La scuola di Serena Bedini 4. Questione di pazienza

di Serena Bedini

Questione di pazienza

Come si scrive un romanzo? Qual è il metodo migliore? Non esiste un sistema canonico, ognuno ha il suo. Anzi, a essere onesti, ogni romanzo si scrive in modo diverso, persino si utilizzano tempi diversi. Ci sono romanzi che si scrivono in una notte, altri che richiedono quindici giorni, altri ancora impegnano per un anno, altri infine necessitano di anni prima di essere conclusi. I fattori sono tantissimi: la trama più o meno complessa, la definizione dei personaggi, il messaggio che vogliamo trasmettere, la revisione, la nostra stessa capacità di impegnarci.
La scrittura è un atto creativo e come tale ha bisogno di libertà assoluta: non possiamo imporci di scrivere se non ce la sentiamo, se siamo stanchi, se non ne abbiamo voglia, se interviene in noi il famoso blocco dello scrittore che origina in larga parte da nostri blocchi mentali, da insicurezza, da stress. Dobbiamo accettare e conoscere la nostra fragilità e da questa consapevolezza costruire la nostra forza. Continua a leggere

Symbolum, di Alida Airaghi

Dipinto di Luigi Salvatori

 

Symbolum

                                                  lo diede ai suoi discepoli Matteo 26,26

Nella notte, le strade dell’addio:
strade che portano a tacere
nel buio; al nascosto mistero.
Al dio vero e abbandonato,
a un amore lasciato cadere. All’altare
nei campi, appena schiarito
da fari di auto veloci
come lampi di luce,
o raggi pietosi penetranti.
Ma l’ostia spezzata chiude il gesto
per sempre, e tutto è compiuto
nella notte senza voci,
senza aiuto. Continua a leggere

Elegia Pasquale, di Andrea Zanzotto

di Giorgio Stella

Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti.

E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane.

Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio;
è mia questa inquieta
Gerusalemme di residue nevi,
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.

Crocifissa ai raggi ultimi è l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Pasqua di Resurrezione 2025

[Marco Beconcini, Resurrezione, acquerello]

«Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.

Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”».
Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli.
Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto.»

[Lc 24,1-12] Continua a leggere

6
1

Giorgio Stella. Una poesia

Io volli i colori della morte nel gesso tricolore della fame di gesso, lo scudo l’ elmo e corazza nudi nel baule di Cassandra! La betoniera nell’ arco io volli che fosse ceramica nel volto di un altro specchio – (***) l’ anfiteatro di cerbottane come fontane che regalano neon al piegarsi nel flusso dello zero io volli. Io volli la betoniera, la betoniera di Cassandra, mutare il gesso di Marco Aurelio in arco di elmo e corazza come l’ uva fermenta il/nel cielo – la betoniera il cocco della palafitta volli io che volli – ora è finita, è finita la bottiglia, un preservativo nel letto che non ha seminato la creta nel vaso. La pietà non ha il pudore nell’ orrore del rimorso per l’ orrore figuriamoci nel rimpianto. Il suicidio è ridicolo la betoniera no! Essa riscatta la pietra dall’ angolo nella seta. Lo scudo la corazza dell’ Eden che passa la cifra non del sempre verde ma il verde per sempre . (Roma nn ricordo la data ore 4e40 dedicato a quello che io volli.) – cifrato in questo codice: 23&67+000043-53###.

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 2

La preghiera come dialogo con linvisibile

Come si trasforma la nostra esperienza del mondo quando ci rivolgiamo a ciò che non vediamo? Cosa accade nello spazio interiore quando le parole, anziché dirigersi verso un interlocutore tangibile, si aprono allinvisibile? E quale misteriosa alterità si fa presente in quellattesa che non è semplicemente aspettare qualcosa, ma disporsi a ricevere ciò che non possiamo prevedere né controllare? Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine 5

La Solitudine 5.   Lo spazio sotto

 A volte tiene caldi, la Solitudine. Ti circonda, ti avvolge, ti fa star bene; ti riporta ad un passato dai contorni soffusamente mitici, ti fa immaginare un futuro in fondo non spiacevole, ti estrae comunque dal presente, rimodulando il tempo. 
Anne-Marie Mille ha recitato tutta la vita, in ruoli secondari, senza mai diventare un’attrice di successo. Umile ragazza di provincia, ritagliava le foto di Brigitte Bardot incollandole su un album che poi mostrava orgogliosamente ai suoi ospiti invisibili, e già si trasformava, già si calava nella parte, divenendo lei la Bardot, lei la Diva: “Girando le pagine con aria modesta commentavo gli episodi della mia vita, perché naturalmente ero io quel prodigio di beltà. Anne-Marie la beltà”. È anziana adesso, Anne-Marie, ha una protesi di titanio nel ginocchio ed odia andare in giro col bastone, vive sola dopo la morte del marito – “Con mio marito mi annoiavo, ma sa, la noia fa parte dell’amore” –, ed è afflitta da un figlio ansioso quanto il padre, che le ha regalato un defibrillatore finito nel fondo dell’armadio e tirato fuori solo quando il ragazzo, ormai uomo di mezz’età – “Comincia ad avere la chierica. È diventato flaccido” –, viene a trovarla, incollandosi poi davanti al televisore. Continua a leggere

Cristo in croce, di Jorge Luis Borges

di Giorgio Stella

Cristo in croce. I piedi toccano terra.
Le tre croci sono di uguale altezza.
Cristo non sta nel mezzo. Cristo è il terzo.
La nera barba pende sopra il petto.
Il volto non è il volto dei pittori.
È un volto duro, ebreo. Non lo vedo
e insisterò a cercarlo fino al giorno
dei miei ultimi passi sulla terra.
L’uomo martirizzato soffre e tace.
La corona di spine lo tormenta.
Non lo tocca il dileggio della plebe
che ha visto tante volte l’agonia.
La sua e di altri. È la stessa cosa.

