Raúl Carlos Maícas:”La marea del tempo”

Testo introduttivo di Giovanni Agnoloni

Ecco un estratto della mia nuova traduzione, La marea del tempo (uscita a luglio per Ortica Editrice con la curatela di Alessandro Gianetti), il diario intellettuale – un notevole esempio di saggio narrativo – dello scrittore spagnolo Raúl Carlos Maícas, nato nel 1962 nella cittadina aragonese di Teruel, e fondatore e direttore della Rivista Culturale “Turia”, che ha raggiunto fama internazionale occupandosi di letteratura, arti visive, filosofia e cinema) e raccogliendo scritti di autori come Ignacio Martínez de Pisón, Luis Buñuel, Fernando Savater, Octavio Paz, Günter Grass, Claudio Magris, Antonio Tabucchi ed Erri De Luca. Maícas è anche autore di altre due opere in prosa, Días sin huella e La nieve sobre el agua.

La marea del tempo è un libro molto intenso, capace di introdurci nei segreti più intimi della quotidianità e della vita culturale di un angolo di entroterra iberico che è in sé un piccolo universo, e si affaccia sull’orizzonte e sulle complicate e spesso frustranti dinamiche di un mundillo di intellettuali innamorati di se stessi più che dell’arte che praticano.

La scrittura è densa, sinuosa e brillante, e accompagna di capitolo in capitolo con mano invitante e confidenziale, calandoci nel punto di vista e di sentire dell’autore.

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Giorgio Stella. La betoniera

LA BETONIERA (nell’anno di grazia) – Betoniera, / che giri e rigiri / l’arco di porcellana, / che nessuno / stop è un NO al nord / e alle volte / il ciclo di rito / si fa’ nido in te, / lasciaci pregare / l’occhio aperto / quando l’altro è chiuso / (quando un occhio / era aperto / e l’altro chiuso.) – il carnevale è una corazza ci ricordi… / la razza // nel cuneo della forma! (Giorgio Stella, 27/08/2025) –

Terra d’esilio, di Luca Pizzolitto 5. Daniel Calabrese

Daniel Calabrese, Un cielo per le cose (Un cielo para las cosas), La Vita Felice 2022

Coricarsi sulla terra e tornare a sedersi

Va bene quello che hai fatto ieri
e va bene quello che stai facendo adesso,
anche se insieme i pezzi
sembrano di vite contrarie.
Entrambi sappiamo che il mondo
è uno specchio che non bisogna rompere.
Un banco di pesci avanza come pani
che si moltiplicano sulla terra
e galleggiano sull’acqua..
È il giallo nero delle morti vive.
Questo sacco sempre più pesante
che trasciniamo, chiamiamo tempo
e ci conferma che sì,
che tutto va bene.
Il pezzo di cielo in cui ti sei vista
riflessa in riva alla palude
mi si è conficcato nel perno, è un vetro
scheggiato e mi fa male.
Molti camminiamo sull’acqua senza sforzo
quando chiudiamo gli occhi.
Pochi si azzardano a rimuovere
un vetro conficcato nel petto.
Nessuno ha dedicato tanto lavoro
a disarmare la tristezza. Continua a leggere

Qualunque cosa

di Fabrizio Centofanti

Qualunque cosa sia fatta “contro”, per condannare, senza cercare di salvare; qualunque cosa sia fatta per ghettizzare, etichettare, dire “loro sono così”; qualunque cosa sia fatta per seguire la corrente, per non avere problemi, per essere approvati dal mainstream; qualunque cosa sia fatta per mettere una firma in fondo a un foglio senza nemmeno aver letto attentamente; qualunque cosa sia fatta senza aver verificato fino al punto e alla virgola la veridicità o la menzogna manipolatrice; qualunque cosa sia fatta solo per essere quelli della maggioranza, mentre la verità è sempre e comunque controcorrente: non in mio nome.

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 45

«Non pensare che l’abbia fatto tanto per, io ragiono prima di agire»;
«Hai sempre avuto il maledetto vizio di parlare giusto per.»;
«Quel birbante ne combina di ogni.»;
«Non sono certo il tipo che davanti al prossimo si prostra piuttosto che.»

Come definire questi modismi (reali, beninteso, non d’invenzione) che si diffondono sempre più largamente (per ora, se ho ben visto, solo negli ambienti cólti del Settentrione e in alcuni testi narrativi)?
Sospensioni?
Reticenze?
Aposiopesi?
E a che si deve quest’improvviso bisogno di stringatezza nei parlanti/scriventi più antonomasticamente prolissi dell’Occidente?
Il tema merita studio.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il proprio posto

                                               

«Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.
Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.»

