POESIA E POLITICA.31. Giovanni Nuscis, A Zohran Mamdani, nuovo sindaco di New York

A Zohran Mamdani, nuovo sindaco di New York

 

 

Io coi miei amici di South Bronx

di Hunts Point e Mott Haven sappi

Zohran che abbiamo votato te.

Perché sei indiano, africano, immigrato:

in fondo, un bastardo come noi. Continua a leggere

Terra d’esilio, di Luca Pizzolitto. Hugo Mujica

Hugo Mujica, Alle stelle l’immenso (Sette Città Edizioni, traduzione di Ilaria Fior e Marisa Martínez Pérsico)

Hugo Mujica (Buenos Aires, 1942), poeta sacerdote, è uno dei maggiori rappresentanti contemporanei in lingua spagnola di una poesia del pensiero, volta a riflettere sulle aporie comunicative del linguaggio e del mondo. La sua poesia delle azioni incompiute rivela una marcata preferenza per il dinamismo dei verbi rispetto ai gesti chiusi delle nominalizzazioni ed è attraversata dallo stupore di fronte alle piccole metamorfosi della natura. Poesia spogliata di ornamenti che si avvicina alla preghiera e al miracolo di ciò che nasce, “Alle stelle l’immenso” è una celebrazione, con sguardo compassionevole e francescano, della ciclica rinascita delle creature.

(dalla quarta di copertina di Marisa Martínez Pérsico) Continua a leggere

Domani interrogo, di Gaja Cenciarelli

di Fabrizio Centofanti

Mi sono deciso a leggere Domani interrogo quando è stato programmato per il cinema. Se è diventato un film, dev’essere importante. Balle. Ci sono film insulsi ricavati da libri più insulsi. Non andrò a vedere il film: un prete come me mica ci ha il tempo. Ma il libro l’ho letto.
Professori e preti hanno qualcosa in comune. La chiamano missione. Come dire: mandati a (ma non equivocate). Il professore è mandato a insegnare ai giovani che crescono. E questo è il problema. L’ho sperimentato, perché ho insegnato anch’io. Forse per questo ho letto il libro: per vedere come Gaja avrebbe affrontato e superato un ostacolo che era stato il mio.
Ho imparato parole nuove: strass, fantasmini. Che ne sa un prete di cose come queste? I fantasmini, in AI, li ho trovati facilmente; per gli strass c’è voluto qualche passaggio in più, la conoscenza era data per scontata. Ottimisti.
Invece la conoscenza, in Domani interrogo, non è mai scontata. Ci sono flashforward su quello che i ragazzi saranno e che faranno, e la “pressoressa” non poteva prevedere. Come dire: la vita è movimento, e solo guardandola passare puoi capirci qualcosa.
È uno strano io narrante quello di Gaja: si passa dalla prima alla terza persona come niente fosse; a volte sembra che veda a pochi metri; altre, invece, penetra il futuro come fosse un veggente. Mi viene in mente la beatitudine che preferisco, quella dei puri di cuore, che vedranno Dio. C’è un solo modo per vedere: desiderare il bene, non avere più paura.
Anch’io ero entrato nel cuore dei ragazzi: si mettevano intorno alla cattedra e dagli a parlare. Poi la preside mi disse: Centofanti, così non va, le hanno scritto un biglietto d’amore, addirittura. Ma andò avanti lo stesso, finché non lasciai la scuola e l’università per Santa Madre Chiesa.
Anche in questo libro ciò che emerge è questione di salvezza. Non si tratta soltanto di salvezza religiosa, ma anche di salvezza umana, un amore che non può essere spento da argomenti burocratici o strategie calcolatrici. Un amore che ha bisogno di darsi, che non può farne a meno.
Non andrò a vedere il film, non ci ha mica il tempo, un prete come me. Ma il libro di Gaja è un film finito e rifinito, in cui la regista ha diretto sé stessa inquadrandosi da più punti di vista, osservando da un futuro che, per miracolo, rende amabile il presente. Ecco perché l’io narrante passa, come niente fosse, da una persona all’altra: è già dietro la macchina da presa.
Ma non basta: nel film ci sono attori invisibili, che partecipano come e più degli altri. Sofia e Francesco, Daniele, Alessandra, Marco e Margherita siamo noi; Anna Ferzetti siamo noi: pressore’, che sei riuscita a fa’!

