Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo 3

Il Ricordo 3.   Le scorie di un patto

 

   Cosa fare del Ricordo? Come viverlo fino in fondo, come abbandonarsi alle sue voluttà? O, all’opposto, come negarlo alla radice, come vivere senza essere sopraffatti dalla memoria? 
L’uomo al risveglio non si pone questi problemi, inizia la sua giornata al solito modo, poi però compie un gesto imprevisto, devia dalla rotta consueta e si ritrova su una spiaggia, dove incontra una donna meno timida di lui, che lo aggancia, lo provoca, infrange la sua corazza; nasce una storia. Ma è una storia che appartiene al passato. Sono già stati insieme, l’uomo e la donna, per due anni, tra alti e bassi – a quanto pare pochi alti e parecchi bassi – ed ora non fanno che rivivere quei momenti. Com’è possibile? Accade perché entrambi hanno voluto stringere un patto innaturale con sé stessi, prima lei, poi di ripicca lui, un patto per dimenticare ciò che è avvenuto, il loro coinvolgimento, le emozioni, i sentimenti, gli alti come i bassi: un patto specifico, selettivo, capace di ricacciare nell’oblio ogni loro trascorso. Un patto sancito dalla scienza. Entrambi hanno fatto ricorso ai servigi della clinica Lacuna, sottoponendosi ad un trattamento che elimina dalla mente ciò che non si ritiene più sopportabile, ciò che ormai provoca solo fastidio, astio, dolore. Il trattamento, tuttavia, benché riuscito, non spalanca per loro le porte della serenità. Anzi.  Continua a leggere

Poeton poetoni, di Sangiuliano

di Francesco De Girolamo

In queste poesie di Sangiuliano, tratte dalla sua ultima raccolta Poeton poetoni (Il vizio delle parole), appare evidente che ci troviamo di fronte ad una sorta di bilancio del percorso personale, umano, esistenziale, affettivo, oltreché, ovviamente, letterario dell’Autore.
Sembrerebbe qui quasi intravedersi una componente lirica nei versi del Poeta, uno scavo interiore, una più diretta esigenza di entrare nella dimensione del ricordo, del sogno, con maggiore decisione che altrove, che conduce la sua scrittura più all’interno degli elementi evocati del vissuto, per tentare di coglierne l’essenza, mettendo apertamente in gioco la soggettiva condizione umana del Poeta, del momento presente dell’esistenza nel suo scorrere, e nella sua fase storica, con tutte le sue tragiche connotazioni sullo sfondo. Ma vi è sempre un’irrinunciabile sobrietà, un congenito pudore virile, che, a volte, sembrano quasi ricorrere a una sorta di reticenza, più che di allusività, un freno verso ogni possibilità di abbandono che il navigato mestiere di Sangiuliano, scaltro e di una assoluta padronanza, non elude mai, confermando l’alveo sicuro e il passo saldo, ancora, di quella che è una poesia sicuramente colta, vigilata, scabra e anche, suo modo, lievemente sperimentale, mai ripiegata su stilemi troppo desueti; e che continua ad esserlo anche in questa fase di maggiore apertura ad una più íntima dimensione di temi quasi confessionali, con sprazzi di nostalgia, di rimpianto, di propensione ad un utopico desiderio di assoluto. Ed è proprio in questo nuovo capitolo del suo tanto lungo e ricco lavoro letterario, suo vero “dono”, più che “vizio” delle parole che i versi di Sangiuliano trovano un nuovo estro, una più franca immediatezza, una finora insospettabile dolcezza, che mitiga la sua originaria, aspra, a volte caustica, ironia, gli scatti epigrammatici, saturnini, sferzanti, pur di una ben nota, estrema, efficacia, che hanno solitamente caratterizzato la sua poesia; scatti presenti anche in queste pagine, ma in misura assai più blanda e bonaria, quasi, nel tempo, offrendo il tardo frutto di una stagione di riconciliata volontà di perdono e fiducia verso le offese di una dimensione sempre più spietata del vivere. Continua a leggere

