Ci preoccupiamo per molte, troppe cose. Se fossimo coscienti di cosa sia il Cielo, ci occuperemmo solo della salvezza delle anime.
La parola ai poeti. Antonio Dentice d’Accadia
[Foto di Marco Thomas]
Quella che mi è data, e che accolgo nei limiti dei miei labili confini, è poesia religiosa e non può, per sua propria immancabile natura, diventare qualcosa di diverso. Una religiosità espansa, non comandata, mai addomesticata da esigenze razionali e (purtroppo) umanissime.
Quella qualità in simpatia con un Al-Hallaj in Persia, o con un Vivekananda, quando si declina alla Madre. È una capsula di preghiera sciolta in un bicchiere di acido lisergico, ma ubriaca d’un fervore implicito, silenzioso, franco da fanatismo e maldestri tentativi impositivi. Continua a leggere
Alessandro Agostinelli, Le vive stagioni
di Alberto Fraccacreta
La poesia di Alessandro Agostinelli si muove su un terreno di puntuta autoconsapevolezza, di marcata ironia, servendosi della tradizione per rinvigorirla e agganciarla alla nostra epoca di post-postmodernismo. Nell’Ospite perfetta (2020) era la forma del sonetto ad annodare genealogie e dissapori. Qui nelle Vive stagioni il prosimetro, invece, diviene uno strumento di critica e di decostruzione della realtà. «Questo libro – osserva Agostinelli in uno dei suoi tanti “prologhi” alle liriche – è il tentativo di ragionare intorno a un modo di dire la poesia: ragionare intorno a essa mentre si fa. I temi di questo libro sono disparati, ma l’obiettivo è comunque segnare, nella maggioranza dei casi, forme di poemi non totalmente liberi». Da testi metapoetici al puro nonsense, dall’impegno politico alle interrogazioni filosofiche, la silloge intende «lasciare un po’ di struttura al futuro, cioè rinnovare il senso alla voce della poesia». Continua a leggere
Tutto
Poetry Therapy, di Dome Bulfaro
“Quali parole curano?” fa parte di quelle domande che non sembrano avere risposte definitive, tuttavia nell’editoriale prendono forma alcune certezze e diversi pungoli, che poi ritroviamo scorrere in modo sotterraneo o in superficie lungo tutto il presente numero.
Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
(Da Antico Inverno, Salvatore Quasimodo)
Quali parole curano? Non chiedeteci di dare una risposta “che squadri da ogni lato” la domanda intorno alla quale è nato questo numero 7 di Poetry Therapy Italia. Si tratta di una domanda dall’animo troppo informe, che richiederebbe una risposta così vasta e articolata che certo non potrebbe risolversi con un solo (per quanto corposo) numero di rivista, figuriamoci con un editoriale. Tuttavia, anche se non abbiamo espresso “la formula che mondi possa aprirvi”, sia qui di seguito, sia nell’intero numero “qualche storta sillaba e secca come un ramo” siamo riusciti a formularla. Continua a leggere
Incontri XXVII
La povertà del santo
di Peter Huchel (Germania, 1903-1981)
Chiunque tu sia,
sacre ossa,
mascella spalancata,
cinto da filo dorato
sotto le arcuate costole
ardeva un cuore,
Quando il gelo
solleva le pietre
l’assenza di pietà
dice l’elogio del creato.
In muta attesa
di David Maria Turoldo (Italia 1916-1992)
Parole, e segni, e immagini,
ringhiere alle nostre solitudini:
maschere di depistaggio
dalla strada verso il nudo
Essere:
certo, neppure da nominarsi,
appena da invocare
in silenzio:
là tu permani
oltre lo stesso Dio:
e io di qua
in muta attesa
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Da morti
Mario De Santis, Corpi solubili
di Andrea Temporelli
Mario De Santis, Corpi solubili, PordenoneLegge-Samuele editore, 2023
I versi di Mario De Santis, cronache da un desolato occidente votato alla consunzione, esistono mentre si negano nella loro natura poetica: evitano ogni eccesso, in obbedienza al clima (parola chiave) della nostra epoca. La poesia lancia gli ultimi barbagli luminosi mentre si scioglie nella prosa. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 52
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Che cosa resta? Che resta dopo che ogni cosa sia passata? Che resta delle nostre vite? Gli affetti, le conquiste, i fallimenti?
