Archivi categoria: Recensioni

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Si è affermata negli anni, ed è ormai riconoscibile, una linea poetica che fa risuonare una nuova e consapevole identità femminile attraverso la parola erotica. La raccolta Azzardi dell’Io (Ensemble, 2024) di Alessandra Peluso è esemplare di questa espressività. Non ti attendo dall’aurora ma/ dalla cantina del vicino/ con un bicchiere in mano a festeggiar l’amor profano. Davvero, niente di confrontabile con poetiche che, pur trovando molti apprezzamenti, rischiano di portare, alla maniera di Marziale (appunto, non c’è stato già lui?), l’erotismo al livello della parafilia. Apri lo stomaco/ che son pronto/ a sputarci/ dentro/ (…) Dello stesso sapore/ saranno le mie parole/ che si sgretoleranno al sole.

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“Sporca faccenda, mezzala Morettini”, di Ferrari e Magliani

Recensione di Giovanni Agnoloni

Marco Ferrari, Marino Magliani, Sporca faccenda, mezzala Morettini (Edizioni Atlantide, 2024)

Quest’opera, scritta a quattro mani da due scrittori di razza, Marco Ferrari e Marino Magliani (in ordine alfabetico), è un romanzo divertente e spiazzante, intenso e a tratti drammatico. Il protagonista, Diego Álvaro Menconi, è un procuratore di calciatori di basso profilo, che partendo da Buenos Aires esplora tutta l’Argentina (siamo negli anni Sessanta) per cercare talenti in erba o calciatori consumati, nel senso di “sbreccati” dopo brevi stagioni di relativi successi e svariati anni di oblio. La sua esistenza si consuma tra banali riti quotidiani e rapporti più o meno superficiali con un vicinato che imbeve la sua esistenza di un invisibile gas anestetico. Finché appunto una vicina di casa, preoccupata per la scomparsa del marito, una mezzala un tempo abbastanza conosciuta, Luis Pacifico Morettini, non gli chiede di cercarlo. Ha così inizio, venata da un retrogusto di seduzione, un’informale e quanto mai irrituale indagine, che Menconi, figlio di un italiano anarchico della zona di Carrara fuggito in Argentina, porta avanti tra scalcinati campi periferici, bar e ristoranti di quarta e angoli di strada della capitale federale. Sono questi i luoghi in cui incrocia, a volte in modo turbolento, personaggi del mondo del calcio locale che vivono, un po’ come lui, sospesi in una sorta di bolla galleggiante in un mare di indeterminatezza ben più vasto della “pozzanghera”, l’Oceano Atlantico che separa l’Argentina dall’Italia, dove Menconi non smette mai di provare a piazzare i suoi protetti.

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Claudio Ottaviano, Il MARE e altre minchiate

