Archivio mensile:Agosto 2008

Su le mani!

Per ingrandire smausaci sopra.

Per vedere (e ascoltare) pleia sotto

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Da questo mese di Agosto collaboro con un mensile di politica e cultura del territorio che si chiama Fresco di Stampa diretto da Ignazio Riccio. La collaborazione è nata intorno ad un bicchiere (molte bottiglie) dopo una presentazione  alla libreria Spartaco di Santa Maria Capua Vetere. E’ una redazione composta essenzialmente di giovani che con l’appoggio di luoghi storici per il casertano come la libreria Quarto Stato, si fa un gran culo per non disertare la lotta in terre difficili (eufemismo)  come queste, sospese tra Casertano e Napoletano. Collaborerò con le mie vignette, les Faits Divers , nate proprio su questo blog e allora in occasione di questa loro materializzazione cartacea volevo ringraziare Fabrizio e i redattori di LPELS per quell’esordio, con la speranza di fare tutti un bel bagno, un giorno, in un mare che sarà di nuovo mare, in una terra che, senza alcun dubbio, tornerà ad essere una terra.

effeffe

ps

Il bagno, naturalmente nudi.

“Undici” di Savina Dolores MASSA


Il libro apre con la notizia di cronaca riportata il 4 giugno 2006 sul quotidiano La Repubblica, a firma di Giovanni Maria Bellu: “ Barca di clandestini africani arriva ai Caraibi dopo 4 mesi nell’Atlantico. – Una barca di sei metri, bianca, senza nome e senza bandiera. E’ un pescatore ad avvistarla alle cinque del mattino del 29 aprile a 76 miglia di Ragged Point, la punta più orientale delle isole Barbados. Dondola tra le onde, nessuno la governa, anche se a bordo s’intravedono degli uomini. Sono sdraiati sul ponte, immobili. Il pescatore chiama la Guardia Costiera. Alle sei della sera, la piccola barca bianca, trainata da una motovedetta, entra nel porto di Bridgetown. A bordo ci sono i corpi quasi mummificati di undici uomini neri.” Continua a leggere→

Un cuore di troppo [Scuola di poesia 3:5, di Massimo Sannelli]

1. Evitare la frustrazione. Nessuno vuole la frustrazione. «Ma» qualcuno «molto, non soltanto nell’àmbito della scrittura, forse pretese», prima di pretendere *poco* (passato remoto, azione conclusa; parole di Marco Furia su un frate-asino): e significa esattamente quello che dice, *non solo nell’arena della scrittura*. Veniva la vita, ma della vita si tace; perché ha presentato, e poi tolto, cose non vere o sbilanciate (ma su cui si è creata – *io stesso* ho creato – quasi una mitologia beatriciana, caso per caso; e un’avventura da biblioteche e vicoli liguri; ma un’avventura complessa, con tremori; e poi?). Alcune cose sono state *pretese*: con l’idea forte che la vita ne dipendesse: avendo fatto, si fa ancora; e si fa ancora ogni sforzo [possibile]. Ma i colpi sono colpi, e la perdita di valore anche. Infatti la perdita non sarà mai consolata del tutto: qualcosa mancherà sempre. Continua a leggere→

Numeri

In fondo è facile: ritagli i quadratini di carta, ci scrivi i numeri da uno a nove, li scegli dal mazzetto, formando coppie o cifre singole. Non dev’essere a caso: accarezzi i ritagli, vedi dove la mano è attratta fatalmente, e finalmente peschi. Sono arrivato a questo metodo dopo aver passato in rassegna tutti gli altri: i numeri più e meno frequenti nel sito della Sisal, l’abbinamento con i sogni, l’estrazione dal sacchetto della tombola, le targhe, le temperature del giorno e della notte etc etc. Continua a leggere→

Rainer Maria RILKE – Requiem per un’amica

rainer maria rilketomba di rilke

                                                 “Rose, oh reiner Widerspruch, Lust,
                                                  Niemandes Schlaf zu sein
                                                  unter soviel Lidern”.

Rainer Maria Rilke, Requiem für eine Freundin, traduzione di Dario Borso.

