La parola ai poeti. Giorgia Leuratti

La poesia, forza incendiaria

Ricollego la poesia a una forza incendiaria, la parola bruciante che rimane in gola, che costringe e necessita d’esser detta. L’atto che la sottende, è simile a una pronuncia scritta– e quindi incisa- un atto che separa l’inesistente o il vacuo da ciò che non mediatamente, assume forma.

Accade che in modo in- perpetuo o intermittente un qualche significato sotterraneo entri con il significante in segreta corrispondenza.  Segreta quanto urlante, la creatura onomatopeica, che è ancora mera associazione inespressa, implora di avere corpo, di esistere e farsi manifesta.

Ciò che guida la composizione è forse la linfa che innesta un processo organico, quello per cui un ultrasuono passa ad essere ronzio confuso e poi, per necessità, parola; un’energia liquida che si aggrappa all’accadimento, uno stupore, un dolore, una commozione, o un tempo contemplativo; per straripare. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Carlo Ragliani

Fare una summa di poche righe su cosa sia la poesia mi sembra atto denudante, senz’ombra di dubbio, ed al contempo tristemente incompleto, propenso all’assiomatico, ed incline all’apodissi. 

Cosa sia l’arte per un autore sembra richiedere d’ufficio una integrazione, e non appare inganno asseverare che se una tale domanda manifesta in primo l’incompletezza dell’opera scritta, d’altro canto manifesta anche la scarsa ricezione di questa; e, quindi, l’altrettanto insufficiente capacità di veicolare l’innominabile sangue da parte degli autori. 

Faccio mia la visione etimologica di poesia: un fare, un’azione di cui siamo certamente imputabili. Deinde, la responsabilità commista al dovere di fagocitare lo spirito del tempo in cui viviamo.  Continua a leggere→

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Intervista a Eleonora Nitti Capone

di Massimiliano Bardotti

1) Come e da dove nasce l’idea di questo libro? E potresti dirci qualcosa sul titolo? 

Tutti i miei libri nascono figli di una vocazione e la vocazione è tentare di vivere il vero del mondo e, perciò, di cantarlo.
Il titolo è una citazione biblica dalla Lettera agli Ebrei, questa dice chiaramente, dichiara la possibilità per l’uomo, grazie al contatto con un riferimento più alto e più grande di sé stesso, una fede in un senso vasto del termine, di compiere l’incredibile, come chiudere a mani nude le fauci aperte dei leoni, o qualcosa di molto più grande ancora.

2) Da dove nasce, per te, la necessità, o l’intenzione, di scrivere poesia? Si tratta più di una scelta o una risposta a una chiamata? Continua a leggere→

La parola ai poeti. Diego Riccobene

Il cerchio della poesia è misterico, questo primamente mi vien da dire. Non tutti accedono, non tutti possono vaticinare, e chi prova a farlo senza averne la prontezza e la disciplina rischia di esserne svenato. È vicenda di responsabilità e necessità. Mi riferisco qui all’ananke e non all’urgenza – parola vittima di maluso nel nostro sermo cotidianus, in seno alla salvaguardia di una genericissima libertà espressiva.

Gwion, cantore celtico per eccellenza, bardo dei bardi, era un giovane contadino quando fu ustionato dalla cozione incantata che la Dea Bianca stava preparando. Egli si bagnò presso il calderone della sophia e si ritrovò in grado di poetare; nondimeno un enigma da lui proposto, similmente a quello emanato dalla Sfinge, lo erse nella conclave degli eletti, per fare ingresso nella quale erano necessari anni di apprendistato, percorsi severi cui l’ollave era sottoposto: l’apprendimento di un bagaglio arcaico e vastissimo da impiegare. Disciplina. Continua a leggere→

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Nostra pace


Cerchiamo riposo in molti modi, aneliamo a un rifugio dallo stress. Si diffondono sempre più le discipline orientali di meditazione. Dimentichiamo, così, la via sicura: riposare pensando a Gesù. A Cristo, nostra pace.