Gaja Cenciarelli, Domani interrogo, Marsilio 2022, pp. 240.

Roberto Bordiga, Cominciare dal cielo

E’ appena uscito un libro di Roberto Bordiga, Cominciare dal cielo. Il mondo e la pace (Il Canneto editore 2025), che non merita di passare inosservato. È un libro prezioso per coloro che s’interessano di filosofia, ma, soprattutto, dei destini del nostro mondo. Espone una visione che non assomiglia a nessun’altra (di cui sia a conoscenza) e che, una volta assimilata, non è facile dimenticare. E si esprime in uno stile che non ha nulla in comune con quello della filosofia accademica. Chi è interessato può rivolgersi alla casa editrice cliccando qui: https://www.cannetoeditore.it/. Continua a leggere

Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Claudia Iandolo

Sappiamo dei padri
Che ci amarono in contumacia
In nome del loro nome
Nel tempo del loro tempo

Ma delle madri non sappiamo
Che questo:
partorirono nella carne
anche Dio
e fu un’ipotesi perfetta

di mancanza in mancanza
senza tempo né tempi.

(testo tratto da Alia, Tracce edizioni 2012)

Liliana Nobile, “Angoli remoti”

Recensione di Roberto Russano

Liliana Nobile, Angoli remoti (Perugia, Bertoni Editore, Collana “Poesia Mundi” diretta da Simona Volpe, 2025)

Liliana Nobile affida ai suoi versi, che danno vita alla raccolta intitolata Angoli remoti, un pathos esistenziale frutto di una formazione filosofica e di una sensibilità contemporanea: la coscienza che «la vita ha tempo e consuma» (Fine di un sogno) e non è mai pura constatazione, ma impulso a interrogare la fragilità del vivere. Qui il dialogo con autori come Hölderlin e Trakl, amati dall’autrice, emerge come sottofondo nella tensione fra lacerazione e ricerca di un varco di senso.

In questa raccolta, allora, gli angoli remoti non sono soltanto geografici, ma interiori: zone d’ombra e di luce in cui la poesia si fa esercizio di memoria, ascolto di presagi, apertura verso l’altro. È questa la cifra più autentica della poetica di Liliana Nobile: unire la densità del vissuto personale a un orizzonte più ampio, in cui il Mediterraneo, il viaggio e la memoria diventano luoghi simbolici dell’umano.

Nei suoi versi l’autrice esplora differenti aspetti della nostra cultura, valorizzando la natura composita del paesaggio dei sentimenti, conducendoci dentro un paesaggio mediterraneo inteso non solo come scenario geografico, ma come spazio culturale e spirituale.

Continua a leggere

“La catasta” di Marco Candida

Estratto dal nuovo romanzo La catasta di Marco Candida (Sisifo Edizioni, 2025)

Trascrizione di una registrazione sul cellulare di Marilaria Santorchini.

