di Giovanni Agnoloni
Paolo Codazzi è autore del romanzo Il destino delle nuvole (ed. Mobydick) e fondatore del Premio Letterario Chianti. Ho avuto il piacere di intervistarlo.
– “Il destino delle nuvole” è un titolo che è in sé già un programma narrativo: le tue righe sembrano scorrere sull’orlo della mutevolezza del destino e del pensiero. Qual è la fonte della tua ispirazione?
Ho sempre avuto un particolare interesse per il senso filosofico del destino, nella piena condivisione di un’affermazione di Virginia Woolf, “ciò che è non poteva non essere”. Ma in particolare la lettura di un testo dell’ ‘800 di uno dei primi meteorologi (riportato in esergo al testo) mi suggerì di fondere una storia che già avevo in mente con la mutevolezza delle nuvole associata alla precarietà dei destini degli umani. Tutto questo mi sembrò anche coerente con il mio modo di scrivere: lessico, sintassi, nel quale avrei potuto liberarmi come una nuvola nel tracciare “cumuli” sintattici che magari avrebbero appesantito qualsiasi altra argomentazione. Il mio modo di scrivere (che, a detta di molti critici mi identifica dalla prima pagina, e questo non mi pare poco), apparentemente barocco (per chi ha un’idea “barocca” del termine), è in realtà secondo il mio modesto parere molto moderno, o quanto meno contiene una modernità nel tentativo di salvaguardare un linguaggio letterario dalle superfetazioni della modernità sia in termini lessicali (scarsa ricerca di molti colleghi), sia in termini sintattici (per i quali la comunicazione tout court pare essere l’obiettivo necessario).



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