Fernando Gioviale, La poetica narrativa di Pirandello (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Fernando Giovale, La poetica narrativa di Pirandello, Bologna, Patron, 1984, pp. 216.

Il dramma di Pirandello teatrante è l’attore, che sconvolge la natura del testo, lo reinterpreta, lo riscrive, anzi, lo ridice. È il dramma di una paternità defraudata, derubata, che soffre per il figlio che gli viene sottratto e che tornerà inevitabilmente “cambiato”. Ma è Pirandello un padre che non vuol staccarsi dal figlio, che non vuol riconoscere la sua vitale e necessaria spinta autonomistica, o è semplicemente un artista e un pensatore che teme uno stravolgimento, una deformazione, o comunque una fruizione non corretta del suo messaggio e della sua visione del mondo e degli uomini? Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Amor che per amore
illumini la notte
accendi la mia vita di dolce umanità” [antico inno]

«Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». [Gv 13,1-15]

[Marco Beconcini, Lavanda, acquerello] Continua a leggere

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Frammenti di Cinema # 87

Dopo l’amore c’è la paura. Qual è il film più pauroso nella storia del cinema? Per la classifica di Broadband Choices il film più spaventoso a tutto il 2024 è Sinister (2012) di Scott Derrickson, secondo  il criterio scientifico di misurare il battito cardiaco per l’intera durata del film. Devo ammettere che il film non è male. Ma non mi ha scosso più di tanto. Si segnala, invece, per essere una sorta di somma teologica del genere. Tutti gli elementi classici sono presenti: misteri, possessione, suspence, violenza, agnizione, ambiguità infantile. In questa classifica non ci sono film italiani. Neppure un film culto come Profondo rosso (1975) di Dario Argento. Per me, invece, il più spaventoso è The ring (2002) di Gore Verbinski, di cui ho visto prima il remake occidentale e dopo l’originale giapponese del 1998 diretto da Hideo Nakata. Qui scatenante è l’elemento familiare della follia. Determinante, poi, è la terrificante figura iconica di Samara con i lunghi capelli neri che le coprono il volto. L’ambiguità dei capelli lunghi, da elemento di bellezza e vanità femminile a inquietante immagine di dannazione l’intuisce anche un regista che con il genere non c’entra niente. Infatti, Andrej Tarkovskij ricorre alla stessa immagine ne Lo specchio (1975).

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La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Giuseppe Vetromile

O Signore,
noi opera del Sesto Giorno
immeritati condomini del Tuo Eden
non comprendiamo ancora
l’unicità del nostro prezioso cuore
e inutili al Tuo Richiamo
sopravviviamo in silenzio…

Già verso la fine del secolo scorso, quando cominciavo a muovere i miei primi timidi passi nel mondo della creatività poetica, forse presagendo un vago declino umano, etico e sociale di una civiltà che sta ormai chiaramente disgregandosi in ogni ambito, ebbi a scrivere alcuni versi su tale argomento. Li riporto qui. Sono tratti da vecchie raccolte edite, ma che, rileggendoli e riproponendoli, mi sembrano ancora disperatamente attuali.
Avremo modo di superare tutte le evidenti negatività e brutture che minano, dall’esterno come dal nostro mondo interiore, lo splendore di noi Umani figli del Creatore?…
La Poesia e l’Arte, uniche attività ri-creative e plasmatrici del cuore dell’Uomo, forse ci salveranno! Continua a leggere

POESIA E POLITICA. 1. Gaio Lucilio

“La poesia è sempre politica, perché è una voce della città umana”
 (Fabrizio Centofanti)

 

Mai come in questo periodo di incessanti accadimenti si avverte la mancanza di una lettura sensibile e acuta da parte dei poeti su quanto sta avvenendo nel mondo; un mondo sempre più complesso e violento, spregiudicato, cinico, liberticida, dominato da personaggi senza scrupoli che stanno condizionando e decidendo i destini di milioni di persone, mettendone a rischio la vita e la capacità di sopravvivenza.

E’ necessario che i poeti provino a uscire almeno in parte dalla loro tendenziale introflessione e appartatezza, per provare a guardare, leggere ed esprimere in versi il mondo reale che sentono intorno a loro; nel modo dunque a essi congeniale, fuori dalle bolge litigiose e inconcludenti dei social.

Ricordando che la poesia si trova sempre su un crinale assai arduo oltre il quale c’è la non poesia, come osservava T. S. Eliot (La funzione sociale della poesia) scrivendo che la poesia è quella che “dà diletto” e che è “espressione di esperienze nuove, o un’interpretazione diversa di quelle già familiari”. Aggiungo, con dignità di forma, qualunque sia lo stile.

Nel dare oggi avvio a questa rubrica, intendiamo proporre nel nostro blog poesie sia della tradizione sia di autori contemporanei, invitando i poeti interessati ad inviarci a questo indirizzo  [email protected]  una o più poesie e una breve nota biobibliografica.

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Terra d’esilio, di Luca Pizzolitto 1. Yves Bonnefoy

“Porranno i fiori accanto allo specchio / che consuma, e forse salva”: Yves Bonnefoy

Scrive Bonnefoy, in una sua riflessione sul senso della poesia –
La parola poetica avvicina soltanto ma è, nello stesso tempo, quella parola che salva il mondo dall’abbandono, trasforma l’esilio in speranza, ritesse il filo spezzato della vita […] è una parola capace di essere civitas, luogo, dimora.

Di seguito, alcune poesie tratte da Quel che fu senza luce. Inizio e fine della neve (Einaudi, 2012) Continua a leggere