Claudio Ottaviano, IL MARE e altre minchiate, Edizioni CAVA DALLAS, 2024

Prefazione di Andrea G.G. Parasiliti, Postfazione di Gloria Occhipinti

Claudio Ottaviano, nelle sei sezioni attraverso cui si srotola il suo libro (Esoculazioni, Orizzonte, Animali notturni, Le Sirene, Il Mare, Il Vuoto), ingaggia un corpo a corpo con quelli che direi essere i due temi centrali e ineludibili della realtà geo-politica e geo-sofica nel nostro tempo, un  tempo di caduta della metafisica, di tramonto del modernismo e del post-modernismo, di fine della storia (secondo il «pensiero debole» di Gianni Vattimo) ,vale a dire l’etica e l’estetica dell’uomo che vuole occupare una porzione dell’universo in un momento storico in cui  l’intero è stato disgregato, tutto appare in frammenti e in tale cumulo di macerie stratificate si è rotto anche il patto comunicativo fra Autore/Autrice del linguaggio scritto e lettore/lettrice. Ciò perché alla “parola” sempre più spesso non corrisponde la “cosa”. Ma in tale contesto di estraneazione e di smarrimento, la persona (non importa il genere) ha ancora una certezza, la quale, come una bussola, o una stella polare, è ancora in grado di essere guida sulle e tra le onde del Mare che Claudio Ottaviano adotta come metafora del vivere: l’immagine. Ma non la immagine a sé stante, o autosufficiente, bensì l’immagine in relazione alla parola di poesia, nel rapporto dialettico Immagine/Parola, almeno secondo il pensiero del grande «poeta dell’esilio» Iosif Brodskij (Nobel per la letteratura, premiato dagli Accademici di Svezia nel 1987). Su tale rapporto Brodskij scrive:«Le immagini rappresentano il contro movimento delle parole. C’è un rapporto debitorio tra le immagini e le parole, o un rapporto creditorio, uno squilibrio della contabilità, della partita doppia». Esemplari, sotto tale aspetto, appaiono questi versi di Claudio Ottaviano, in Vamos a la playa (p.31): Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Sicuramente non è un anacoreta. Anch’io, qualche volta, sono un mistico (Università della poesia J. R. Jiménez, 2023) è una piccola perla di Daniele Giancane. Dieci poesie che sono un distillato essenziale  ci lasciano il succo di una poetica intera.  La mistica qui richiamata (anche con un granello non blasfemo di autoironia) non è monologica ma invocativa. Non è liturgica ma metafisica, prospetticamente inserita nel vuoto; in un vuoto che non è assenza ma vacanza e dunque avvento. Un mistero, alla fine, che noi/ in tutto questo ci siamo,/ ci siamo. Come ha scritto nella nota finale, Giancane ha già pensato alla propria epigrafe: “Visse per la poesia – E fu un’esistenza esaltante”.

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Le Figure della Crisi di Vittorio Coletti

di Pasquale Vitagliano

Mio Dio perché ci hai abbandonato? Questa implorazione finale può esprimere lo stato di crisi etica, ma anche materiale, che stiamo vivendo in Occidente. Siamo prostrati. Anche un ateo può sentirsi così. Senza un Dio, lasciati soli, privati di ogni riferimento culturale intellegibile e stabile. Di questa crisi Vittorio Coletti ci propone delle stilizzazioni. Figure della Crisi – Vol. 1 (Il canneto editore, 2024). Questi saggi in forma di racconto sono il precipitato teorico e narrativo della collaborazione pluriennale con la Repubblica e Il Secolo XIX: uno sguardo sulla società italiana con le lenti di studioso della lingua e accademico della Crusca. Il prete e il politico sono al centro e sono le prime di una preannunciata serie di figure dentro un teatro delle idee in costruzione.

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Relatività, quante storie, di Antonio Sparzani

di Fabrizio Centofanti

Dopo aver letto “Relatività, quante storie”, di Antonio Sparzani, non posso dire di aver capito propriamente il contenuto del libro. Ma non posso dire, altresì, di non averlo capito. Questo, credo, sia il frutto migliore dell’assunto di fondo, che mette il punto di vista in primo piano. In qualità di sacerdote, ritengo di aver compreso la relatività dalla vita spirituale, dove tutto dipende, in effetti, da chi osserva. Oggi qualcuno mi ha fatto arrabbiare, ma è ovvio che ciò è relativo ad attese ed esigenze mie. Non lo dimostro in termini matematici, ma il criterio della scienza moderna è, come insegna Sparzani, l’approssimazione. Mettiamola così: sono doppiamente grato ad Antonello, perché mi ha dato la possibilità di leggere quello che lui stesso ha definito il suo libro più bello e, d’altra parte, perché mi ha fatto capire qualcosa d’importante non solo della scienza, ma dell’anima. In me, ora, c’è più “persuasione” che “retorica”, per dirla con Carlo Michelstaedter, citato da Sparzani in uno dei punti più alti e commoventi del suo saggio. Forse è qui che si gioca la partita: quando la scienza è capace di commuovere – e sono tante le pagine che suscitano lacrime o sorrisi – vuol dire che la distanza tra i due campi dell’umano si assottiglia. In fondo, Antonio Sparzani è l’esempio di come, nella stessa persona, possano coesistere fisica e poesia. Per questo ogni volta che lo vedo mi viene da abbracciarlo: perché in lui gli estremi si toccano, anzi – quante storie! – si abbracciano.