              Requiem per un’amica
              (Parigi, 31/10 – 3/11 1908)

Ho morti, e li ho lasciati andare
e stupivo a vederli così in pace,
così presto accasati nella morte, così giusti,
così diversi dalla loro fama. Solo tu torni
indietro; mi sfiori, ti aggiri, vuoi
cozzare in qualcosa che risuoni di te Continua a leggere→

Le Olimpiadi, allora.

di Antonio Sparzani

«Fiore dolce d’imprese eccelse… … …»

Un buon modo di datazione sul quale gli antichi Greci erano faticosamente riusciti a mettersi d’accordo era quello basato sulle Olimpiadi. Così chiamate dal nome di Olimpia, naturalmente, dove si tenevano i giochi – ma potremmo dire tranquillamente le feste – più importanti di tutta l’Ellade. A Olimpia sorgeva uno straordinario tempio di Zeus, contenente una statua in oro e avorio del dio, opera di Fidia, una delle sette meraviglie del mondo antico.

Lo stabilirsi del rito delle Olimpiadi fu un processo lungo, dapprima con valore solo locale, e poi, un po’ alla volta, perfino i Greci, litigiosi com’erano, riuscirono a trovare un accordo: le Olimpiadi divennero un patrimonio di vita e di cultura comuni; in quei giorni si conveniva di sospendere qualsiasi eventuale attività bellica.
E così, a partire circa dalla metà del VI secolo a.C., si instaurarono scadenze abbastanza stabili: ogni quattro anni – al plenilunio di agosto – si svolgevano a Olimpia i giochi più importanti, in onore di Zeus.
A partire da un anno che corrisponde, nella datazione degli storici posteriori, al 776 a.C., si conservò traccia scritta degli elenchi dei vincitori nelle varie gare, e gli anni si designarono indicando il numero dell’Olimpiade immediatamente precedente e indicando poi “in che anno si era di quell’Olimpiade”, intendendo così, dato che nell’aritmetica greca il numero zero non trovava posto, che, ad esempio, “l’anno 1 dell’Olimpiade II” era il 772, cioè l’anno stesso in cui si era svolta appunto l’Olimpiade seconda e invece “l’anno 4 dell’Olimpiade II” era il 769 – che noi indicheremmo con “tre anni dopo”: ci potrà sembrare un po’ strano, ma è del tutto coerente con il loro modo di contare come 1, e non come 0, l’anno stesso dell’Olimpiade. Per questo motivo i Greci dicevano che ogni Olimpiade si svolgeva nell’anno 5 della precedente e alludevano a questa periodicità con la parola pentaet?rikói che vale il latino quinquennales. Continua a leggere→

L’INDECENZA di Elvira Seminara. Incontro con l’autrice

Ci sono romanzi che, girata l’ultima pagina, riescono a folgorare il lettore e a lasciarlo avvinghiato alla storia e ai personaggi anche dopo la conclusione della lettura. Il romanzo d’esordio di Elvira Seminara, docente di Storia e tecnica del giornalismo nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania, nonché redattrice del quotidiano “La Sicilia”, è uno di questi. Un romanzo pregevole, che ben figurerebbe tra quelli finalisti nei principali premi letterari nazionali. Il titolo è “L’indecenza”, edito da Mondadori (pag. 181, € 17).
Una coppia siciliana che abita in una bellissima villa, circondata da un rigoglioso giardino, è in crisi per via di un trauma difficile da superare: un aborto spontaneo. Lei, la moglie, che è la voce narrante, è in preda a una serpeggiante forma di esaurimento nervoso. Ma l’arrivo in famiglia di una nuova colf, la bella e giovane ucraina Ludmila, pare disegnare nuovi equilibri all’interno del ristretto nucleo familiare. Ma è solo apparenza. La storia, bellissima e terribile, si dipana sul gioco di sottili meccanismi psicologici, in un’ambientazione perfettamente elaborata dalla scrittura avvolgente e ipnotica della Seminara. Un racconto quasi circolare che trae origine da una vita mai nata e si conclude con una vita che muore, tenendo il lettore incollato al testo dalla prima all’ultima pagina.