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La parola ai poeti. Federica Maria D’Amato

“La cosa”

Penso a come dire questa fragilità che è guardarti
Mario Benedetti, da Tutte le poesie (Garzanti, 2017)

 

Penso a come dire questa fragilità che è scrivere cosa sia, o non sia, la poesia, tutta la poesia o una sua parte, ma ho timore ch’essa non sempre esista o almeno non sempre e non solo per noi.
Penso a come dire quella fragilità che è spiegare perché iniziai, molto tempo fa, a tentare il verso e perché, in modo fallimentare, io tenti ancora il non-tentabile per definizione.
Meno fragile sarebbe, per me, pensare e scrivere che la poesia (forse) non esiste e non esistono i poeti, se non in rare e fulminee occasioni (occasioni montaliane, occasioni a noi precluse). Continua a leggere→

Il santuario delle ombre, di Amir Valle

di Riccardo Ferrazzi

Il santuario delle ombre,  di Amir Valle. Traduzione di Giovanni Agnoloni

Realismo sucio (letteralmente: realismo sporco) è la tendenza dominante fra gli autori della diaspora cubana, della quale Amir Valle è forse l’esponente di maggior spicco.

In questo Santuario delle ombre, Valle denuncia le efferatezze a cui giungono i trafficanti di esseri umani che si offrono di trasportare dall’Avana a Miami clandestinamente (e a caro prezzo) i cubani che preferiscono l’inferno capitalista della Florida al paradiso castrista. Ma non solo: dipinge anche la realtà, spesso retriva e conservatrice, di un regime ormai privo del suo caudillo (che lo reggeva a base di propaganda e repressione) e non sa fare altro che proseguire su questa strada anche in mancanza di un capo carismatico. Continua a leggere→

Intervista a Prisco De Vivo sui suoi Imperdonabili

di Rosaria Ragni Licinio

È dall’etimologia del termine filosofia (in greco antico philosophia composto di phileîn, “amare” e sophía, “sapienza”, ossia “amore per la sapienza”, che germina la produzione pittorica del pittore e poeta Prisco De Vivo. Questa nozione di filosofia trova le sue fondamenta in Platone, ma anche in Senofonte e nel giovane Aristotele ed oggi trova una sua collocazione specifica nella ricerca della verità e nei modi in cui essa si rivela, cioè attraverso il pensiero inteso come atto totale e totalizzante. Ed è proprio partendo dal concetto di pensiero che si arriva ad una profonda riflessione su quelli che il pittore De Vivo ama definire “i suoi testimoni pericolosi”, protagonisti indiscussi del ciclo I Reperti degli imperdonabili. Le opere che compongono questo ricco ciclo pittorico sono realizzate utilizzando le più svariate tecniche e materiali pittorici e extra-pittorici come: carboncino, acrilico, matite, pastelli, stoffe e pezzi di indumenti vintage, carboni, cenere, carte colorate, fiori secchi, vecchi mozziconi di sigari, corde, spaghi, gesso, metalli e cartoni invecchiati.

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Incontri XXXI

Franz Kafka (1883-1924)
da: Bambini sulla strada di campagna

Andai verso quella città, della quale si diceva nel nostro paese:
“Lì c’è gente, pensate, che non dorme!”
“E perché non dormono?”
“Perché non hanno mai sonno.”
“E perché non hanno mai sonno?”
“Perché sono matti.”
“Ma i matti non hanno sonno?”
“Come fanno i matti aver sonno?”

Rachel Wetzsteon (USA, 1967-2009)

Blue Octavo Haiku

dopo Kafka

Indolenza e impazienza
sedute su grosse poltrone,
pianificando la mia rovina.

Una gabbia malvagia
volava lungo l’orizzonte
alla ricerca di un uccello.

Bruciavo d’amore,
in stanze vuote voltavo
coltelli contro di me.

“Guarda il cancello luminoso”,
disse il guardiano. “Ora vado
a chiuderlo. “

Appena avevano pulito la strada,
cadevano nuovi mucchi
di foglie secche.

Ma nulla uccide la fede
come una ghigliottina,
tanto pesante, tanto leggera.

Felicità? Trovare
il tuo nucleo indistruttibile
e abbandonarlo a sé.