Kim Simonsen, “La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene”

Estratto della postfazione di Giovanni Agnoloni alla silloge del poeta faroese Kim Simonsen La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene (I Libri di Mompracem, 2025), da lui tradotta dalla versione americana a cura di Randi Ward 

C’è (…) tanto “dietro” questa apparentemente breve ma in realtà assai densa raccolta di versi. Andiamo a osservarne più nel dettaglio le diverse parti e la ricchezza di temi e suggestioni poetiche. Le sezioni, come si accennava, sono quattro: “Prima mattina sulla terra”, “La storia naturale dello spinarello”, “La filosofia dei pesci” e “Umani”. Già di per sé, sembrano descrivere un arco che parte dall’ampio scenario della natura, con al suo interno uomini, animali, vegetali e minerali, per poi passare a un piccolo protagonista della vita ittica del posto, al centro dei ricordi dell’autore, e quindi riallargarsi su tutti i pesci, ai quali – in accordo con le linee teoriche di fondo tratteggiate nel paragrafo precedente – viene applicata una parola abitualmente umana, “filosofia”. Infine, ecco noi, gli “umani”, non più cuore dello scenario ma suo ultimo atto, ultimi inter pares, se mi si passa l’espressione.

Insieme, c’è già implicito un altro arco, puramente interiore, racchiuso in quel “prima mattina” nel titolo della sezione d’apertura. L’inizio, infatti, coincide con la morte del padre, che segna, sia pur col dolore, l’apertura di una nuova fase nella vita del poeta, e pare essere il motore segreto di tutte le percezioni e le riflessioni che da lì in poi si dipaneranno, fino ad approdare all’ultimo verso della quarta sezione e di tutta la raccolta, «Ben presto mio padre s’infrangerà come un’onda contro gli scogli e sparirà». Con esso, il cerchio si chiude e l’arco interiore viene nuovamente a coincidere con quello dei cicli naturali, che partono dal mare e ad esso ritornano, venendo risucchiati nel Tutto che niente ricorda a lungo, perché ogni persona-o-cosa rientra nell’incessante divenire (e fluire) cosmico.

In una delle poesie della prima sezione leggiamo: «Siamo uno stato di flusso liqueforme». È forse questa l’essenza dei concetti già evocati e ritornanti lungo tutto l’arco del volume – a ondate, per rimanere coerenti con il contesto, «in un turbinio sovrapposto / di strati / su / strati» –. Proprio come l’editore faroese ha sottolineato nel presentare il volume: «La natura fuggevole dell’esistenza è intessuta in un tutto cosmico di onde e di mare – di vita e di morte – in cui vengono esplorati il rapporto tra gli esseri umani e il mondo, il mare dentro di noi e il nostro legame con l’acqua».

Esiste dunque una circolarità orizzontale, per così dire, che cinge e unisce tutti i componenti della natura, dai più microscopici («Sono virus, / sono alga, / sono ciò che è ammuffito»), agli animali e agli esseri umani («La mia fredda mano tocca la staccionata impregnata / d’acqua, c’è odore di terra qui; / sento le ali degli uccelli»), fino alle più imponenti formazioni rocciose («L’oceano sta erodendo queste sponde; / i flutti s’infrangeranno su questa terra / finché l’ultimo faraglione non sarà abbattuto»). Ma esiste anche una circolarità verticale, che attraversa il tempo accomunando e facendo brevemente rivivere nel qui e ora attimi appartenenti al passato degli affetti («E mentre cammino in questo / paesaggio / sto forse muovendomi tra filamenti protesi verso qualcos’altro, / verso un mondo migliore, un tempo / in cui sentivo di essere amato?») e del paesaggio in genere. Per esempio qui: «Il fiordo, le onde, il pendio ormai saturo / Sono divenuti una necropastorale». Il concetto di “necropastorale”, che in un contesto poetico potrebbe anche chiamarsi un’“elegia del disfarsi (o del decomporsi) delle cose”, è stato definito da Joyelle McSweeney come «una zona politico-estetica in cui la realtà delle depredazioni attuate dal genere umano non può essere disgiunta dall’esperienza di una “natura” avvelenata, mutata, aberrante, impressionante, piena di effetti e stati emotivi dannosi»[1], e riguarda specificamente situazioni e modalità di carattere non umano, come «insetti, virus, alghe e muschi»[2].

