Giorgio Stella, poesie

Nazaret: è come fosse stato il Bronx o Tor Bella Monaca o l’Olocausto per Dio! Non c’era nessuno che non avesse in casa un falegname Cristo! Infatti è morto sul legno immagino da Lui già sceso nel regno del Padre, Padre nostro! Noi non ci ricordiamo che torniamo alla casa gemella e chi e noi? Cristo.

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Orologi muti gettano l’ ora sul culto del mito nel poeta.  Ora ci dovrebbe essere la lancetta spezzata che segna sempre la stessa ora.  La nostra. Amico mio non si muore per questa rondine.  Non si muore ancora.  Siamo vivi appunto per.  L’ ora.

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(senza titolo) –   è domenica,    non c’è più  nessuna   messa –   sono l’orfano  della chiesa-materna.

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i fanti) – nel vento hanno lo spavento – i fanti non saranno mai santi. (Nota:  da un detto ignoto ‘gioca coi fanti lascia stare i santi) –     

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c’è la forma e la materia che la informa di essere stata quello che era: merda! Un piatto caldo e migliore di un mazzo di fiori sulla tomba delle croci..

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Coccio-Bigotto il tempio del primo ed ultimo regno.

(senza titolo) –    porgerò nella bettola l’occhio del lume di cane – lui capirà il fiume, le zanne ancora ancorate alla zavorra.

Un elogio della condizione umana. Su “Il conforto dell’ombra” di Giancarlo Consonni

Un elogio della condizione umana. Su Il conforto dell’ombra di Giancarlo Consonni
di Giorgio Morale

La nuova raccolta di poesie Il conforto dell’ombra (Einaudi 2025) di Giancarlo Consonni è un elogio della condizione umana strutturato in tre sezioni, con la poesia Parola a fare da introibo: I gelsi spaesati, Babylo minima e Dono. Le tre sezioni seguono l’itinerario del poeta, dall’infanzia e adolescenza nell’Italia rurale, alla maturità nella Milano post-industriale e al dono del presente, facendo del libro una sorta di autobiografia ellittica per immagini e sensazioni. Continua a leggere

Intervista a Massimiliano Mandorlo

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Almadìra è nata come una sorta di diario notturno, composto da frammenti dispersi che prendevano lentamente vita nella memoria. A volte un bicchiere allungato di ouzo nelle afose sere estive mi riportava ad un universo mediterraneo, ricordi di viaggi in Medio Oriente e oltre si mescolavano a intuizioni sulla poesia e sul mistero della vita. Continua a leggere

La scuola di Serena Bedini 9. Contro la noia

Da cosa nasce un’opera letteraria?
Nasce dall’interesse. Esso può avere origini diverse: riflessione sulla realtà, curiosità, divertimento, approfondimento e studio, sofferenza, piacere. Tutto questo produce interesse e spinge l’autore a scrivere, lo motiva, lo induce tutti i giorni a svegliarsi consapevole di dover concludere il lavoro iniziato e lo investe di un onere che si traduce in una vasta gamma di sensazioni mai e in nessun modo riconducibili alla noia. Chi scrive, non si annoia. Non può perché se si annoiasse, smetterebbe di scrivere. La scrittura si basa sull’impegno e sul coinvolgimento, sul fare tenendo ben impegnate la mente, l’anima e il cuore, senza nessun tipo di distacco tra di essi.
La noia nasce invece dal disinteresse, dalla freddezza, dall’incapacità di abbandonarsi al piacere della narrazione. Chi scrive, avvertendo il peso di scrivere più del piacere di farlo, può smettere all’istante: anche quando arrivasse a terminare l’opera, non riuscirebbe a trovare alcun tipo di lettori interessati a leggerla. Le emozioni che ci accompagnano infatti in fase di composizione saranno quelle che trasmetteremo al lettore a opera terminata perché da esse scaturiscono la scelta dei termini, delle figure retoriche, del ritmo e dello stile.
Portare avanti un romanzo o un racconto con stanchezza, senso di pesantezza e noia non permetterà né di ottenere quella catarsi di cui parleremo più avanti né di creare un’opera letterariamente valida.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“Esaltazione della Croce”

Masaccio, Crocifissione (part.) museo di Capodimonte, Napoli

«In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». [Gv 3,13-27]

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Dialogo intorno a Tanka per le quattro stagioni (Vydia, 2025) di Fabrizio Bajec

a cura di Fabrizio Miliucci

Devo ammettere che, leggendo Tanka per le quattro stagioni, sono rimasto sospeso fra due idee, da una parte riconoscevo come giuste le osservazioni del prefatore Fabio Pusterla circa l’indirizzo, diciamo così, ‘‘testamentario’’ della raccolta, la sua estrema stringatezza, il suo rarefarsi etc. Da un’altra parte però mi sembrava (e sempre più ne sono convinto) che in questa prova ci sia un passo in avanti non solo della tua personale ricerca ma delle potenzialità della poesia attuale (chiamiamola così). 