Nel cielo
volava senza fiato
una legione di corvi impossibili. Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


II Avvento Anno B

(Is. 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc.1, 1-8)

  “Nuovi cieli  e terra nuova”. Ogni inizio si comprende dalla fine. L’accorata invocazione di Isaia, “se squarciassi i cieli”, della prima domenica di Avvento, trova una prima risposta: “inizio della buona notizia”. Quando i cieli si squarciano ed è rivelato il vero volto di ciò che era nascosto, appare l’insufficienza di ciò a cui siamo aggrappati. Da qui il “Vegliate” della scorsa domenica. Quando si comincia a prendere consapevolezza della insufficienza e della inadeguatezza della nostra risposta, allora è il tempo dell’inizio. E questo inizio non può che essere novità assoluta. Non sarebbe inizio se fosse semplicemente una ripetizione o la realizzazione di un progetto. Inizio segna una cesura, un ricominciare totalmente nuovo. Quando meno lo si aspetta, in un’ora che non sappiamo, giunge un Inizio ed è una buona notizia. Novità che riguarda cielo e terra. “Nuovi cieli”  segna un modo nuovo di considerare il rapporto con Dio. “Terra nuova” è il nuovo modo di guardare dentro l’orizzonte della storia. Entrambi hanno al centro l’uomo. Non è per nostra iniziativa che si realizzano “cieli nuovi”, ma è per noi, anzi, con noi, che questo accade. La novità assoluta di Dio, nella sua totale indisponibilità,  costruisce la mia nuova umanità. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Davide Morelli

Ho iniziato a 21 anni a scrivere versi e ho smesso a 47. Un tempo cercavo di descrivere le mie epifanie, le mie “corrispondenze”; cercavo di esprimere la mia voce interiore. Scrivere per me allora era cercare di cogliere quel che Auden chiamava “il nervo delle cose”: l’essenza del reale e la profondità di me stesso. Certamente da giovane ero affascinato dalla concezione e dalla figura romantica del poeta; allora  avevo un’opinione edulcorata della comunità poetica, di cui non conoscevo minimamente i lati negativi.  La poesia può essere espressione d’amore, pensiero della morte, tentativo di rendere eterno un istante, espressione del proprio disagio e/o della propria solitudine, denuncia sociale, intenzione rivoluzionaria, desiderio di cambiare il mondo, descrizione della bellezza, ricerca di spiritualità, creazione di miti. Può essere una sola di queste cose, essere quindi monotematica, o tutte queste cose insieme. Credo nella poesia come espressione della sensibilità e della  razionalità umana (per quel che è possibile). La parola poetica a mio avviso può dirci sempre qualcosa di nuovo sul mondo e sull’animo umano. La parola poetica può mettere ordine nel mondo: innanzitutto nel mondo interiore di chi scrive. Da questo punto di vista non ritengo che la bellezza sia verità, ma che la riflessione poetica-filosofica possa condurre alla verità umana (per cui sempre provvisoria e instabile, mai definitiva). Quindi mi definirei più un razionalista moderno che altro. Queste erano le mie intenzioni poetiche. Quando scrivevo cercavo  di eliminare qualsiasi ridondanza, di ridurre al minimo le parole. Cercavo di ridurre all’essenziale, talvolta sfiorando l’afasia (e per afasia intendo un’afasia non fluente caratterizzata da uno stile telegrafico). D’altronde pensavo che non si potesse far finta di niente: la crisi del linguaggio poetico era evidente da Montale in poi. Scrivere versi allora per me diventava una operazione di sottrazione e non di accumulo: il mio ritmo era basato soprattutto sul levare più che sul battere.  Naturalmente spetta agli altri e non a me valutare gli esiti. Poi però ho smesso di scrivere versi. Col tempo ho maturato la convinzione che non era quella la mia predisposizione, né la mia vocazione. Non ero intimamente soddisfatto delle mie “poesie”; volevo fare una poesia aforistica, ma spesso mi venivano fuori più aforismi che poesie.

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Come un miracolo


Dimentichiamo facilmente l’essenziale: lo sguardo su Gesù. Niente come questo può dare alla vita la giusta prospettiva, intercettare la frequenza che salva. Guardare il Volto per antonomasia ci riporta al centro, rimette ogni cosa al proprio posto, come un miracolo.