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La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Prisco De Vivo

L’amore come calamita: energia sulla terra, che dona luce alla materia e guarisce da tutti i mali. 

L’imperitura forza dell’amore rompe tutte le catene. Oltrepassa tutti muri.
Questo iridescente e infinito flusso è la medicina al male.
La preghiera e l’amore quando si uniscono diventano una grande calamita, un potente vettore che generando un campo magnetico rilascerà l’energia del bene. Dappertutto.
Cosi questa energia del bene si unisce a se stessa per diventare forza incommensurabile a disposizione degli uomini di Dio. E forse il nostro compito sulla terra è quello di unificare l’amore, intrecciare tutti i suoi fili, tutte le radici che vi si presentano quasi anonimi davanti a noi con una nuova volontà .
Costruire tutti insieme come con la torre di Babele, oggi invece c’è bisogno di farlo con la forma dell’amore, una nuova torre che dal cuore e all’anima ascende a Dio. Solo dando amore possiamo curare ed essere curati. Tutto ciò inevitabilmente porta alla salvezza del mondo.
Ritrovarsi a benedire ed essere benedetti  in  un vortice che ci conduce  con naturalezza alla vita eterna. Continua a leggere

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 6

Il tempo che si spezza: quando la malattia riscrive la nostra esistenza

Tutti noi viviamo con l’illusione di padroneggiare il nostro tempo. Pianifichiamo il domani, organizziamo settimane e mesi, costruiamo progetti che si estendono negli anni. Ma cosa accade quando il corpo si ribella a questa logica progettuale? Quando una diagnosi di malattia cronica irrompe nella nostra vita, non porta con sé solo sintomi e terapie: trasforma radicalmente il nostro rapporto con il tempo stesso.
Non si tratta di un’esperienza che riguarda solo chi vive una condizione patologica. In realtà, la malattia cronica rivela qualcosa di universale sulla condizione umana: la fragilità delle nostre certezze temporali, l’illusorietà del controllo che crediamo di esercitare sul nostro futuro. Osservare come cambia la percezione del tempo in queste circostanze significa guardare in uno specchio che riflette aspetti nascosti della temporalità di ciascuno di noi. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il tempo della fedeltà

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».

Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio. »[Lc 24,46-53] Continua a leggere

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Nicola Vitale, Baci fuori bersaglio

di Fabrizio Centofanti

Metafisica ironica: definirei così questa raccolta di poesie di un settennio, che Nicola Vitale ha dato alle stampe a cura di Maurizio Cucchi. Non c’è aspetto della vita che non venga contemplato in queste pagine che sorprendono a ogni passo, per la capacità di trasformare i temi più complessi in una diagnosi spiazzante che provoca a una qualche conclusione in proprio. Inutile elencare le occorrenze di una quotidianità che offre il suo semplice esserci come pretesto per incursioni esistenzialiste e – appunto – metafisiche, a metà strada tra l’haiku e l’apologo filosofico. A prevalere, sembra il pessimismo ironico di un’antica saggezza, ma tra le righe appare una simpatia profonda per la vita, un’empatia per l’umano e non solo, visto che un capitolo è dedicato all’enigmatico mondo dei gatti. Molti sono i registri evocati in questo libro: da quello più lineare e immediatamente comprensibile, a quello più complesso, che richiede al lettore di lasciarsi trasportare nella plurisemanticità della parola poetica. Dalla lettura si esce con una domanda più profonda sulla vita, con la convinzione che ci perdiamo sempre qualcosa del suo spessore imprevedibile: ma proprio in questa ricerca possiamo ritrovarci. O forse il leit motiv è un altro: la musica, il ritmo, che non vengono mai meno, che fanno di questi testi un inno discreto a una bellezza di altri mondi, che introducono il lettore in uno scenario di specchi in cui è costretto a interrogarsi su se stesso. Continua a leggere

