel buio della notte, Maria Maddalena nel giardino della nuova creazione, Simone a cui addirittura viene dato un nome nuovo. La mia vita si rivela in obbedienza ad una interpellanza. L’altro è il principio di realtà a partire dal quale esisto.
Da qui, l’autenticità della vita di ognuno risiede nella capacità di ascolto della parola dell’ altro. E non sarà parola vana, non sarà chiacchiera portata dal vento, sarà, invece, concretezza di fecondità tutta racchiusa in quell’ Eccomi che può cambiare la mia storia

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La parola ai poeti. Francesco De Girolamo

Il mio rapporto con la poesia ha inizio in età molto giovanile, durante gli anni scolastici. Ero uno studente molto attento alle non moltissime occasioni di conoscenza che la scuola, a quel tempo, offriva per venire a conoscenza della poesia contemporanea. E l’incontro con i versi di Ungaretti, di Quasimodo, di Montale, di Penna, per nominare solo alcuni di quelli che produsserro in me un’eco la cui profondità crebbe poi col tempo, quando cominciai a approfondire la conoscenza della loro scrittura autonomamente, fuori dalla scuola, con una voracità di lettura “forsennata”. In conseguenza di questa frequentazione assidua, da lettore, nacque il mio desiderio di emulazione. E cominciai a scrivere, avrò avuto allora sedici-diciassette anni, i miei primi testi, che naturalmente riflettevano il mio profondo amore per l’ermetismo, la sua poetica, la sua misura tanto essenziale, la sua forza espressiva così pregnante e scabra.
Poi, col tempo, da queste prime mosse, palesemente di emulazione epigonica, ebbe origine una mia scrittura più personale, che mi portò, via via, alla mia prima raccolta giovanile, Piccolo libro da guanciale,  permeato anche da una chiara suggestione crepuscolare, tanto apprezzato dai primi poeti cui lo offrii in timoroso dono, Gabriella Sobrino, Giovanni Giudici, Nelo Risi, Patrizia Cavalli: ricordi, intuibilmente, di una valenza immane.
Andando avanti nel mio percorso di lavoro di scrittura, mi avvicinai a un più “esteso” versificare, che produsse anche un riavvicinamento alla metrica tradizionale, nelle raccolte: La lingua degli angeli e La radice e l’ala, nelle quali si condensa e si delinea, forse, la sostanza più rilevante della mia personale scrittura poetica, così fieramente in controtendenza, per quegli anni, a detta di molti critici. Ed è proprio di questa più recente fase, che propongo tre poesie, per me molto emblematiche, della mia identità poetica. Le prime due, da La lingua degli angeli, la terza da La radice e l’ala. Continua a leggere

Riccardo Ferrazzi. Modus in rebus

di Roberto Plevano

Il nostro amico Fabrizio Centofanti ci ha tenuto a dire che Questo romanzo ha un’anima. Detto da chi di anime se ne intende, il giudizio segnala una qualità ormai rara nel panorama della narrativa italiana: l’autenticità che deriva dal saper mettere giù per iscritto, senza comodi trucchi, un quadro di vita, una forma, un tono – in una parola impegnativa, una voce – della variegata esperienza del mondo, di studio, lavoro, amicizie, del romanziere Ferrazzi, e di lì costruire un romanzo che parla onestamente al lettore, e, come direbbe Tiziano Scarpa, gli dice la verità. Ecco che l’atipico noir di Ferrazzi diventa esercizio di responsabilità intellettuale.

Inizia come un noir, Modus in rebus di Riccardo Ferrazzi (Morellini Editore, 2023), con la secchezza e la perentorietà delle tinte della meseta castigliana arroventata sotto un sole che cala giù come un maglio, inaridisce l’erba prima che cresca, una luce a cui è impossibile sottrarsi, e che, si scoprirà, è il contrappunto a una trama di oscuri misteri. In questo panorama viaggia, pensa, parla il protagonista, Vittorio Fabbri, un giovane professionista milanese che per lavoro da Madrid raggiunge Salamanca, città di antiche pietre e più antichi studi.
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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Con la sua raccolta d’esordio, Ter (r ) apeutica (Lietocolle, 2023) Luca Chendi affida alla parola poetica la realizzazione della sua statua interiore. Così lo scienziato François Jacob definì a metà del secolo scorso la struttura della personalità che ciascuno di noi per un’intera esistenza si adopera di scolpire, alla ricerca di un’identità capace di relazione con l’altro. Come egli stesso chiarisce nella sua Nota, la terza stanza in cui si articola il testo – Tra i corti di Moretti – è dedicata al “rendere la propria esperienza un culto”. Il culto è coltivazione e cura di sé stessi, come indica la prima – Dolore – mentre la seconda – Miele – pianta la radice di questa esperienza poetica nella relazione.