Sono stesa panza all’aria nella mia stanza con le lacrime agli occhi forse per l’ecstasy o per il divertimento a casa dell’Audisio e adesso dico due o tre cose della festa, be’, non da immaginarsi festa come quelle a casa dell’Audisio dove si fa il bagno in piscine piene di gelatina – e ci sono i video virali su Instagram e Tik Tok, sì, ma quelle sono cartoline e non la dicono tutta, come ad esempio cosa è accaduto a quel ragazzo… ma non viene al laboratorio di decoupage, e non so come si chiama, Vittorio, credo… Vittorio è stato punto da un nugolo di vespe attirate dalla marmellata di gelatina, e fortuna erano solo tre o quattro e non è stato punto, Vittorio, da un calabrone -, no, non è la nostra festa come quelle feste, perché noi siamo più sottoni, o per meglio dire, adesso che ho l’Abc Incel, facendo parte da mesi ormai di un gruppo Telegram sulla Filosofia Matrix, noi siamo appunto Incel e certe cose a noi Incel sono, in quanto Incel, precluse, e a meno di non metterti a fare coping convincendo te stesso di poterti tirar fuori dalla tua condizione Incel data la tua giovine età, ti saranno precluse saecula saeculorum, e perciò, insomma, sono feste tranquille, quelle di noi Incel, anche se girano ciocchi così d’erba e anfetamine come se nevicasse e l’Audisio alla fine ce l’ha fatta a farmi ingurgitare una pasticca d’ecstasy, ma è stato figo, è figo, anche adesso, perché vedo tutto come fosse un cartone animato, comunque, a parte il lato droghe, essendo una festa Incel popolata da Incel, anche se dubito gli Incel del laboratorio di decoupage siano redpillati circa la loro reale condizione, sebben un paio mi pare abbian fatte battute da femminismo di quarta ondata, ma potrebbe essere un relata refero, e non ho approfondito perché questa faccenda Incel è esclusiva e nel Telegram Matrix si è alquanto fermi, alquanto chiari, alquanto fasci circa il non andare a proclamare in giro ai primi venuti l’appartenenza a detto gruppo, e io rispetto la regola monastica del silenzio perché cazzo mi ci trovo da dio in quel gruppo e non voglio farmici buttare fuori, essendo festa Incel popolata da Incel, dicevo, c’era chi di noi del laboratorio decoupage giocava a Monopoli a un tavolo o in un altro tavolo a Cluedo e poi c’era il tavolo Risiko e il tavolo scala quaranta, e però ci si divertiva, a giocare questi giochi, e c’era chi spaparacchiato su un divano mezzo sfondato con le molle in bella vista si guardava un film su un plasma dallo schermo piatto rigato longitudinalmente, e pure la musica era commerciale, non la tecno-house, e qualcuno ballicchiava la bachata, sì, ma da Incel, o da sfigati, insomma, e caaazzzooo, la villa dell’Audisio era enorme, eeeennnnooormeee, caaaazzzoo, un prato enoooorme, quattro ettari almeno, e la casa sembrava quella delle favole dei fratelli Grimm, fatta com’ero mi ci volevo arrampicare a mangiarmi le tegole e assaggiare il comignolo del camino, e c’erano vari gruppetti sparsi per il pratone e ognuno si diceva la sua, e io saltabeccavo di qua e di là, intendo, da un gruppetto all’altro, e c’era un gruppo a giocare tiro alla fune, ma dovevi vedere quanto si divertivano pure, gli Incelli, ma soprattutto questi gruppetti ciacolavano, ciacolavano, e ciascun gruppetto sparava cagate di storie, strafatti di anfe o ecstasy o superalcolici, vestiti più o meno tutti con maglioni tinta unita verdone o marrone o con felpe beige o bordeaux ma felpe senza cappuccio ché col cappuccio sarebbe stato troppo anti-conformista cool, no, e poi husky verdone o marroncino e K-Way neri, e giacconi militari verdastri, uno un pastrano, un altro una sahariana,  quasi tutte le damine struccate, e dai capelli scarmigliati, per non parlare dei signorotti coi capelli unti e frangia bassa a coprire fronte e sopracciglia come va di moda adesso, insomma Incel, dalla punta dei capelli agli alluci dei piedi e non farmici pensare agli alluci se sono unti e pidocchiosi come i capelli, alluci di sicuro infilati in scarpe da ginnastica sporche e slabbrate e scucite, una virgola di Nike penzolante, un cuscinetto di Reebok bucato e fischiante, un mocassino screpolato come cartavetra, e questo solo per il lato