Ho sentito spesso, in questi giorni, parlare di crollo delle certezze. L’esperienza della guerra porta subito a questa sensazione di non avere più certezze. È un’esperienza destabilizzante. È uno spiazzamento. Più ci affanniamo ad abbarbicarci a scogli sicuri, più la presa diventa viscida e incerta. Più cerchiamo porti riparati, più la forza delle onde è invadente e distruttiva. Continua a leggere
La parola ai poeti. Gino Scartaghiande

Gregory Corso, spirito e materia di un contadino del Sud
(da Percy Bysshe Shelley ad Amelia Rosselli)
“La letteratura è il più complesso dei mali: non c’è cura che valga per lei”
(Silvio D’Arzo, Prefazione a nostro lunedì)
Poco c’è voluto, dopo la diaspora dei popoli provocata dalla cosiddetta annessione del Regno delle due Sicilie, che Gregory Corso, ridiscendendo egli dall’Alto Materano (1), e precisamente da Miglionico, la madre, e dalla Calabria, il padre, si trovasse a nascere a New York, dove trascorrerà lunghi periodi dell’infanzia e dell’adolescenza tra orfanotrofi, istituti di rieducazione, e carceri minorili. Ma è proprio in uno di questi istituti che viene a contatto, in modo quasi provvidenziale, coi grandi classici di tutti i tempi, antichi e moderni, che gli fanno scoprire la propria vocazione poetica. E soprattutto con Shelley, quasi un suo alter ego, a cui Gregory Corso legherà la propria poesia per tutta la vita, in una risoluta scelta di fedeltà alla parola poetica in quanto bellezza e verità. Continua a leggere
Remo Pagnanelli
Continuum
Quando il cerchio si stringerà
canticchiando la solita solfa ne varietur,
il continuum inammissibile dell’opacità,
tu morte impertinente, salvifico aroma
spiccami dall’agenda e saltando qualche
orario accelera.
(1976)
Da Le poesie, il lavoro editoriale, Ancona 2000 , p. 56 [Epigrammi dell’inconsistenza]
Suoi
La parola ai poeti. Maria Allo
“…Cercavo l’infinito: trovavo la pietra di topazio di tra i graniti del Tibet”, dice Amelia Rosselli, dove topazein significa “cercare di trovare”, inteso come scoperta di qualcosa di unico che meriti, per poco che sia, di essere detto in tutta libertà senza pretendere di capire o rivelare. Poesia per me, è custode dell’inespresso e come dico spesso, un venire a patti con il silenzio senza perdere le parole che lo evocano. È disposizione all’ascolto del respiro dell’anima che, con un muto linguaggio, prende corpo e decifra destini. In esso c’è armonia, stabilità e coerenza. Quando sorge e mostra la sua luce, quando vede e riconosce la stessa luce in altri, vi si avvicina per ricevere, a sua volta, la luce che brilla nell’altro. La poesia non accetta definizioni, ma aggiunge vita alla vita. Credo sia quel primordiale soffio in volo circolare che possiede i poeti, la presa di coscienza che una parte di loro sia intimamente legata con l’esistenza terrestre e può rivelarsi esperienza assoluta di una vita senza tempo. La scoperta della parola è frutto di uno scavo nell’abisso dell’io, l’occasione per riflettere sul senso della vita, lo strumento per portare alla luce la lacerazione profonda che ostacola il pieno godimento della vita. Dare voce al legame tra l’esperienza del dolore nella vita umana diviene uno strumento conoscitivo di noi e del mondo che indaga le ragioni profonde dell’agire umano. Ma il fare poesia non potrebbe mai eguagliare la pienezza dell’esistere, perché l’essere è più che dire dice Giovanni Giudici. Continua a leggere
Domenico Pelini legge Walt Whitman
Con Dio
La parola ai poeti. Luciano Mazziotta
Limite nr. 1. Inadeguata individualità.
