E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. “Le occasioni”, di Eugenio Montale

Si è oramai insediato l’autunno: stagione dai delicati e coinvolgenti colori, che a molti porta un dolce e inguaribile senso di nostalgia. Eccola che ci avvolge, con lo sfumare dei dettagli e dei giorni: nostalgia, dal greco nòstos, ritorno. Questa e la prossima tappa della mia rubrica volgeranno così l’attenzione a due poesie che richiamano i mesi di novembre e dicembre – e alle due raccolte che le contengono, tra le parole del loro canto e il non detto di un ritorno interiore.
La poesia di oggi è tratta da “Le occasioni” (1939) di Eugenio Montale: il suo secondo volume poetico (in parte anticipato da alcuni testi usciti su rivista) che fu anche, come scrisse Pier Vincenzo Mengaldo, la sua prima opera di levatura europea. “Ossi di seppia”, uscito nel 1925 e di cui si è celebrato quest’anno il centenario, offriva alcuni elementi fermi del giovane e ambizioso poeta genovese: la non adesione al clima culturale del fascismo, l’impegno artistico ed etico ad una via di fuga che fosse anche imperitura ricerca di autenticità esistenziale. Ma presentava anche qualche elemento dannunziano lievemente eccessivo, tra l’esaltazione delle liguri riviere e le tuffatrici estive.
Le “Occasioni” cantano invece appieno la desolazione storica del tempo; e, con essa, la dimensione metafisica di Clizia, Musa salvifica. Emblematico è uno dei “Mottetti”: “Non recidere, forbice, quel volto, / solo nella memoria che si sfolla, / non far del suo grande viso in ascolto / la mia nebbia di sempre. // Un freddo cala… Duro il colpo svetta. / E l’acacia ferita da sé scrolla / il guscio di cicala / nella prima belletta di novembre”. Un oggetto d’uso quotidiano, cioè una forbice, può portar via un volto caro, solo in una memoria che vorrebbe far dimenticare, avvolta nella nebbia. Il poeta continua a cantare, benché si senta ferito dentro come l’acacia tagliata dai boscaioli. Intanto novembre sparge la sua belletta (fanghiglia), a cui opporre la poesia e la nostalgia mai distrutta del mito.

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 49

L’oggetto estetico proietta il proprio compimento nella lettura attenta e strumentata, complice, integrativa; resta un muto spartito, un treno d’onde di pure virtualità finché non viene “eseguito”, convertito in entità olisticamente articolata, si direbbe quasi catalizzato dall’atto critico, autentico acceleratore di particelle cui è dato svelare un numero teoricamente infinito di livelli successivi di realtà testuale ignoti allo stesso produttore.

Antenati del futuro, di Rossella Seller

di Francesco De Girolamo

La raccolta di poesie Antenati del futuro – Poesie della Trasformazione di Rossella Seller, presenta una visione profonda e suggestiva del nostro rapporto con le problematiche delle relazioni umane, in ogni sua particolare manifestazione, offrendo un’analisi e una riflessione raffinata, intensa e personale sui temi della trasformazione, della libertà e della connessione con il mondo naturale, osservato nella sua complessa totalità fenomenica.
Una delle caratteristiche più evidenti della poesia di Rossella Seller è la sua capacità di evocare immagini e sensazioni con un linguaggio limpido ma pregnante, ricco di figurazioni di grande vigore espressivo e padronanza stilistica.
Un tema centrale nella poesia di Rossella Seller è l’esplorazione della relazione tra gli esseri umani, nella sua effettiva, reale autenticità, in tutte le sue implicazioni e le sue dinamiche, a volte anche larvatamente, strumentali e strategiche. Nella poesia “Se un dono”, il dono è presentato come qualcosa che può essere sia fonte di gioia che di dolore, a seconda delle intenzioni e delle aspettative che lo accompagnano: Continua a leggere

Amelia Rosselli

a cura di Giorgio Stella

La passione mi divorò giustamente
la passione mi divise fortemente
la passione mi ricondusse saggiamente
io saggiamente mi ricondussi

alla passione saggistica, principiante
nell’oscuro bosco d’un noioso
dovere, e la passione che bruciava

nel sedere a tavola con i grandi
senza passione o volendola dimenticare

io che bruciavo di passione
estinta la passione nel bruciare

io che bruciavo di dolore nel
vedere la passione così estinta.
Estinguere la passione bramosa!
Distinguere la passione dal

vero bramare la passione estinta
estinguere tutto quel che è
estinguere tutto ciò che rima
con è: estinguere me, la passione

la passione fortemente bruciante
che si estinse da sé:

Estinguere la passione del sé!
estinguere il verso che rima
da sé: estinguere perfino me

estinguere tutte le rime in
“e”: forse vinse la passione
estinguendo la rima in “e”.

Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Elisabetta Petrolati

Prego piano

Questa sera prego piano
perché chiedo solo pochi
centimetri di distacco
dalle cose che non riesco
a cambiare, capire, spiegare.
Pochi centimetri di distanza,
un sottile piano di spazio
tra me e le cose umane
per far accadere
il contatto di coscienza
di ciò che è evitabile o inevitabile
indipendentemente da me.
Chiedo mi sia data la misura
tra perseveranza e ostinazione.
Prego piano, mettendo
in devota processione poche,
essenziali parole:
esisto, agisco, osservo,
lascio che sia.

Elisabetta Pamela Petrolati

POESIA E POLITICA.32. Giselda PONTESILLI

a EUROPA (2025)

 

 

I. paesaggio-europa

  […]

L’Europa degli orti.

[…]

Ferme le differenze di coltura,

latitudine e clima,

un’unità stilistica di vita,

se così posso esprimermi,

potentemente vi viene espressa:

composta, parca,

paziente, regolata, solidale.

(da: Orti di Armando Rudi) Continua a leggere

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La corteccia del mondo di Giacomo A. Graziani (La Vita felice, Milano 2020)

 

di Laura Cantelmo

Fin dal primo testo, in questa folta raccolta di poesie di Giacomo Graziani – in realtà una vera antologia – la visione del mondo dell’Autore si presenta in un’atmosfera che sfuma nell’onirico, pur attraversando il reale con le lusinghe che lo popolano e il conseguente disinganno: “Non sai se il mondo ti sfugge in un affanno/o sei tu a seguire troppo veloci inganni” (“Alta velocità”). Lo stato d’animo dominante, nell’approssimarsi della meta finale, ondeggia tra la riflessione e la malinconia di un nostos interiore che attraversa il tempo a ritroso. La corteccia che avvolge, come un albero, la vita è la rugosa corazza che protegge un’intimità di sangue e lacrime: “Essa racchiude storie di sofferenza e di vita e da esse solo linfa alchemica fuoriesce”. Con queste parole nell’esergo, nelle quali è racchiusa la vera premessa di questa antologia, un detenuto del carcere di Opera commentò la lettura dei testi, a quel tempo ancora inediti e tale fu l’emozione del Poeta da trarne spunto per il titolo.

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Roberto Dedenaro, Il ballo delle gru

di Giselda Pontesilli

IL BALLO DELLE GRU di Roberto Dedenaro

(Vita Activa Nuova 2025)

C’è una sommessa “coralità” nelle poesie, sempre attentamente sorvegliate, mai passibili di retorica che compongono Il Ballo delle gru, recente libro del poeta triestino Roberto Dedenaro.

E tale coralità si esprime forse in modo emblematico nella poesia intitolata:

L’Orizzonte inscurito

l’orizzonte inscurito non si distingue più
fra terra e cielo luci lampade e luci
scandagliano profili di case senza più
finestre illuminate uno spessore di silenzio
sale come una domanda dove mai una divinità regga più
con le sue braccia il tutto e i corpi che da qualche dove
dentro a quelle case senza forma stanno dove
il punto di quell’equilibrio che ancora regge
se regge ogni cosa in un posto suo e le coscienze
riposte in qualche dove nelle strade che sembrano
nella notte non aver nemmeno polvere più
tutto passa al vaglio e dai più stretti fori
qualcosa pur rimane, qualche vago notturno animale.
E una fragilità come forma di salvezza a tutti disponibile. Continua a leggere