Elvira Seminara, chi è Ludmila?
Ludmila, forse, é l’Altro da noi. Il perturbante. La seduzione e la paura. Ma è anche lo straniero che accogliamo in casa bisognosi e diffidenti, cui deleghiamo l’enorme responsabilità dei nostri affetti, la cura dei bimbi e degli anziani. Continua a leggere→

L’Ombra del dubbio

Il puro momento della negatività è lo spauracchio col quale si vorrebbe arrestare chiunque osi pensare: “in fondo, anche nell’uomo più laido c’è una scintilla divina”. “E’ impossibile che tutto un popolo sbagli”, se volessi potrei anch’io recitarvi questa filastrocca, ma lo fanno già così bene tutti gli altri che forse è superfluo. Non conosco esempi di pura negatività assunti dall’industria culturale: sempre c’è nei suoi autori un barlume di consolazione, “la casina illuminata in fondo al bosco”, se non altro nello stile bonario, com’è il caso di certi critici della civiltà di massa che scrivono per “New Yorker”. Ciò che stupisce è che, per la prima volta nella storia, si pretenda in modo così unanime di essere consolati, rassicurati, si voglia a ogni costo essere confortati dalla “positività”.  Non credete che sia un brutto segno? Perché non c’è libro o trasmissione che non consoli, eppure non basta, coloro che vorrebbero fare qualcosa di meno doveroso, vengono anche loro a spendere una parola di incoraggiamento (Elémire Zolla). Continua a leggere→

I dietrologi

Ci sono dei modi di pensare così diffusi da essere diventati automatici. Generalmente mi provocano un vago fastidio, come quei bocconi indigesti che si vanno a piazzare sulla bocca dello stomaco e non vogliono saperne di andare né su né giù. Uno di questi modi di pensare è il complottismo, e cioè l’insopprimibile voglia di vedere “grandi vecchi” dietro a tutto ciò che capita. La voce del complotto nasce dal desiderio di denigrare qualcuno, ma ciò che la alimenta è la vocazione dei gonzi ad atteggiarsi a furbi, a far vedere che loro sanno cosa c’è sotto. Per loro le cose non sono mai come sembrano, non sono il risultato degli sforzi di chi si è dato apertamente da fare per ottenerle. E d’altra parte niente succede mai per caso. Dunque, dietro ad ogni evento ci sono strumentalizzazioni ordite da poteri occulti che vogliono l’esatto contrario di ciò che sembra. Loro, i dietrologi, lo sanno. E te lo dimostrano.
Il brano che segue faceva parte di un romanzo che vado componendo con frequenti ripensamenti e seghe mentali. L’ho tagliato perché, a un certo punto, la storia ha preso una direzione che l’ha reso marginale (e, si sa, in un libro tutto ciò che è inutile è dannoso). Ma l’ho tagliato a malincuore, per due motivi: il primo è che il pezzo, in sè, non mi sembra malriuscito; il secondo è che una frecciatina ai complottisti l’avrei data volentieri.
Ecco qua: una sedicente professoressa, dall’improbabile nome di Armida Sésostris, sta tenendo una conferenza ai soci della Filarmonica di Costanza (ridente cittadina tedesca affacciata sul lago omonimo). Guardate un po’ che cosa è capace di dare a bere.
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DA “IL LIBRO DEGLI HAIKU BIANCHI” di Nadia Agustoni

HAIKU.

DA “IL LIBRO DEGLI HAIKU BIANCHI” di Nadia Agustoni

Il Libro degli Haiku bianchi edizioni Gazebo 2007

Nota di Viola Amarelli

“Haiku infedeli” ci avverte l’autrice nella nota introduttiva del libro, e non solo e non tanto per il tradimento – ammesso peraltro anche nella patria d’origine – del classico schema metrico (17 sillabe ritmate in 5+7+5) che hanno reso l’haiku una delle forme poetiche più note nella letteratura mondiale. Infedeli, soprattutto, perché dell’haiku – profondamente radicato nella pratica zen – Nadia mutua la semplicità (L’aria sui rami), l’ascolto della natura (il fiore che s’apre), e l’autenticità istantanea, senza peraltro mai risolverle in visione a-dualista ma, al contrario, conservando la tensione, i dubbi, le incrinature dell’io lirico occidentale. Continua a leggere→

Grotta di Shanidar, 37º 05′ N 43º 52′ E

Negli anni Cinquanta un gruppo di ricercatori della Columbia University scoprì in una grotta sui monti Zagros alcuni scheletri di uomini vissuti suppergiù quarantacinquemila anni fa. Uno dei ritrovamenti attirò subito l’attenzione e fu oggetto di studi specifici: si tratta di un maschio deceduto all’età di circa quarantacinque anni, un’età considerevole, a quanto si sa delle aspettative di vita dell’epoca. Continua a leggere→