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Quanti tipi di famiglia ci sono? Il tema è attuale e quasi sempre divisivo. E’ un tema centrale, perché è un tema di civiltà. E interessa la letteratura, che è il luogo della libertà. Sulle pagine di un romanzo possiamo aprirci a riflessioni senza pregiudizi e senza partito preso. Da Tolstoj con Anna Karenina in Occidente (e la Russia stava e sta in Occidente) ci domandiamo se la famiglia sia una culla o una gabbia. A partire dalla famiglia naturale, per arrivare alle famiglie arcobaleno. Per esempio, il mondo in cui è cresciuto Alessandro Manzoni, figlio di Giovanni Verga e non di Pietro, conciliava il massimo della libertà sessuale con il massimo dell’ipocrisia convenzionale. Ho pensato a tutto questo leggendo il romanzo di Nicola Apollonio, Questione d’Amore (Edizioni EspressoSud, 2023).

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La porta di servizio


Ci dimentichiamo di Maria: è troppo in alto, troppo fuori delle nostre coordinate. “Il troppo stroppia”, diceva mio padre. In realtà, con Maria non è mai troppo: è la Madre che ti aiuta quando meno te l’aspetti, che anticipa preghiere e desideri, che in Paradiso, se è chiusa la porta principale, ti apre quella di servizio.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Festa dell’Immacolata

[Gen. 3, 9-15.20; Lc 1,26-38]
La domanda rivolta ad Adamo (Dove sei?) è al contempo situante e spiazzante.
Non ci aveva mai pensato Adamo a porsi questa domanda.
Dove vuoi che sia? Dove sono sempre stato
È solo a partire da una domanda rivoltaci che proviamo a situarci.
Solo da un altrove viene a noi la domanda che ci situa.
Non sarà possibile avere di noi un’ idea di dove siamo se non siamo sollecitati dall’ apparire dell’ alterità.
Quando l’altro pone la domanda siamo obbligati alla risposta.
È importante questa dimensione della consapevolezza. Sembra che non si giunga alla consapevolezza di sè se non a partire da una domanda rivolta da una altro che non siamo noi. La realtà su noi stessi ci appare solo a partire dalla interpellanza dell’ altro.
È l’altro il principio di realtà.
In altre parole, la possibilità che ognuno ha di pensare se stesso è solo a partire da una relazione. È qui, nello spazio creato dall’ apparire dell’altro e dalla sua interpellanza, nello spazio della relazione, che si aprono gli occhi su noi stessi. E ci scopriamo nudi. E abbiamo paura.
Qui nasce il pudore. Non è vergogna, quella di Adamo. È pudore. Non origina da una mancanza o da una azione compiuta che si vorrebbe non aver commesso. Origina da un senso di insufficienza. È dallo scoprirsi nudo che origina il pudore di Adamo. Nasce, il pudore, dalla percezione che l’altro possa cogliere di me ciò che non sono io, possa cogliere una parzialità di ciò che sono e non percepire la totalità. Il pudore nasce dalla consapevolezza di essere più di quanto si mostri, più di quanto si appaia.
La nudità si rivela un equivoco. Sembra dire tutto di noi, privati di orpelli e di accessori, e invece nasconde la verità su ciò che siamo, dirottando l’ attenzione di chi ci guarda su altro che non
siamo noi. È fuorviante la nudità, per questo fa paura ad Adamo. Anche stavolta non si tratta di i rimorso morale. La paura è paura di rompere una relazione perché l’altro non ci capisce fino in fondo, perché coglie solo parzialmente ciò che siamo.
Non ha paura chi si affida. L’ atteggiamento di Maria, di fronte all’angelo, non è dí paura ma di timore, che è ben altra cosa. Il “timore del Signore” nasce dall’affidarsi, dalla fiducia. Non c’è paura perché chi ci interpella conosce di noi la nostra totalità . Si dona tutto e tutto chiede. In questa relazione di affidamento reciproco, tutta la bellezza di una umanità pura che si gioca la sua libertà nella fedeltà al progetto originario

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