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The Old Oak, una recensione del film di Ken Loach

di Giulio Bruno

“The Old Oak” dell’87enne Ken Loach (“Stavolta vi do speranza, poi mi ritiro”). L’integrazione sociale problematica, la gratuità capricciosità del male, l’indifferente egoismo dell’uomo, la disillusione e la desolazione di una vita di fallimenti, da un lato; la fratellanza umana, il discreto affiorare di un fremito di speranza, dall’altro: molti sono i temi che Ken Loach tratta nel suo ultimo film, il piccolo capolavoro ‘The old oak’, con la sua delicata grazia, smisurata e al tempo stesso misurata, quasi sussurrata, mai compiaciuta.

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Narratori del Nuovo Millennio – Francesca Maccani

Inauguro oggi una nuova rubrica dedicata a narratrici e narratori italiani degli ultimi anni, ai quali ho chiesto di raccontare (con qualsiasi mezzo volessero) le loro motivazioni di scrittura.
La durata di questa rubrica non dipenderà da me, ma dalla disponibilità degli scrittori che inviterò a partecipare. Mi auguro che duri a lungo!

Comincio con una narratrice siciliana che amo molto, Francesca Maccani. Che ci racconta del suo ultimo romanzo, vincitore nel 2023 del premio Rapallo: Le Donne dell’Acquasanta non è solo il mio ultimo romanzo, le protagoniste tutte sono ormai parte della mia vita, il loro ricordo e le loro voci non mi lasciano mai e in questi mesi mi hanno restituito in termini di regali e di sorprese, molto più di quello che ho fatto io per loro, scrivendo la loro storia. Il libro racconta le vicende di un gruppo di operaie della Manifattura Tabacchi di Palermo e in particolare di Franca e Rosa Lavorano in coppia, in sincrono perfetto: le dita sottili ed esperte arrotolano foglie di tabacco da mattina a sera. Amiche da sempre, le due ragazze sono cresciute insieme in un borgo di pescatori spalmato ai lembi della città. Continua a leggere

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La bilancia


Dire con amore: qui viene il difficile. Le nostre parole sono armi – proiettili, diceva Lacan. Dovremmo misurare ogni sillaba, ogni gesto, pesandoli sulla bilancia dell’amore. Non essere trovati leggeri, ma pieni della gloria di Dio.

La parola ai poeti. Edoardo Sant’Elia

Cosa vuol dire ‘riflettere’ in poesia? In particolare riflettere sul Sacro? 
Il Sacro come categoria poco si presta, a mio parere, ad interpretazioni concettualmente astratte, capaci solo di imbastire una teologia parallela; mentre di maggior rilievo, più incisiva può rivelarsi l’analisi filtrata attraverso un’opera creativa il cui linguaggio sappia esprimere una sfuggente/struggente tensione verso l’assoluto (tra i primi esempi novecenteschi, mi vengono in mente i racconti parabola di Kafka e la simbologia metafisica creata da Borges). Continua a leggere

Dal blog AUT | OUT

Sono venuta a conoscenza di questo blog, AUT|OUT dove un trentenne scrittore autistico posta alcuni suoi pensieri e riflessioni, dato che la comunicazione vocale gli è difficile.

I suoi scritti sono piccoli tuffi in mondi nuovi resi accessibili da una bella prosa. Vi invito a seguirlo postando un testo dal titolo:

A gente che ha paura di me.

Vorrei dirvi che mi trovo bene in questo angolo e amo quello che sto facendo. Scrivere diventa sempre di più il mio progetto attuale di vita. Scrivere forte per accendere quelle luci, per aprire le porte e per far parte della vita. Scrivere forte per aprire ad altri un mondo che fa paura e che sembra strano, incomprensibile o malato. Ma io non sono malato, né incomprensibile se abbiamo un linguaggio condivisibile, se abbiamo fiducia reciproca, se abbiamo un qualcosa da condividere. Scrivere per raccontarvi la mia vita alla finestra. Perché alla finestra? Perché io guardo, osservo e non sempre posso condividere la vita di tutti. A volte mi sento in gabbia, altre volte mi sento affacciato ad un balcone, altre volte dietro i vetri chiusi. Posso cercare un perché. Ma io lo so il perché. Un perché difficile? Sì, spesso sì, molto. Difficile farsi capire. Poi difficile doversi sempre giustificare.
Continua a leggere qui.

I mandala di luce, di Annelisa Addolorato

di Fabrizio Centofanti

Questo libro è un trasloco: dalla superficie alla profondità, dal contrasto all’armonia, dalla molteplicità all’unità. Parole e immagini si contendono il campo e finiscono con l’incontrarsi in unioni imprevedibili, come se il linguaggio funzionasse solo con ingredienti diversi, con stimoli inediti e sorprendenti. Prosa e poesia sono il bianco e nero: fanno sentire nostalgia di un passato che proprio nell’incontro con la parola-immagine diventa miracolosamente presente. Tutto converge, in questa unione degli opposti che si scoprono compatibili e perfino inseparabili. 

Questo libro è una casa, un posto dove stare, guardarsi intorno e scoprire uno spazio in cui potersi riconoscere, perché l’anima è uno spazio abitabile, nel momento in cui si ama, in cui si è. I monaci facevano il voto di stabilità, perché la casa-anima fosse un segnale dell’identità, dell’essere uguali a se stessi perché accolti da se stessi, abitanti del proprio io come Altro,  come Accoglienza primordiale, precedente a ogni passato e per questo Presente. 