Era mio padre, di Franz Krauspenhaar

di Guido Michelone

Fra diario, autobiografia, rievocazione storica

Il rapporto padre/figlio è fra i temi più frequenti, contorti, discussi, controversi, nella storia del pensiero e della letteratura: aggiungere qualcosa di nuovo, dopo Sigmund Freud e dopo il Thomas Mann di Tonio Kröger sembra una missione impossibile, invece un altro tedesco, sia pur di lingua italiana, ci è riuscito: Franz Krauspenhaar. Continua a leggere→

“Stanze del viaggiatore virale” di Giovanni TURRA ZAN


III
nessuno sa del treno che arriva, né del suo vento
il ritardo. salire fa stipare i pesanti corpi, le pupille
che più male vedono ora le rotte. Si ride ed è un peso
che genera fumi per i chilometri di noia. ginocchia
con ginocchia: menischi che s’arrendono al gioco
e fasciati si toccano. le mudra delle mani a ripetere
che vietati sono i ventri
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Non capirsi


Il sottrarsi dell’arte al capire razionale, inteso quest’ultimo come atteggiamento primario, è stato sfruttato dal volgare irrazionalismo estetico. Secondo esso il sentimento è tutto. Ma la penetrazione concettuale diviene urgente sul serio quando l’esperienza artistica diventa la cattiva, passiva irrazionalità del consumo e non c’è più da fidarsi del sentimento. Il posto del ricompimento specifico, preteso dalle opere d’arte, è stato preso dal mero chiacchiericcio cui ci si abbandona seguendo la corrente della lingua, il declivio tonale, la complessione oggettuale delle immagini. La passività di quel modo di reagire scambia se stessa con l’encomiabile immediatezza. Le opere vengono sussunte a schemi cui ci si riferisce automaticamente, senza che vengano più conosciute individuatamente. Contro di ciò, e non oggi per la prima volta le opere d’arte devono proteggersi e costringere a un ricompimento che abiuri il capire convenzionale, il quale sarebbe soltanto un inconsapevole non capirsi. Deve venire fuori in primo piano ed enunciarsi il momento dell’assurdo, contenuto costituitivamente in tutta l’arte ma finora ampiamente coperto dal convenzionale.

Intervista a Maurizio Bossi sul volume “Raccontare la periferia”

di Giovanni Agnoloni

Oggi vi propongo una mia intervista a Maurizio Bossi, Direttore del Centro Romantico del Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux, storica istituzione culturale fiorentina. L’occasione è rappresentata dalla recente uscita del volume Raccontare la periferia (Premio di diaristica e di testimonianze narrative inedite) (“Antologia Vieusseux”, ed. Polistampa – Firenze, 2008, pp. 246), che raccoglie i racconti premiati nella seconda edizione dell’omonimo concorso letterario, oltre agli atti del congresso, tenutosi parallelamente alla premiazione, nel dicembre 2006, “Periferie delle città europee: derive o futuri centri?” Continua a leggere→

Ossezia

Quando non c’è più nessuna ragione. Quando si è arrivati al punto in cui tutti i nodi vengono al pettine, e di tutti ne resta uno, il nodo scorsoio dell’odio per l’odio, del potere per il potere. Chiunque abbia voce può dire il suo basta.

(La foto è tratta da qui)

Relazioni tecniche. Via Francesco Cagni. 2003

Dalla via Francesco Cagni ci sono passato una volta dieci anni fa. E’ una strada ripida pavimentata con grossi blocchi di basalto, che s’inerpica in uno dei quartieri storici della città. Il Casalotto non è un posto di gente ricca. Per di più è una comunità chiusa e la gente mi studia diffidente mentre cerco la perdita fognaria. Sono uscito come mi trovavo: magliettina simil-lacoste e pantaloncini sformati di maglina e preferisco non dire a nessuno chi sono: non crederebbero che sono un tecnico comunale Una signora getta acqua sul marciapiede davanti alla porta di casa. Il filo liquido prende subito la linea di massima pendenza e scorre veloce verso valle. Ci sono panni stesi tra un balcone e l’altro, parallelamente alle pareti esterne degli edifici. Che hanno un aspetto eterogeneo. Credo che il colore delle facciate dipenda dalla frequenza con cui arrivano i sussidi di disoccupazione e dalla regolarità con la quale vengono pagati i cinquantunisti e i centunisti della forestale. Continua a leggere→