Interrogazioni sulla poesia di Roberto Rebora

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Nadia Agustoni

Roberto Rebora, nipote di Clemente Rebora, esordì con una prima poesia in “Circoli” nel 1932 e collaborò dal 1938 a “Corrente” pubblicandovi recensioni, poesia e critica del teatro. Dal 1935 al 1936 fu in Abissinia; in seguito richiamato alle armi dopo l’8 settembre 1943, finì in Germania, in vari campi di concentramento, per aver combattuto contro i tedeschi. Al ritorno riprese ad occuparsi di teatro e critica letteraria, pubblicando nel tempo varie raccolte poetiche. Si spense a Milano nel 1992, aiutato economicamente negli ultimi anni da pochi amici. I benefici della legge Bacchelli arrivarono tardi, concessi appena pochi mesi prima della morte. Il suo essere appartato non ha giovato alla conoscenza della sua poesia. Alla sua morte Carlo Bo scrisse su “Il Corriere della Sera” un breve, intenso ritratto, chiamandolo “il più puro dei poeti dell’Italia di questo secolo”.

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Poliscritture n. 9, Dedicato a Franco Fortini

Martedì 5 febbraio alle ore 21 sarà presentato alla Libreria Popolare di via Tadino 18, a Milano (tel. 02.29513268, [email protected]), il n. 9 di Poliscritture.

Il numero 9 di Poliscritture è interamente dedicato alla figura del grande critico e poeta toscano Franco Lattes (alias Franco Fortini), uno degli intellettuali che ha occupato la scena letteraria e culturale del secondo Novecento, una figura ingiustamente dimenticata dalla cultura odierna, ma con la quale prima o poi bisogna fare i conti. Continua a leggere→

Vivalascuola. Rileggiamo don Milani

Rileggere Lettera a una professoressa significa tornare alle questioni di base, alla funzione ideologica della scuola e a quella di selezionatrice della classe dirigente… Lettera a una professoressa ci insegna la democrazia, l’esatto contrario dell’Italia contemporanea, corporativa, razzista, opportunista e cinica, dove uomini mediocri – dietro ai quali, tuttavia, ci sono precisi gruppi di potere intelligenti – decidono i destini d’intere generazioni… (Stefano Guglielmin, qui)

L’esperienza della Scuola di Barbiana e la sua eredità odierna
di Franco Toscani

1. La “parola ai poveri”. Una lotta per la cultura e il linguaggio, per l’eguaglianza e la dignità
Lettera a una professoressa – che ancor oggi, a decenni dalla sua pubblicazione, suscita polemiche e discussioni appassionate – è ben più che un atto di denunzia contro la scuola classista, è la rivendicazione d’una scuola al servizio della vita, che prepari ad essa con rigore e concretezza, senza vuoti formalismi. Continua a leggere→

FELLINI, REGISTA DEL SOGNO, E LA VISIONE DELLO SPETTATORE

di Saverio Bafaro

da Postpopuli.it

Durante le riprese de La città delle donne, a un certo punto Fellini ricreò dal nulla il mare. Fece distendere a terra – per una superficie sufficientemente larga – semplici fogli di plastica azzurra e vi nascose sotto dei rulli meccanici, fatti ruotare avanti e indietro, dando così l’illusione del movimento delle onde. Il mare ricavato artigianalmente era divenuto, così, più reale di quello disponibile sin da subito all’occhio.
«Per me sono più vere le cose che mi sono inventate», dichiarava il regista, interrogato nel documentario di Damian Pettigrew: Sono un gran bugiardo.

Federico Fellini (da Wikipedia)

Il cinema felliniano è, da un punto di vista dei contenuti, un’auto-rappresentazione inconscia, fatta esplodere in auto-celebrazioni epiche (come in 8 e ½) o riparata in riflessioni nostalgiche, volte a riaprire il dialogo con i vivi (come in Ginger e Fred).