Tutto questo è il mandala, che inseguiamo inconsciamente ma si trova solo se lasciamo che ci venga incontro. Entrare e uscire come respiro, ispirazione e inspirazione: poesia è trovare il centro, prosa diffondersi per moltiplicarsi e riconoscersi alla fine unità. L’amore può tutto, anche perdersi per ritrovarsi.

Forse è un sogno, ma qualcuno dice, a ragione, che i sogni sono più reali del reale.

Entrare e uscire è un figlio che fa parte e sconfina, perché l’amore è prendere il largo come unica modalità per approdare.

L’amore trasfigura, diventa immagine e parola che fecondano la realtà, rendendola così più reale, come il sogno. Cos’è la bellezza, se non l’arte dello sguardo?

Il mandala è una vita diversa perché armonica, figlia di un lasciare, perché chi vince è perduto e chi perde, invece, si ritrova.

Il cosmo, la casa sono un mandala di luce, un tutto che diventa parte e poi insegue di nuovo l’unità, senza mai darsi per definitivo. 

Amare è essere, e Annelisa Addolorato ci guida in esperienze che lo rendono visibile e tangibile.

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Annelisa Addolorato, I mandala di luce, I Quaderni del Bardo.

Casa mia


Dov’è casa nostra? La cerchiamo ovunque, ma torniamo ogni volta più delusi. Non parlo dell’edificio, delle stanze, ma di quella condizione in cui ti senti te stesso, e non cambieresti con nient’altro. Casa mia è la vita, prima dei pensieri. È un progetto che mi abbraccia, che mi genera.

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La parola ai poeti. Alberto Padovani

La poesia è sintesi creativa, è sublimazione delle potenzialità della parola. La scommessa del poeta, rispetto allo scrittore in prosa, è giocata sulla potenza della sintesi. Di un poeta spesso si ricorda l’illuminazione di un verso. Di uno scrittore in prosa, la capacità di architettare una struttura sublime.

Ho tratto questa definizione da un’intervista che Lucia De Ioanna mi ha fatto per Repubblica Parma.

Il mio esordio come poeta risale al 2009, con “Poesie raccolte” (TLC Editore), ma, sempre in quell’intervista, ricordo come molto tempo prima, a 13 anni circa, ho scoperto la mia orbita, ovvero ho iniziato ad isolare quanto percepivo, rispetto al mondo esterno, ho capito che la prima rivoluzione possibile è interiore ed ho operato una prima elaborazione critica del contesto di paese in cui vivo tuttora. È un tema ricorrente nella mia scrittura. Il microcosmo della provincia consente un esercizio permanente di affinazione: ci si sente meno sotto osservazione rispetto alla città, più liberi di elaborare un percorso creativo ed espressivo. Continua a leggere

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Il disegno magico, di Raul Montanari

di Guido Michelone

Raul Montanari è ormai un romanziere seriale, nell’accezione buona del termine: da tre libri in qua, inserisce nel bel mezzo di una vicenda intricatissima, l’apparizione, come una sorta di deus ex machina, del buffo detective Velardi, che contribuisce a complicare ulteriormente il tema dal punto di vista narrativo, diventando alla fine, tuttavia, il personaggio risolutore decisivo, sulla scia dei migliori ispettori privati della moderna tradizione letteraria. Al di là di ciò, ogni nuova opera narrativa dell’autore milanese-bergamasco contiene sempre elementi di vera novità, accanto ai meccanismi oliati di fabula e intreccio, che gli consentono di iniziare e terminare la storia senza perdere un colpo, mantenendo viva l’attenzione del lettore (non sono un giallista) dalla prima all’ultima riga. 

Il nuovo è costituito, questa volta, dal racconto in prima persona di una figura femminile, che arriva casualmente a condividere le giornate col vicino in pieno lockdown; è questa donna giovane, affascinante, problematica, a chiedere e poi pretendere, dall’amico, il ricordo di un’esperienza traumatica accaduta circa vent’anni prima. Il romanzo procede a ritroso, come un lungo flashback, interrotto solo dai commenti (quasi sempre centrati) di una femmina ammaliante agli occhi del maschio, il quale, quando abbocca, regolarmente viene respinto. Oltre alla vicenda noir del ragazzo indirettamente complice dell’annegamento della fidanzata, il testo ha, come seconda chiave di lettura, la narrativa quale arma seduttiva: un esperimento di conquista amorosa attraverso la rievocazione delle tante disavventure del protagonista. 

Alla fine del libro si scopre perché la donna sia tanto interessata all’affabulazione dell’uomo: ma è un colpo di scena da non rendere noto, per lasciare il gusto della lettura di un romanzo intelligente e attuale, pur nella riproposizione di tic e cliché, topoi e vizi di uno stile riconoscibile e originale al tempo stesso.

Raul Montanari, Il disegno magico. Romanzo, Baldini+Castoldi, Milano 2023, pagine 287, euro 19.00.