look perché lato estetica è barzelletta tra Pizze Margherite, Apparecchi Ai Denti Modello Frankenstein e Fondi Di Bottiglia Da Poterci Leggere Il Futuro, e questi Incelloni anziché appartarsi e limonare, anziché intrecciare rapporti, questi ciacolavano esternando tutta la loro inidoneità alla vita, o leggi disagio sociale o sociopatia, e sì, un paio, in effetti, si sono avvicinati credo con propositi scopaioli, ma uno aveva la gobba e l’altro un paio di monocoli da gioielliere e perciò anda, li ho rispediti uno dall’ortopedico e l’altro dall’ottico, e quanto agli altri a parte Rick e Beltra e l’Audisio e Giachino e il Sergi, ovvio, il Sergi, il nostro coach, il nostro counselor, la star di pomeridiani incassi formativi ascoltando un tele-predicatore pazzo (troppo un mito, il Sergi!), non ho visto altri darci dentro con nessuna di noi, anche perché il divario era troppo netto, o troppo belle o troppo cesse e fiche di legno, e i Beta-Incel non avevano scatti d’orgoglio in un senso né moti di disperazione nell’altro, e non è da Incel blupillato la filosofia “basta-che-respiri”. Dunque, festa in bianco, giocando a Risiko, e ascoltando cazzate, ma di quelle cazzate top, così top eccomi panza all’aria nella mia stanza a raccontarle al mio cellu, perché non voglio dimenticarle, e poi perché causa ecstasy non riesco a chiudere occhio e avrei continuato a ballare la baciata e giocare Genga e Forza Quattro tutta notte fino al mattino alle sette. Invece, alle due bye bye, babies. E una di queste cazzate parte giusto dal garage dove stava il tavolino ingombro di tartine e panini e la pirofila di guacamole e la ciotola piena di patatine, il buffet, insomma, e il divano mezzo sfondato con le molle in bella vista, e consisteva nel commentare il film sul plasma, Il Macellaio, con Alba Parietti, dicendo in realtà questo film dalla trama all’apparenza così squallida e banale ossia una donna annoiata a trombarsi il macellaio sotto casa mentre il marito direttore d’orchestra è alle prese appunto con la direzione di un’orchestra a un concerto di classica musica, non poi così squallida né così banale, avendoci, invece, significazioni arcane alquanto esoteriche, dato in fondo Il Macellaio mette in scena il sostanziale conflitto tra due diverse energie: l’energia sessuale e l’energia derivante da forza lavoro e mostra quanto dopotutto l’energia sessuale per quanto possa essere potente e dannosa è in subordine rispetto all’energia derivante dalla forza lavoro creatrice di affermazione e successo, e insomma, il sesso nulla può contro il successo, e una donna può scoparsi il macellaio o può scoparsi anche una dozzina di macellai, ma se il suo uomo muove una cavolo di bacchetta a un concerto non c’è sesso a tenere, successo batte sesso tre a zero, e anzi Il Macellaio mette in scena qualcosa di pure più esoterico del conflitto tra energia sessuale e energia d’affermazione personale (quella comunemente detta centratura; mentre l’altra al massimo è quadratura del cerchio una volta ottenuta la centratura), ed è la correlazione involontaria tra le due energie, sinergia di energie ovverosia senza saperlo il personaggio interpretato dalla Alba Nazionale scopandosi il macellaio consente tramite l’energia sessuale sprigionantesi da questo atto l’affermazione personale del marito direttore d’orchestra, lei con i suoi movimenti di anca sospinge il marito verso la soglia del successo personale, lei con i suoi gemiti, lei con il suo selvaggio scopare crea l’energia necessaria al marito per vincere, e ascoltavo queste cazzate guardando la Parietti sullo schermo, scuotendo il capo, incapace di dare retta a questa teoria, e pertanto alzandomi dal divano mezzo sfondato, fabbrica di polvere, e portandomi fuori dal cielo stellato, brillante di orsa maggiore, orsa minore e Sirio là davanti, e la stella Polare sempre quella, e vagando da un gruppo all’altro, quattro passi quattro di bachata, finisco da un altro gruppo assiepato vicino a un ciliegio e uno di questi, sentite questa, uno di questi, il Rove, mi pare, sì, il Rove, e tanto per darvi un’idea di chi è il Rove, con il suo pullover marrone pantano addosso, e Puma dalle punte così