Antonio Sparzani, Relatività, quante storie, un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.

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La stessa persona, di Antonio FIORI. Recensione di Giovanni Nuscis

Antonio FIORI

La stessa persona

peQuod 2024

Collana Portosepolto

Volume a cura di Luca Pizzolitto

 

Ci sono, nella poesia di Antonio Fiori, delle caratteristiche che ricorrono raccolta dopo raccolta; come il raccontarsi intimamente, il disvelarsi senza infingimenti. Non parliamo naturalmente di temerarietà, di coraggio, ma di altro, di qualcosa di complesso che pertiene alla sua etica, alla sua idea di civiltà, di rapporti umani, di umiltà senza compiacimento; ciò è indubbiamente legato alla sua fede religiosa, e dunque alla consapevolezza di un giudizio finale per il quale dovremo giocoforza spogliarci di tutto, mostrandoci per ciò che realmente siamo. Continua a leggere

Getsemani, di Luca Pizzolitto

La notte dell’uomo nella notte di Dio
nota di lettura a cura di Emilia Barbato

 

La notte dalla quale scrive nel suo ultimo libro, Getsemani edito da PeQuod, Luca Pizzolitto, ribadisce la più antica pena dell’uomo perché “solo i nostri occhi sono/ come volti all’indietro. […] La morte la vediamo noi soli. Il libero animale/ha sempre la sua fine dietro a sé, /e Dio davanti. E quando va, va in eterno/ come le fonti. /Noi non abbiamo mai, /nemmeno per un giorno, lo spazio puro/ (1)

Ciascuno, e prima di ognuno, l’Uno ha conosciuto la vulnerabilità. La perdita, dal Monte degli Ulivi ai nostri giorni, continua a piegarci, a farci provare la gravità di un peso invisibile, la mancanza, quell’atroce sofferenza che non colpisce il corpo ma l’anima. La nostra, quella di Gesù lasciato solo nell’oliveto.  Continua a leggere

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Il regno doloroso, di Paolo Valesio

di Graziella Sidoli

Nota introduttiva a Il regno doloroso, di Paolo Valesio (Viareggio, Diaforia, 2024; edizione originale: Milano, Spirali, 1983).

 

Condensare in poche parole il panorama polimorfo di questo ampio testo non fa giustizia alla sua complessità. Si apre, questa nuova edizione, con un’avvertenza editoriale nella quale si dice che il libro “viene riproposto nella sua integrità e forza linguistica e in toto come romanzo ‘disallineato’ per forma e contenuti.” Cosa che in effetti osserva anche Valesio nelle sue note diaristiche in fondo al libro: non c’era un tentativo di allinearsi a movimenti o scuole. Il “disallineamento” è per questa lettrice, l’originalità di quel romanzo di cui mi sono innamorata nel 1983. Continua a leggere

Donatella Sasso, “Piazza della Vittoria”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Donatella Sasso, Piazza della Vittoria, Golem Edizioni, 2023

Una delle cose più difficili in narrativa è rendere la quotidianità come qualcosa non di trito e grigio, ma capace di suscitare interesse anche nella regolarità degli eventi – comprese le parentesi di eccezionalità legate a fatti particolari. È un tratto distintivo della letteratura italiana del secondo dopoguerra, stagione che arriva fino a tutti gli anni ’60, e che ha per protagonisti autori come Cesare Pavese, Carlo Cassola e Luciano Bianciardi, testimoni della vita nel suo concreto svolgersi attraverso un’epoca di grandi possibilità e inequivocabili segnali di crisi.