Federico Fellini è, senz’altro, il Picasso dell’immagine in movimento, un macchinista di illusioni create e demolite tutte in una volta, un demiurgo che, nella sospensione del sogno, dà giustificazione di sé, conducendo il cinema verso soluzioni ultimative. Le sue pellicole si nutrono spesso della dinamica onirica e del rimaneggiamento del ricordo. Il sogno è l’universo circolare, il magnifico tendone, il contenitore del mistero e della bizzarria della creatività semi-controllata dall’Io, la piazza nella quale si allena il contatto voluto a tutti i costi con i ricordi e le fantasie personali. Nel sogno è, per definizione, abolito l’arbitrio. Nel sogno l’azione avviene e basta, senza mediazioni. Questo giustifica, da un lato, la diversità felliniana rispetto a film dalla struttura palesemente narrativa, la cui base letteraria fa prevalere la parola sul vedere e, dall’altro, il rapporto del regista con i suoi attori: un patto dichiarato e condiviso tra un burattinaio e le sue marionette, preparate a mostrarsi nei messaggi dei corpi, annullando introspezionismi e sovrastrutture: non può pensare chi è già frutto di un pensiero. Continua a leggere→

37. Quella cosa

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da qui

Ci stai girando intorno perché sai che prima o poi ci arrivi: è lì che è avvenuta la svolta, il sisma che continua, ancora oggi, a far crollare edifici fatiscenti, ponti ridotti a carcasse logorate dal tramestio fitto dei passi. Continua a leggere→

Axis mundi. Racconti della Brianza

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di Gianni Fumagalli

 

SALA DON BOSCO

 

Quando ci rimisi piede dopo molti anni non era più la stessa cosa. Le sedie, poche file in una combinazione di plastica e metallo in giallo-nero da autogrill, niente a che vedere col luogo e la sua storia; lo spazio, compresso e rimpicciolito dal tempo da renderla addirittura pari a una sala d’attesa; il palco, quasi un corridoio. Eppure posso dire, senza esagerazioni nostalgiche, che in quel luogo tutte le giovani generazioni hanno vissuto alcune tra le esperienze più significative della loro vita. Chi, del nostro piccolo paese brianzolo, tra gli anni cinquanta e settanta non ha lasciato sogni, emozioni, progetti nella sala cinematografica dell’oratorio ricavata da una vecchia chiesa sconsacrata. Ancora il campanile, svettante e ben conservato, per chi viene dalla statale trentasei, direzione Lecco, a dare l’ illusione di un attivo luogo di culto. Continua a leggere→

Caterina Davinio, Il libro dell’oppio

Davinio

Una nota di lettura di Paolo Polvani

Ricordavo i versi di Eros Alesi, letti in una memorabile antologia curata da Antonio Porta edita da Feltrinelli, Poesia degli anni ’70:

— Cara, dolce, umana, sociale mamma morfina. Che tu solo tu dolcissima mamma morfina mi hai voluto bene come volevo. Mi hai amato tutto. Io sono frutto del tuo sangue. Che tu solo tu sei riuscita a farmi sentire sicuro. Che tu sei riuscita a darmi il quantitativo di felicità indispensabile per sopravvivere. —
E ora questo libro di Caterina Davinio che spalanca nuovamente la finestra sul panorama di quegli anni:

Morphine (gocce)
Gocce di morte
nella pelle avida
Gocce di morte
sulle cicatrici
Gocce di morte
sulla fame che stordisce. Continua a leggere→