spellate da sembrare averci cagato sopra un cane, e col facciotto cicciotto, pappagorgiuto, se il prof d’italiano me lo passa, questo aggettivo, è uno, tanto per darvi un’idea, dicevo, col cerotto sul naso rotto perché sostiene il suo avatar gli sia cascato di mano, abbia colpito lo spigolo di un tavolo e gli sia partito il naso, e lui si sia ritrovato, in un attimo, col naso rotto e sanguinante, ed allora cerotto, e il Rove, questo tipo, dice di averci il padre vecchio, tipo di settanta e rotti anni, e così in pratica pronto per l’ospizio, anche se al Rove va bene, perché prende bella pensione e non ha terrore di perdere il posto di lavoro gettando sul lastrico la famiglia dall’oggi al domani, e anzi al figlio può provvedere, e comprargli questo e quello senza tante storie, e comunque ci racconta, il Rove, del babbo: un signore anziano sì, ma ancora arzillo, a cui l’altro sesso piace, piace eccome, essendo dopo la dipartita della moglie, babbo singolo, e le racconta pure, al figlio, le sue conquiste, come la volta è uscito con una smandrappata, la quale lo ha portato a un bastione, di sera, con un freddo, per lui anzianotto, da battere i denti, tanto che avendo controllata prima la temperatura s’era incappottato, ma la smandrappata, essendosi vestita colla sola giacca, senza reggiseno, le aveva chiesto, dato il freddo, il cappotto, e lui allora a darglielo e lei a usarlo per sedersi su una panchina davanti a bel panorama, ed erano rimasti a parlare, e dopo un poco, non avendo risolto il guaio del freddo, lei gli aveva chiesto la maglia della salute, e lui anzianotto ma di tempra solida e per di più gentleman di natura, a darle pure quella, rimanendo in camicia, senza canottiera, e la smandrappata il pullover lo aveva usato, sì, ma come cuscino, sopra il cappotto, e così parlandogli, accoccolata, mentre lui dominava tremori dovuti al freddo, e lottava per pronunciare parole senza balbettii per via del battere dei denti, ha aperte, la smandrappata, le gambe, facendosi salire una gonnellina sotto la quale da un paio di mutandine nere scendevano un altrettanto paio di gambe da gazzella, senza calze, bianche come il suolo lunare, e lui, il babbo singolo, che vuoi farci?, si è infine slacciati i pantaloni, facendoli scivolare, quei pantaloni, giù fino ai calcagni, e rimanendo così, pur sapendo di rischiare l’arresto, ma incapace di frenarsi, fino a quando non si è coricato, il babbo, sopra la smandrappata, e nello schiacciarle una guancia sulla guancia… “Ecciù!” gli è partito, “Ecciù! Ecciù! Ecciù!” ha ribadito… e lei si è messa a ridere, e si è tirata su, e i due sono scesi, la smandrappata e il babbo singolo, a valle, a prendersi un brodo caldo, e quest’uomo, così presentato, e siamo alla storiella il Rove vuole dirci, prende l’ascensore ogni giorno, un ascensore di quelli antichi, da Novecento appena iniziato, con funi e contrappeso ben visibili da una ringhierina a maglie rombiche sulla tromba delle scale, e con le pulegge arrugginite a fischiare e fischiare inquietanti, e una cabina stretta e traballante, vibrante, la quale quando si ferma al piano ti fa sobbalzare e se tieni in mano il cellu devi andarci cauto se non vuoi ritrovartelo ai piedi e raccoglierlo con una fenditura longitudinale di traverso lo schermetto, e ogni giorno sull’ascensore incontra, il padre del Rove, la vicina di casa, e siccome non sanno cazzo dirsi anche se sono vicini di casa da cinquant’anni, essendo, tra l’altro, lui anzianotto e lei cessa, si rintanano nell’argomento salvagente per eccellenza, le condizioni atmosferiche, e si mettono a parlare del bollettino metereologico, solo che con l’età il padre del Rove ha montato tutto un interesse specifico per l’argomento in oggetto, vuole sapere che tempo farà e quanta umidità e ogni particolare, e così dopo poco in ascensore, subito dopo aver schiacciato il 3 sul quadro elettrico, e aver azionati cilindri e pistoni, sperando la valvola di blocco non si metta di nuovo a fare la stupida, stoppando la cabina d’ascensore quando lo vuole lei senza alcun reale pericolo, e costringendo chi all’interno ad azionare l’allarme, si passa da un dialogo del tipo… Continua a leggere