Leggendo Piazza della Vittoria di Donatella Sasso, opera ambientata nella Torino del nostro tempo – un “nostro tempo” da intendersi in senso ampio, perché potrebbe trattarsi del presente come, più plausibilmente, di un periodo indefinito verso la fine del Novecento o l’inizio del Duemila –, ho ritrovato vibrazioni simili, che impregnano di sé la vicenda di una donna proveniente dall’ex “Oltrecortina” (ma è piuttosto chiaro che si tratta della Repubblica Ceca). Dopo aver conosciuto un uomo italiano, si sposa con lui e si trasferisce nel nostro paese, appunto a Torino, iniziando a veder orbitare la propria esistenza intorno a una piazza non importante ma caratteristica e piena di vita, Piazza della Vittoria, con i suoi giardinetti, i suoi negozi e le attività che vi fervono, con l’unico svago dei weekend in montagna. Dapprima tutto questo le appare come una girandola di entusiasmo e d’amore, presto arricchito dall’arrivo di due figli, ma col tempo finisce per convertirsi in abitudine, ripetitività e ricerca di un nuovo senso ai giorni che passano. Continua a leggere

Fabio Pusterla, Sinsigalli

di Mauro Ferrari

Fabio Pusterla, Sinsigalli, Collana Ancilia, Nota di Giancarlo Pontiggia, pp. 60, puntoacapo Editrice 2024.

Una vena favolistica, che è il modo più libero e immaginativo di guardare al reale, è da sempre presente nella poesia di Fabio Pusterla, o meglio nel suo sguardo sul mondo: uno sguardo disincantato, non di rado civilmente engagé, conscio di una tragedia sempre aleggiante ma anche risoluto a resistere e a mostrare exempla liminosi con le armi dell’intelligenza, dell’equilibrio e della pietà; sempre alla ricerca dell’anello che non tiene, dello squarcio di bellezza, giustizia e verità in un mondo (in una cronaca, in una Storia) che ontologicamente tende ad annullarle, ma senza poterle del tutto sopprimere.
Doti, in fondo, che da sempre caratterizzano la poesia. Continua a leggere

Marino Magliani, “Materiali onirici di un somarello marino”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Marino Magliani, Materiali onirici di un somarello marino, Hopefulmonster Editore, 2024

Il nuovo romanzo di Marino Magliani – che chiamo consapevolmente così, e non romanzo breve o racconto lungo, come potrebbe sembrare – è stata una grande sorpresa. Materiali onirici di un somarello marino, appena uscito per Hopefulmonster nella collana “Pennisole”, diretta da Dario Voltolini, è un’opera che ribalta lo schema a cui ero abituato pensando alle opere di Magliani, ovvero l’osservazione del mare da parte di un uomo che vive a terra e si sposta lungo le coste, o al limite lo attraversa navigando. Tutta la produzione dello scrittore ligure residente in Olanda è infatti sospesa tra questi poli, oscillando tra il Ponente della sua regione, le dune delle spiagge nei pressi di IJmuiden, nei Paesi Bassi, e a volte l’Argentina o la Spagna, con l’orizzonte convesso del mare o dell’oceano a fare da costante interlocutore – tanto che a volte chiama confidenzialmente l’Atlantico “la pozzanghera”.

Qui no. Qui ci immergiamo direttamente nelle profondità del mare, fin nel cuore dei suoi fondali, per andare ad appuntarci nel punto di vista di una delle sue creature, una sorta di cavalluccio marino (in curiosa assonanza col nome dell’autore) che, stufo della solita vita e soprattutto desideroso di vedere “la pelle del mare”, ossia la superficie, con le prospettive di mondo che se ne spalancano, dopo essersi consultato con un altro membro della sua specie che racconta di aver fatto quel viaggio, parte anche lui per un’avventura che lo porterà dove non pensava. Continua a leggere

Sergio Daniele Donati, Amèn

IL VUOTO TRA LE PAROLE, NEL SILENZIO DELLA CREAZIONE

Per una lettura ermeneutica di AMÉN, di Sergio Daniele Donati, Il leggio libreria Editrice 2023Collana Radici.