Il magistero di Papa Francesco: tradizione e novità

di Fabiano D’Arrigo

Papa Francesco, a mio avviso, è stato un importante papa, un papa che ha saputo aprire la grande tradizione cristiana alle novità ed alle problematicità della fluida società contemporanea.
E una volta sopite le discussioni, che hanno caratterizzato il suo pontificato, se ne riconoscerà sicuramente il valore.
Jorge Mario Bergoglio nasce a Buenos Aires il 17 dicembre 1936 e viene battezzato il giorno di Natale. Continua a leggere

Estratto de “Le continuazioni”, romanzo di Marco Candida

Estratto de “Le continuazioni”, romanzo di Marco Candida (Arca Edizioni, 2025)

Ma pure Nicolò ha un vizio mica da ridere.
Però, trattasi di vizio diverso da quello di Silverio.
Se per Silverio il tic nervoso agli occhi è una chiave aurea per aprire scrigni di esoterico sapere, per Nicolò il suo vizio lo caccia solo nei guai, non rappresentando alcuna cartografia alternativa relativa a tesori nascosti. Nicolò parla ad alta voce. Cammina e borbotta da solo. A volte parla a voce proprio alta alta e sempre più spesso si ritrova a farlo in mezzo ad altre persone e addirittura quando è in compagnia di una singola persona, come a tavola o al bar, il che forse è ancor peggio di quando lo fa smaterializzato nella folla. Gli scappa qualche parola ad alta voce sciolta dal contesto e dalla conversazione costringendo chi è con lui a sorridergli e a chiedergli se per caso stia parlando da solo. Altri più stronzi non si limitano a chiedere, ma lo accusano proprio. Lo dileggiano. Nicolò cerca di dissimulare. Cos’altro potrebbe fare? Ammettere di essere matto come un cavallo e di sentirsi solo come un cantante in un’astronave deserta? Nicolò non si rende nemmeno più conto ormai di parlare a voce alta da solo, mentre esce di casa per fare commissioni. Non solo frasi sconnesse, ma ormai interi discorsi e a volte intere confessioni. Il suo è un rimuginare costante che scaturisce dai recessi più tempestosi del suo animo: è un fiume di mesto risentimento che incontenibile sgorga dalla bocca. In tempi di Covid gli andava anche bene indossare la mascherina: nascondeva le labbra in perpetuo movimento. Adesso invece occulta l’indefesso cicaleccio solitario ficcandosi un auricolare nell’orecchio in modo da far finta di parlare al cellu con qualcuno. Ma molte volte si dimentica. Ovviamente il disturbo si è acuito dopo la rottura con Marina. Nicolò mastica e rimastica il trauma in vari modi. E borbotta la storia con Marina (o dove Marina della storia è il centro irradiante) pressoché di continuo.

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Cardinale, Santo e Poeta: John Henry Newman

di Alida Airaghi

 

Di John Henry Newman (Londra 1801-Birmingham, 1890), cardinale, teologo e apologista cattolico, si mantiene oggi sensibile memoria non solo nel mondo ecclesiastico per la sua autorità dottrinale, ma più in generale in ambito letterario come raffinato poeta e saggista.
Presbitero anglicano e docente universitario, in gioventù fu figura trainante del Movimento di Oxford, che intendeva spiegare razionalmente i dogmi e la fede cristiana. In seguito a una profonda crisi personale e dopo gravi lutti familiari, si convertì al cattolicesimo e venne ordinato sacerdote nel 1845, quindi elevato al cardinalato nel 1879, beatificato nel 2010 da papa Benedetto XVI, e infine proclamato santo il 13 ottobre 2019 da papa Francesco. Continua a leggere