Se mi è stata proposta, volontariamente e non-necessariamente, questa parola in questo spazio, altrettanto volontariamente e non-necessariamente posso rispondere. D’altra parte, mi è stato offerto questo luogo sulla base di un mio fare, quindi è necessario delimitare ciò che potei dire, nella consapevolezza che il come e il che cosa sono differenti per ogni fare in cui sono coinvolto. Il fare in questione è relativo all’atto di aver scritto dei libri, che, in un modo o nell’altro, sono delimitati al campo di quello che viene denominato comunemente poesia.
Ho ripetuto più volte la parola limite, delimitato, limitare, per una questione meno poetica e più agorafobica: che cosa mi è stato chiesto in questo spazio? Ho bisogno di un confine. Esprimere una visione della scrittura in versi, la mia esperienza con la scrittura in versi, le mie relazioni con l’ambiente inerente alla sfera di chi si occupa di questa pratica. Si tratta di un tema illimitato, per uno spazio, quello virtuale, illimitato anch’esso. Agorafobia: mi è opportuna una barriera. Non parlo di traccia: le indicazioni, del resto, sono chiare. Parlo di un illimitato che, in quanto tale (e tanto per la parola quanto per il mio fare), posso pensarlo esclusivamente per mezzo di una esperienza del limite. Esperire il limite non significa, però, per me, esperienza agonistica e adrenalinica del rischio. Ha a che fare, invece, con i propri (i miei) limiti: fare quello che posso fare, e ciò che riesco a fare, secondo la individualità di soggetto che esperisce. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Mt 22,34-40]
“Amerai il Signore tuo Dio…”
“Amerai il prossimo tuo…”
Due amori, una sola misura: tutto.
Se amare è recepire il Tu in tutto il suo essere se stesso, così com’è, per quello che è, allora, o è tutto o non è.
Non può esistere un confine all’amore. “Tutto il tuo cuore, tutta la tua anima, tutta la tua mente”. Nulla è escluso.
Anche il termine greco esprime la globalità: òlos. Non si ama fino ad un certo punto. O si ama totalmente o non si ama. Continua a leggere
La parola ai poeti. Lina Salvi

Ho sempre pensato che la poesia in me sia nata per caso, anche se man mano che la scrivo mi rendo conto di cercare di portare alle luce reperti già esistenti, sedimentati da tempo. In ciò mi conforta il pensiero di Giuseppe Ungaretti, il quale, in un’intervista Rai del 1961 si limitò a spiegare come fosse nata la sua poesia per il pubblico, ma non per lui; alimentando il suo mistero insondabile, pur sempre insostituibile ed affascinante.
La città al centro per me fu Milano e alcuni ambienti letterari. Il dialogo e l’ascolto di altri poeti di provata esperienza è stato fondamentale, non per avere un “posto” da qualche parte, ma per capire i limiti della mia scrittura. Continua a leggere
Gian Piero Stefanoni, Lessico Madre, Dialoghi con san Luigi Gonzaga
Ez 36, 26
– Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.
ai miei figliocci
I.
del trasporto dell’infermo al Santa Maria della Consolazione
Tolto dal cielo,
rimesso agli occhi
parla alla sua sostanza il corpo.
Anima degna
del tessuto di cui è peso,
il reclinare del Padre
al patire del mondo,
il sì del nome
all’insufflare dell’immagine.
Guardare all’uomo affinché non cada. Continua a leggere