Recensione di Daniela Stasi

 

Vorrei definire Sergio Daniele Donati come “L’Abitante dello spazio vuoto tra le lettere”: mutuandolo anche dal titolo di una preziosa rubrica mensile, curata dall’Autore, sul blog de le Parole di Fedro: tutto intessuto con i fili d’oro dei dialoghi poetici coi suoi Maestri. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Se la poesia può essere usata come un martello contro il senso comune, la nuova raccolta di Nicola Vacca, Il libro delle bestemmie (Marco Saya, 2023), alza il livello dello scontro. Il bersaglio sta in alto, in un qualche cielo, nel cielo cartaceo di tutti nostri umani dogmatismi. Il bersaglio contro cui lanciare l’offesa è (un) Dio. Questo mostro non ha niente di trascendente, spirituale o misericordioso. E’ un Dio capovolto, il Dio che l’essere umano s’è fatto nella storia a propria immagine e somiglianza, come scudo della propria fragilità e saetta della propria impotenza. Insomma, è un Dio odioso. Tanto più orrendo, a guardarlo in faccia in questi giorni spietati. Questo Dio è pienamente immanente. Di questa immanenza incarna la forma più orribile. Il Dio di Vacca è in-manis, immane, bestiale, troppo umano.

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Rileggendo Kostas Vàrnalis di Antonio FIORI.

 

Rileggendo Kostas Vàrnalis

di Antonio FIORI

 

Del greco Kostas Vàrnalis (Burgas, Bulgaria 1884 – Atene 1974) avevamo finora in Italia solo tre  pubblicazioni, tutte in anni abbastanza recenti: La vera apologia di Socrate (Argo, Lecce, 1994), Il diario di Penelope (La Zisa, Palermo, 2014) e una scelta antologica nel Meridiano Mondadori dedicato ai Poeti greci del Novecento (Milano, 2010). Continua a leggere

Carlo Cuppini, “Logout”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Carlo Cuppini, Logout (ed. Marcos y Marcos, 2024)

Posso affermare con una certa sicurezza che Carlo Cuppini è uno degli scrittori che conosco meglio, e non solo perché è un amico. Con lui ho sempre avuto una sintonia spontanea sul piano artistico, politico (in senso apartitico) e personale, come del resto con Sandra Salvato, la terza coautrice di un libro che abbiamo scritto insieme, Da luoghi lontani (Arkadia Editore, 2022).

Di Carlo, in particolare, avevo già molto apprezzato Il mistero delle meraviglie scomparse (Marcos y Marcos, 2021), un romanzo nominalmente per bambini, ma in realtà una favola assai matura e dalla profondità archetipica, come avevo evidenziato nella mia recensione di allora, uscita sempre su questo blog letterario.

Con Logout, appena uscito sempre per Marcos y Marcos, l’autore fa un ulteriore salto in avanti, e non solo come fascia “deputata” di lettori – qui l’età formalmente destinataria sarebbe più o meno dai 9 ai 12 anni – ma proprio come capacità di rivolgersi, usando un linguaggio semplice e al contempo densissimo (capacità che hanno pochi narratori), a un pubblico universale. E questo non solo perché la trama è estremamente avvincente, ma soprattutto perché tratta, appunto, temi universali e attualissimi, come la libertà personale in una società retta dalle multinazionali della comunicazione, della tecnologia e del farmaco, l’invasione onnipervasiva della domotica e dell’intelligenza artificiale, la diffusione (pandemia docet) di una mentalità spaventata da tutto e, con questo utile pretesto, tradotta in una vita “in gabbia” al di là di ogni ragionevole buon senso e, sempre a questo scopo, l’introduzione del concetto di “cittadinanza a punti”, con premi e libertà speciali concessi ai più virtuosi in attività condotte rigorosamente a distanza. Continua a leggere

