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SCARBOROUGH FAIR – UNA FIABA
C’erano banconi di legno grezzo e massiccio interamente ricoperti da latte di finto argento d’ogni misura, tipo e caratura. Erano piene di fiori multicolore: si contavano gerani, rose, verbene, tulipani … Seduta, come si trovasse all’interno della sua normale abitazione, una vecchina ricamava centrini intagliati a mano
– “un’arte antica” – sembrava dicesse ad ogni passaggio di filo nella tela
– “profuma ancora di speranze e sogni da rammendare”.
Sollevando il capo senza una parola, mi porse un fazzoletto in lino, grezzo. Lo presi come se ne conoscessi motivo e ragione – complice del suo silenzio – la continuai ad osservare.
Senza distogliere lo sguardo dal ditale
– “devi ricamarlo senza usare filo ed ago, poi lo devi stirare senza ferro né vapore”, diceva lentamente
– “e dopo averlo ripiegato in essenza di lavanda, glielo devi consegnare … eh, ragazza mia, cent’anni prima io persi la ragione”, così concluse, svelando una smorfia di commozione sulle labbra corrucciate. Abbassai il capo, lei congiunse l’indice alla bocca a suggellarne il segreto.
Dalla folla di tamburelli nella piazza mi avvolse d’improvviso una canzone: era la fiera di Scarborough in aprile: la fiera dei folli, dei sogni, dell’amore.