[Lc 14, 1. 7-14]

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15

Malcom Lowry

di Giorgio Stella

Dopo la pubblicazione di “Sotto il vulcano”

Il successo è una specie di orribile disastro
Peggio di quando ti brucia la casa, gli echi della rovina
Delle travi del tetto che crollano più veloci una a una
Mentre stai li, testimone impotente della tua dannazione.

Cotne un beone la fama consuma la casa dell’anima
Manifestando che hai lavorato soltanto per lei –
Ah, mai avessi sofferto il suo bacio traditore
Meglio restare per sempre nel buio a fallire e andare a picco.

Conclave. Un’ipotesi di saggio su Dio (nel cinema) # 3

di Giulio Bruno

Le suore. Il ruolo della donna nella società e nella Chiesa.

Le suore compaiono in diverse scene del film. L’atrio che funge da luogo d’arrivo delle suore è quello dove il cardinale Lawrence si trova all’inizio del conclave (l’ambiente reale è l’ex ospedale Carlo Forlanini, un complesso ospedaliero storico di Roma, noto per la sua architettura solenne e maestosa). Poi, le si vede in altri ambienti, per preparare i pasti e pulire le stanze dei cardinali e fornire ogni supporto logistico necessario per garantire che tutto si svolga senza intralci. L’aura di discreta compostezza, di responsabile premura e di religiosità incarnata dalle suore, e in particolare da suor Agnes, responsabile dell’organizzazione dell’ospitalità dei cardinali, si manifesta inizialmente come significato implicito, che emerge in maniera mediata, cioè dagli elementi simbolici ascrivibili al film, come “manifestazione di senso non immediatamente evidente[1]. Sono, soprattutto, due sequenze a trasformare in esplicito tale significato, consentendo di “assegnare alla diegesi, mediante un’operazione di astrazione, un valore particolare, un significato più concettuale”; la prima, in via indiretta, attraverso le prime parole dette pubblicamente, in presenza di tutti i cardinali, dal cardinale Benitez; la seconda, in modo diretto e particolarmente efficace, con le parole pronunciate dalla stessa Suor Agnes.

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Umberto Saba

di Giorgio Stella

Caffè Tergeste

Caffè Tergeste, ai tuoi tavoli bianchi ripete l’ubbriaco il suo delirio;
ed io ci scrivo i miei più allegri canti.

Caffè, di ladri, di baldracche covo,
io soffersi ai tuoi tavoli il martirio,
lo soffersi a formarmi un cuore nuovo.

Pensavo: Quando bene avrò goduto
la morte, il nulla che in lei mi predico,
che mi ripagherà d’esser vissuto?

Di vantarmi magnanimo non oso;
ma, se il nascere è un fallo, io al mio nemico
sarei, per maggior colpa, più pietoso.

Caffè di plebe, dove un di celavo
la mia faccia, con gioia oggi ti guardo.
E tu concili l’italo e lo slavo,

a tarda notte, lungo il tuo bigliardo.

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 14

Il Mosaico Spezzato: Verso una Comprensione Totale di Noi

Perché viviamo come compartimenti stagni, separando lavoro da amore, razionalità da emozioni? Come possiamo capire chi siamo guardandoci solo a frammenti? E se la vera saggezza fosse abbracciare finalmente la nostra complessità irriducibile?
La totalità dell’esistenza come quadro interpretativo significa riconoscere che l’essere umano non può essere compreso attraverso prospettive parziali. Ogni tentativo di ridurre la persona a una singola dimensione – biologica, psicologica, sociale – ne tradisce inevitabilmente la natura autentica.
Binswanger aveva intuito che questa comprensione totale non è un lusso intellettuale, ma una necessità esistenziale. Per lui, solo riflettendo sulla forma integrale del nostro essere possiamo cogliere l’essenza dell’umano. Quando amiamo, non amiamo solo con il cuore; quando pensiamo, non solo con la mente. Ogni esperienza mobilita l’intera struttura del nostro essere, creando risonanze che attraversano tutti i livelli dell’esistenza. La coscienza che emerge da questa visione integrale è più autentica perché ci permette di riconoscere che le nostre contraddizioni non sono difetti da correggere, ma espressioni della ricchezza inesauribile dell’esistere umano. Lo sviluppo personale diventa un processo di integrazione dove ogni parte trova senso solo in relazione al tutto.
Forse è tempo di smettere di cercare soluzioni semplici a esistenze complesse e iniziare ad abbracciare la bellezza della nostra intrinseca molteplicità.
Ma siamo davvero pronti ad accettare che conoscere noi stessi significhi accogliere anche ciò che preferiremmo ignorare?