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Marina Massenz, Rumori con sfondo

di Mauro Ferrari

Marina Massenz, Rumori con sfondo, puntoacapo Editrice, 2023

C’è un punto di intersezione, o una zona di contatto, fra fisico e metafisico, reale e immaginario. Se proviamo a raccontare quel luogo (che poi non è un luogo, perché non ha dimensioni fisiche) restiamo senza voce. Ma non senza parole, perché di quei luoghi possiamo scrivere. Possiamo descriverli, definirli, ma non spiegarli. Sono dentro di noi, non abbiamo accesso logico.  la scrittura che ci permette di abitarli per brevi tratti; e quella traccia che abbiamo intravisto e segnato sulla pagina resta per il lettore. Ecco, la raccolta di racconti brevi di Marina Massenz, Rumori con sfondo, cerca di dar vita a quei luoghi, e le sensazioni, gli accadimenti che coinvolgono chi passa la soglia. Non sono storie di building (non potrebbero esserlo); non sono vicende che trasformano l’Io lasciando in esso una traccia che non svanisce: anzi, sono tracce di eventi possibili in luoghi i quali smettono di esistere non appena smettiamo di pensarli. Non appena finiamo di scrivere o leggere di loro.

La logica razionale all’interno di questo spazio letterario non esiste: gli eventi si sviluppano imprevedibili (come se la vita poi fosse prevedibile), i percorsi e i viaggi conducono a qualcosa di inatteso che non è mai una compiuta rivelazione, ma solo un bagliore di significato; gli incontri non sono mai di dialogo, perché le parole che udiamo qui sono effimere, leggere, ed evaporano prima di diventare senso. La logica con cui gli avvenimenti si sviluppano, se tali sono, è quella del sogno, governata da continui slittamenti, per cui ad esempio le imbarcazioni diventano scatole di lamiera (p. 42), e le persone possono entrare in una scatola di fiammiferi (p. 34). Soprattutto, gli spazi in cui i protagonisti si muovono appaiono come labirinti da cui non si riesce a sfuggire, o una volta usciti è impossibile rientrare (La casa, p. 37). Il tutto, comunque, senza tragedia, perché questa esigerebbe una logica ben più stringente.

Ma sono anche luoghi definibili, almeno in parte: nella seconda sezione del libro, Marina Massenz prova a classificarli in relazione a noi, alle sensazioni che proviamo immergendoci in essi. E ne esce ovviamente una classificazione metafisica, surreale, che non ci impedisce comunque di riconoscerli: luoghi della terra, luoghi distesi, luoghi appesi, luoghi non luoghi ecc. 

Un libro come questo dimostra come le frontiere della narrazione siano ben più distanti e forse irraggiungibili di quanto ammetta la narrativa mainstream, cioè il classico romanzo da trecento pagine, la cui trama razionalmente “realistica” è frutto di una selezione imposta sulla caoticità del reale. E forse è compito della narrativa breve (una mosca bianca nel mercato editoriale) frequentare con coraggio questi territori che ci dicono ancora della complessità della vita.

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Roberto Plevano, Di spada e di croce

di Riccardo Ferrazzi

Avete letto “Marca gioiosa”? Se sì, non mancherete certo l’occasione di gustare questo nuovo capolavoro di Roberto Plevano. Ma se avete mancato l’occasione di leggere uno dei migliori romanzi storici della letteratura italiana, non perdete “Di spada e di croce”.

In realtà, ci sarebbe da domandarsi se sia lecito rinchiudere sbrigativamente questi due grandi affreschi in una definizione di genere (romanzo storico), come se l’autore avesse voluto unicamente rievocare i fasti di una famiglia e del suo maggiore esponente, Ezzelino da Romano, il condottiero che per un breve periodo arrivò a condizionare la politica mondiale ponendosi come indispensabile alleato dell’imperatore Federico II, lo stupor mundi. Controllando la Marca ed espandendosi in Lombardia, Ezzelino forniva a Federico una preziosa cerniera fra gli eserciti imperiali di Germania e d’Italia. Con lui cominciava a prender forma il sogno di una Italia, sempre inserita nell’impero, ma autonoma e influente.  Continua a leggere

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Quando tutto era intero: le 100 poesie di Franca Alaimo