Biagio Salmeri

a cura di Giorgio Stella

Le voci dei dispersi, e in rapida sequenza,
la bocca impastata, la testa pesante,
una allarmante chiazza violacea, sacchi
di plastica con la cerniera, bandiere sui balconi,
una vecchia che sorride senza incisivi,
il tempo di scavare una fossa, sotto
un qualunque insediamento umano la terra puzza,
l’uomo in canottiera,
che guarda la tv, con tutto quell’adipe, gli aloni
di sudore, i sandali ai piedi,
il vento è infestato di microrganismi,
un’altra vita è possibile
sotto forma di scarafaggi,
c’è tutto l’occorrente per farsi esplodere,
da buoni occidentali, una fame bulimica,
un’emicrania cronica, un raptus di follia.
Settembre, prima che la scuola riprenda,
il ripasso della caduta.

Tamara Vitan, “La salvezza compie passi piccoli”

di Mauro Ferrari

Una raccolta bipartita, quella di Tamara Vitan, al secondo libro dopo l’esordio di Accade la luce (Firenze Libri 2022): si tratta di due sezioni che danno origine a una sorta di prosimetro, con una prima parte, Lettere a un’amica, in una prosa lievissima di riflessioni diaristiche e una seconda, eponima, in versi liberi. Si tratta di due sezioni che nelle rispettive modalità si parlano: il colloquio con l’amica morente, giunta sulla soglia fra vita e oltrevita, è una splendida riflessione sul valore della nostra esperienza terrena, da vivere non tanto alla maniera heideggeriana di un “vivere per la morte”, ma con una forte consapevolezza religiosa che l’oltre che attende alla fine non è che l’inizio della trascendenza. Continua a leggere

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 47

Ipertrofia interpuntiva

«Il premier incaricato, Giuseppe Conte, ha terminato il giro di consultazioni» («la Repubblica», 30 agosto 2019).
Se anche voi fate così ripensateci: non dite forse «Il poeta romantico Friedrich Hölderlin ha scritto opere fondamentali», senza isolare il soggetto tra due virgole?

Valentina Simona Bufano

a cura di Giorgio Stella

Il suonatore di fisarmonica

L’essere discreto si avvolge nel freddo mantello.
Aveva ascoltato l’Angelo esporre le tre scelte, ma
barcollava sulle nuvole e cadde, nascendo in Marzo
ma non in Primavera, in v. Di Mezzo, possibilità di sconfinare.
Attento al movimento dell’insieme,
che deve comprimersi e distendersi
come il corpo d’una fisarmonica
si lascia scorrere tra le strade acciottolate
fino alla chiesa a spiegarsi perché
quello strumento che occupa le mani nascondendo il cuore.
Nelle tasche profonde del mantello rosso
non sono ancora appassite le sementi:
si rompe i tacchi nei vicoli più ruvidi
rincorrendo le note con le dita.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Festa di Tutti i Santi

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati. Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». [Mt 5,1-12a] Continua a leggere

15

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 1

Il Cibo 1. Mangiando s’impara

Sembra facile: “vivere pienamente con i nostri piaceri non meno che con i nostri principi”. Ancora: “La consapevolezza che i sensi sono parte della nostra intelligenza è ciò che ci rende umani”.
Vola alto Adam Gopnik nel suo In principio era la tavola; lo scrittore americano, saggista capace di svariare con la stessa penetrante competenza (priva di supponenza) dalla storia delle idee politiche, al costume, alle biografie, costruisce attorno al cibo un libro incatturabile, che sta al punto ma si dipana in più direzioni. Vediamo. Continua a leggere