36. Sacchi

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da qui

Se la bellezza, forse, non ti è bastata per salvarti, la scrittura ti ha permesso di trovare una valvola di sfogo. Scrivevi dappertutto: su fogli volanti, nelle pagine ingiallite delle agende, in quaderni gualciti, perfino sul retro delle copertine di libri ormai inservibili. La tua stanza era un deposito di versi, racconti, inizi di romanzi, che ogni tanto riprendevi per poi abbandonarli nuovamente. Vista da qui, la tua vita è una fila ininterrotta di parole che ti lasciavano sempre insoddisfatto e, quanto meno ti ci ritrovavi, tanto più finivi col moltiplicarle, come se il punto fosse rintracciare un giro giusto di frase, il cortocircuito folgorante in grado di placare la ricerca a volte ansiosa, a volte disperata di un senso, di uno stile. Ogni tanto frugavi nei cassetti e negli scatoloni, ne estraevi un testo, sprofondavi nell’attimo fuggente di un ricordo, convinto di aver intercettato l’intuizione decisiva, fermato il tempo nell’istante in cui il tuo io fosse capace di staccarsi dalle sue paure e immergersi nella contemplazione di un oggetto, un tronco di tiglio, per esempio, con la corteccia dai pezzi sovrapposti, frammenti lacerati da piaghe dolorose, come quelle che avvertivi dentro te: immaginavi la scorza separata dal fusto della pianta, la patina, consunta dagli agenti atmosferici, strappata via con un gesto della mano; e allora, perché non pensare che lo stesso sarebbe accaduto alla tua vita, che la forma esterna, consumata dagli sguardi, la continua tentazione di ridurre l’esistenza alla corteccia, non potessero troncarsi con un colpo secco, un taglio perentorio, un odio, insomma, che scalfisse il desiderio di godere e possedere che t’aveva risucchiato fino a ora e da cui disperavi di sganciarti? Come un albero, sentivi affondare nella pelle di ragazzo, e poi di uomo, la lama acuminata dell’egoismo più meschino travestito da amore. Una foglia di tiglio: questo avresti voluto divenire; permettere ai grappoli di frutti di volare; solo allora ti saresti ricordato che tiglio vuole dire ala. Adesso era più chiaro: se fossi riuscito a strappare la corteccia, a ritrovarti al di là della maschera frivola del rubacuori, avresti indovinato la parola che cercavi, una delle tante che vagavano imperterrite nella stanza straripante di carte e si fermavano ogni tanto ora su un prato, ora su una nuvola; una parola leggera e impercettibile, al punto da fluttuare senza vento, tanto profonda da abitare al centro del tuo cuore, dove l’unico capace di conoscerti sarebbe finalmente sceso, convincendoti a riempire sacchi e sacchi di fogli, quaderni, copertine, affrancandoti dal peso insostenibile della fila infinita di parole, troppo pesanti per competere, da sole, con la forza di gravità del tuo dolore.

Prepararsi a rinascere

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Si è concluso ieri il corso intensivo d’italiano organizzato come ogni anno dalla Dante Alighieri di Auckland. Cinquanta studenti, cinque insegnanti, cinque giorni di lezioni, pranzi, chiacchiere e visione di film.
Il tema di questo corso è stato l’immigrazione, fenomeno di cui solo negli ultimi decenni sembriamo esserci davvero ricordati, ma che ha caratterizzato la storia dell’umanità – e dell’Italia in particolare – dalle sue origini fino ai nostri giorni. In fin dei conti non esiste paese o città che non siano stati costruiti sull’accumulo delle scelte, delle fatiche, delle sofferenze e del coraggio degli uomini e delle donne che hanno deciso d’andarci a vivere.
Il primo dei film proiettati è stato Pane e cioccolata (1973) di Franco Brusati, con uno straordinario Nino Manfredi nella parte del protagonista. Pane e cioccolata ha risentito forse un po’ troppo dello scorrere degli anni, ma i suoi (pochi) difetti sono di gran lunga controbilanciati dai (numerosi) pregi: i difetti vanno ricercati nel ritmo, nel montaggio e nella lunghezza di certe scene che in alcuni casi (come ad esempio nell’episodio del pollaio) passano dal surreale al grottesco, per poi sconfinare malauguratamente nel didascalico. I pregi stanno invece nella capacità di raccontare una storia legata ad un argomento difficile (quello dell’emigrazione italiana in Svizzera negli anni sessanta) e di saperlo fare coi toni di una commedia Continua a leggere→

La passione del “noi” e il conflitto, il mondo di Giorgio Gaber. Due parole sul saggio del prof. Claudius Messner

coper.gaber.jpg.2Sono un uomo che ci crede ancora…sono malato

di conoscenza, di voglia di cambiare le cose…

Forse è da lì che ciascuno di noi dovrebbe

ripartire, dall’individuo e dalle sue contraddizioni.