[immagine di Clara Beatriz]

a cura di Biagio Accardo

 C’è un tempo nel quale noi e il mondo siamo una sola cosa? C’è uno stadio della vita in cui il disegno dell’Essere e dell’esserci coincidono? Forse sì. La ricerca di questa immagine originaria 
( l’arché dei  presocratici, la meta luminosa e, nello stesso tempo, oscura, cui tendevano i grandi mistici, l’e-stasi di cui ebbe a parlare Plotino), ovvero la ricerca di questo intero, costituisce la materia soggiacente a tutte le 100 poesie di Franca Alaimo, nel libro edito di recente da peQuod, per la Collana Portosepolto. All’altezza ormai del suo vastissimo e profondo magistero poetico, l’autrice indaga l’inafferrabile natura del nostro esserci, quell’ “ininterrotta notizia che dal silenzio si forma”, (1) per dirla con Rilke; quello spirare di un dio di cui non riusciamo mai a figurarci il volto, mossa da un’unica e forse ultima ambizione, quella della totalità. Non è forse questa la vocazione che il grande poeta austriaco, Rilke, vero maestro della nostra autrice, affida al suo Orfeo, quando nel nono sonetto canta? : “ Solo colui che anche tra ombre/levò la lira,/può con cuore presago cantare/ la lode infinita… Solo nel duplice regno/le voci si fanno/ miti ed eterne”.
Poesia dunque come parola della totalità, parola che vuole ricomporre l’originaria ferita dell’ esserci, perché, per il solo fatto d’essere stati vissuti, e di viverli,  “ i dolori sono tali per darci infine più frutto” (2); poesia come  itinerario poetico di ricomposizione, come vedremo dopo, che si snoda attraverso una geografia spirituale nella quale trovano posto creature semplici e umili, colme di una bellezza indicibile; mediante un linguaggio meditativo, quasi sapienziale che, lontano da ogni impellenza del dire, ha acquisito una sua più rarefatta essenzialità che consente a chi legge di entrare subito in sintonia con l’anima della scrittrice. 
Si tratta di un viaggiare, poesia dopo poesia, per territori in cui non servono più indicazioni, si tratta di un andare per terre  che solo i poeti “sciocchi e beati” sanno percorrere. Chiaro è lo scopo: ricongiungersi con “quell’acqua di Sorgente” da cui tutto ha preso inizio.  Continua a leggere

Primitivo Americano, di Mary Oliver

di Mauro Ferrari

Mary Oliver, Primitivo americano, a cura e con traduzione di Paola Loreto, Einaudi 2023

Nella splendida traduzione di Paola Loreto (autrice anche di una interessante nota di apertura) è stata appena pubblicato Primitivo americano, l’ultima raccolta della poetessa americana Mary Oliver (1935-2019). Si tratta di poesia etichettabile, in senso molto limitativo però, come spesso accade anche per le etichette più significative, come “ecopoetry”, quindi inquadrabile in quel vasto movimento culturale che ha radici profonde nella cultura e nella poesia americana (ma non solo). Il manifesto della ecopoetry, anche reperibile in rete, enfatizza il lato ecologista, diciamo pure politico, e mette l’accento sulla salvaguardia del pianeta e un nuovo rapporto con gli altri esseri viventi, sui diritti fondamentali dell’Uomo, la pacifica coabitazione dei popoli e “le nuove e varie introspezioni dell’Io”: punta insomma su aspetti cruciali del pensiero contemporaneo, compreso il distanziamento dalle poetiche paludate e accademiche, “per aprirsi a una comunicazione poetica chiara e semplice, comprensibile per tutte le culture” e quindi anche facilmente traducibile, per diffondersi almeno negli intenti tra un pubblico più ampio.
Legami e apparentamenti poetici sono evidenti con autori come Walt Whitman e la sua poesia intrisa di oralità; l’American Renaissance, anche con i suoi risvolti misticheggianti: R. W. Emerson e H. David Thoreau, Robert Frost e il contemporaneo Gary Snyder. Ma, restando in ambito anglofono, è impossibile non citare Wordsworth e, nella poesia più o meno recente (e per motivi diversissimi) il Ted Hughes di Moortown, River e Wolfwatching Continua a leggere

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