Alessandro Anil Biswas

a cura di Giorgio Stella

Sono cose leggere gli anni che ti avvolgono e disperdono,
immedesimati nel silenzio delle ore che da infanti
ci cullarono, tu non puoi ad essi sfuggire, né posso io
oltre la moltitudine a poco a poco
illuminata, disposta in piccole linee, vestite
di abitudini tramate, coincidenze… dunque è questo
il salire lento, a poco a poco di persone che fra tante
hai amato e dimenticato, a poco a poco
il segreto condiviso che si portano oltre la durata
delle presenze… li vedi così come sono,
a passi lenti, ridotti ai cardini del proprio dramma
di piccoli uomini macerati, ad uno ad uno, tuo padre
e un amico di tanti anni fa, con cui diviso il pane
hai assaporato la lama sottile della giovinezza, ad uno ad uno
entrano, si disperdono nel vortice di solitudine e folla,
solitudine e folla a mano a mano come loro
tocchi… il corrimano di questa stazione per sentire
il tatto degli innumerevoli, l’incessante frastuono
delle loro piccole ossa, dove tutto, ogni amore, ogni alluvione
di ricordi e gesti, ogni azione tua, ogni passo
verso l’immagine di te che già dall’infanzia
custodivi, ogni declinazione trattenuta di parole dette,
non dette… tu non puoi ad essi sfuggire, come posso io
ora, dimmi, come posso.

Il participio del credere, di Alessandro Pertosa

Nella vita di ogni essere umano, c’è un punto in cui le certezze smettono di bastare. Le parole imparate si fanno troppo strette, le formule che un tempo rassicuravano non sono più capaci di contenere il respiro profondo dell’anima. È allora che si comprende che credere non è semplicemente l’atto di aderire a una verità, ma di attraversarla completamente. È un respiro che si rinnova, una corrente che non si arresta. Credere è un verbo in divenire, voce piegata al presente fuggevole, mai fissata nella garanzia del passato. Il credente autentico abita il participio del fare, non quello del fatto. Non dice «ho creduto», dice «sto credendo». Non posa il cuore su un dogma marmoreo, lo lascia sospeso nel vento dell’incertezza, dove la fede rimane cammino, scelta, tensione viva. Ogni giorno si rialza, stanco e fragile, e pronuncia il suo sì ancora una volta nonostante tutto, nonostante il mondo, nonostante se stesso. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“Che solo amore e luce ha per confine”

(Par. XXVIII)

(M. Rothko)

«In quel tempo, la donna Samaritana disse a Gesù: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». [Gv 4,19-24] Continua a leggere

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Poesia e mistica, di Massimiliano Bardotti. Danila Di Croce

Stasera ti ho portato il mio orgoglio.
Perché è anche così
– col legno secco e duro –
che si accende il fuoco.

(Danila Di Croce, da Ciò che vedo è la luce)

La prima volta che ho letto questa quartina così pulita, lucida, rivelatrice, sono rimasto in silenzio per diverse ore. Quanto sanno insegnarci le poesie, e quanto possono mettere sottosopra le nostre vite, i nostri pensieri, le nostre convinzioni, le nostre certezze. Continua a leggere

Chiedi alla polvere, di John Fante

a cura di Giorgio Stella

La Croce Rossa distribuì coperte, viveri e caffè in abbondanza. Per tutta la notte restammo vicini all’altoparlante, che informava degli sviluppi della situazione. A quanto pareva a Los Angeles non c’erano stati gravi danni. Venne trasmesso un lungo elenco di morti, ma in esso non figurava nessuna Camilla Lopez. Per tutta la notte non feci altro che trangugiare caffè e fumare sigarette, ascoltando i nomi dei morti, Non c’era nessuna Camilla, e nemmeno un Lopez.

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Ringrazio Ugo Magnanti che mi fa dono dell’esemplare n. 65 (significativo per che sono nato in quell’anno del secolo scorso) di Scorie per l’avvenire, plaquette di poesie stampata per conto di FusibiliaLibri in una tiratura limitata di 100 copie, con la cura di Dona Amati. Leggo e subito vengo coinvolto dentro un’intensa elegia familiare. Senza alcuna traccia, però, di quel familismo che ancora ammorba questa nazione. E’ la canzone luttuosa della perdita di una heimat personale, della propria patria individuale, quale sorgente di sentimento e memoria, ma priva di qualsiasi retorica identitaria.

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