Giorgio Gaber (1984/1998)

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La passione del “noi” e il conflitto, il mondo di Giorgio Gaber. Due parole sul saggio del prof. Claudius Messner

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di Antonino Contiliano

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La realtà, lasciò scritto Bertolt Brecht nei suoi pensieri sull’arte e la letteratura (oltre che nei suoi testi poetici e teatrali), ha più forme di quante ne possa inventare la poiesis dell’uomo, e di quelle che la “modernità”, in particolare, ha pensato e agito per creare un uomo e una società nuovi. Questi, specie nel Novecento, il “secolo breve”, ci ha provato (sintetizziamo e per approssimazione), fallendo, infatti, in modi diversi (ma il secolo breve avrebbe anche di che difendersi di fronte a un tribunale!). Sono le prove delle grandi guerre e delle rivoluzioni rosse, nere, gialle e bianche; quelle dei blocchi contrapposti e degli equilibri del terrore o quelle degli ecumenismi etico-religiosi fondamentalisti, e di segno diverso; quelle tecnologiche e ideologiche della prima e seconda (post-fordista) industrializzazione o quelle che fanno appello al diritto, ai diritti e ai diritti fondamentali, etc.

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LA MEMORIA DI AUSCHWITZ: “LA NEVE NELL’ARMADIO”, DI ENRICO MOTTINELLI

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Il giorno di Auschwitz, il giorno della memoria. Quest’anno l’ho affrontato in un’intervista con Enrico Mottinelli, autore de La neve nell’armadio (ed. Giuntina), un libro che scava nel significato profondo della terribile esperienza storica di O?wi?cim. L’opera, nella parte conclusiva, presenta anche una conversazione con una sopravvissuta a questo e ad altri campi di sterminio, la scrittrice ungherese Edith Bruck.

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(da lasestina.unimi.it)

– Ogni anno si celebra il giorno della memoria, focalizzato sull’olocausto, e legato in modo particolare ad Auschwitz. Alla luce del quadro di orrori globali che la storia anche recente presenta, avrebbe senso pensare di fare di questa ricorrenza un giorno dedicato al ricordo e alla condanna di tutti gli stermini?

Il Giorno della Memoria è stato collocato il 27 gennaio perché in quella data l’Armata Rossa liberò il campo di Auschwitz, peraltro già abbandonato dai tedeschi poco prima. Quella data è diventata il simbolo della fine di quella vicenda, sebbene gli ultimi campi siano stati raggiunti anche mesi dopo.

La questione che poni mette in evidenza un tema molto ampio, ovvero l’unicità di Auschwitz (inteso non come un singolo campo, ma come simbolo dello sterminio). Auschwitz è diverso dai tanti stermini che la storia dell’uomo ha conosciuto prima e dopo? Credo di sì. Lo è da un punto di vista direi “filosofico”, come scrive George Steiner. Auschwitz è stato qualcosa di più e di diverso da uno sterminio di essere umani per mano di altri esseri umani. Volendo sintetizzare, direi che ad Auschwitz l’uomo ha tolto il velo del senso che aveva costruito fino a quel momento, e sfruttando tutto il meglio delle cose che sa fare (scienza, tecnologia, organizzazione, diritto ecc.) ha messo in scena una catastrofe immane. Ad Auschwitz l’uomo ha distrutto il senso e si è affidato al non senso. Fare memoria di quell’evento significa tenere presente che, qui e ora, ognuno di noi deve sapere che convive con questo baratro di caos, che si porta dentro da quando ad Auschwitz si è reso possibile e manifesto. Continua a leggere→

“MELE MARCE” E IL NOIR IBERICO. INTERVISTA A JUAN MADRID

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Juan Madrid, come ebbe a dire una volta Manuel Vázquez Montalbán, è uno dei “due” veri scrittori noir spagnoli. Acuto osservatore della società che ritrae nei suoi romanzi, è autore di Mele marce. Marbella noir (ed. e/o), un romanzo che descrive il sottobosco criminale della Costa del Sol. Lo ringrazio per avermi concesso questa intervista.

– Mele marce è un romanzo che intreccia i destini di diversi profili umani, criminali e non, sullo sfondo di una Costa del Sol che siamo abituati a vedere soprattutto nei cataloghi turistici. L’umanità di questo “sottobosco” è così lontana da noi?