E questa potenzialità è confermata dai tanti riferimenti in tralice alla pratica zen, un’energia che è difficile trovare nel pur vasto panorama della poesia d’oggi: non è rabbia, non è indignazione, non è boicottaggio, provocazione, malinconia, depressione, sdegno, razionalizzazione, è consapevolezza, una forma forte e a suo modo grave di consapevolezza, ricercata, a volte mancata, ma molto chiaramente definita.  Continua a leggere

Enrico Pietrangeli, Morte vestita da fanciulla

Recensione di Francesco De Girolamo a Morte vestita da fanciulla di Enrico Pietrangeli (FusibiliaLibri, 2025)

La raccolta poetica “Morte vestita da fanciulla” di Enrico Pietrangeli è un’opera che esplora la morte come tema centrale, presentandola come un’esperienza individuale e tragica. Il poeta affronta la morte con un linguaggio che coniuga la concretezza all’astrazione, creando un’atmosfera di sospensione tra il biologico e il metafisico.
Pietrangeli riabilita il passaggio alla natura organica, al biologico e alla decomposizione, per scrutare il principio di esistenza della forma. La sua poesia è una meditazione sulla morte che non arretra di fronte ai rischi del mistero e dell’ignoto. Continua a leggere

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Sulla felicità. Appunti di lettura, di Edoardo Sant’Elia

È un saggio multiplo, ricco di echi, quello imbastito attorno a La forma della felicità da Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane (Effatà, 2021). Un sacerdote, con una significativa formazione letteraria, e una psicologa, con specializzazione in psicoterapia cognitiva. Che però non si affrontano schematicamente, non si schierano dietro le proprie idee ma piuttosto intrecciano nel corpo del testo riflessioni e suggestioni, tracciando un percorso che offre vari livelli di lettura, varie possibilità di confronto: di cui approfitto, misurandomi in estrema sintesi con alcuni dei numerosi temi messi in campo.  Continua a leggere

Olav H. Auge

di Giorgio Stella

Ho tre poesie

Ho tre poesie, disse.
Pensa, contare le poesie.
Emily le gettava
in un bauletto, io
non credo proprio che le contasse,
apriva solo un pacchetto di tè
e ne scriveva una nuova.
Era giusto. Una buona poesia
deve odorare di tè.
O di terra umida e legna appena tagliata

La terra azzurra

Qui sono al sicuro, qui ci sono querce intorno ai muri,
qui scintilla lo stretto tra monti corrosi dal mare.
Se me ne sto in piedi alla finestra
le querce immense hanno
una profonda tonalità oleosa
come un dipinto antico,
sul cielo di smalto azzurro
nubi ritardatarie
si rincorrono dal mare.

Querce nel sole d’autunno!
Terra azzurra, terra di monti, terra di mare
ed ere alle mie spalle
in una festa di colori
e ardore.

Oggi ci sono freddo e fiocchi di neve nell’aria,
i rami nudi si protendono come artigli
verso il caldo e l’ultimo ozono.
Mi inoltro nella terra azzurra
sotto le foglie che cadono.
E un giorno sarà spoglio Yggdrasil.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Lettere dal Sahara, di Alberto Moravia

 È una minima ma… rinfrescante soddisfazione, nelle giornate torride dei mesi estivi del XXI secolo, leggere qualcosa di chi stava in luoghi ancora più caldi e assolati – e magari non aveva sottomano un gelato, un Estathé (hahaha) o una birra a consolarlo. Sarò sincero: è in parte anche con questo spirito innocuamente guascone che ho riletto, in agosto, i reportages giornalistici di Alberto Moravia, usciti sul “Corriere della Sera” e poi pubblicati dal suo editore storico Bompiani come Lettere dal Sahara nel 1981 – con un seguito in Passeggiate africane nel 1987.  Continua a leggere