Non è lontana, è accanto a noi, e convive con noi.

– Qual è il segreto del genere noir? Perché cattura così tanto i lettori?

Parla della morte, del crimine, della forza di attrazione esercitata su di noi dal male. Io però penso che a tutto questo si aggiunga il fatto che il romanzo noir sa raccontare alla società meglio di qualunque altra forma letteraria. Continua a leggere→

“STORIA DEL SUBLIME”, DI GIUSEPPE PANELLA: PRESENTAZIONE FIORENTINA

Presentazione dell’opera di Giuseppe Panella

STORIA DEL SUBLIME. Dallo Pseudo Longino alle poetiche della Modernità

LIBRERIA IBS FIRENZE – Via de’ Cerretani, 16/R

(Editrice Clinamen)

mercoledì 30 gennaio 2013

ore 18,00

    Storia del sublime

Intervengono:

SANDRO BERNARDI

GIANLUCA GARELLI

Coordina
CAMILLA PIERI
per la Editrice Clinamen
Sarà presente l’Autore Continua a leggere→

gibellina renda

Il primo giorno c’è un sole piccolo che illumina

ciò che rimane del nulla, e il nulla non ha fretta.

Le ossa piegate, il respiro interrotto ai tessuti vitali,

i capillari, i contorni dei vivi e dei morti.

Ci sono da raccogliere solo i morti, e i morti

 

non hanno fretta. La madre-pia è una madre-

pelle, una coperta che muori se la perdi. Continua a leggere→

Vivalascuola. Come migliorare l’insegnamento della Matematica?

La matematica è da tempo indicata come la bestia nera della scuola italiana. In precedenti puntate di vivalascuola Alessandra Angelucci ci ha aiutato a capirne le difficoltà e perché, viceversa, è importante lo studio di questa disciplina. Adesso ci fornisce dei suggerimenti che possono essere utili non solo per sconfiggere la bestia, ma più in generale per migliorare l’insegnamento anche delle altre discipline.

Cosa fare per stanare la bestia, colorarla, farsela amica?
di Alessandra Angelucci

Cosa si può fare per insegnare meglio la matematica?
La scuola italiana non se la passa bene. Se ne parla spesso: l’edilizia fatiscente, gli strumenti (tecnologici e non) che scarseggiano, gli stipendi e gli orari degli insegnanti (impossibili da stablire, i secondi e da adeguare, i primi), i tagli alle spese, la dispersione scolastica, ecc… Ma mi sembra si parli troppo poco, e troppo male, dell’aspetto più importante: alla fine, gli studenti, cosa imparano? Continua a leggere→

Gli impossibili Esercizi sulla Madre di L. R. Carrino

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Esercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino, Perdisa Pop

Non è un libro semplice, questo, nel bene e nel male. Non è un libro della sera, o del treno: è un libro che va propriamente letto, anzi imparato a leggere, cosa che si fa dalla ventesima pagina fino all’ultima. La parola in alcuni passaggi è davvero preziosa, incidente, perturbante, auto compiuta. A volte troppo: la parola si gonfia e pretende tutto, anche di non essere capita; altezzosa, distante. E a volte ciò che si narra è iperbolico, sovradrammatico, implausibile, mi ha lasciato una sensazione di eccedenza, di volontà di effetto; anche se non penso che l’autore ne avesse il proposito. La sensazione che ho, invece, è che Carrino volesse provare a guardarsi dentro uno specchio mentre vomitava, piangeva, gridava, ma tutto piano, tutto solo mouse e tastiera, con persino qualche sorriso di bravura che ci sta tutto: la sua penna è compiuta e poetica, raffinata.
Ci vuole un anticoagulante, e tempi morbidi, per compiere il viaggio di questa lettura, che non è per tutti, e non è per qualsiasi giorno. “Esercizi sulla madre” è la storia di un bambino di 38 anni che abbandonato dalla madre una notte di 30 anni prima non ha mai smesso di escrescere intorno a quella fuga senza addio, di cui solo nella conclusione ribalta il finale. Continua a leggere→