Il quaderno di geografia di Pinocchio. 4, di Nadia Agustoni

Dei gatti, delle volpi, di Penelope e dei ragni

“Non toccate la scienza.
E se fate le pentole ricordatevi i coperchi”.

(da L’enciclopedia dall’a alla z)

L’entomologia è una scienza che studia anche i ragni. Gli altri insetti a volte sono permalosi, ma i ragni no. I ragni costruiscono tele per catturare le mosche e se per puro accidente gliele distruggiamo, loro fanno finta di niente e ci pungono. Il loro fare finta di niente è una forma di bugia, ma uno scienziato non deve trarre conclusioni generali sui ragni troppo in fretta. Continua a leggere→

Luigia Sorrentino: la poesia che abita il corpo e la mente

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di Alessandro Moscè

 

Luigia Sorrentino è nata a Napoli e vive a Roma. La sua prima raccolta di poesie si intitola C’è un padre (Manni, Lecce 2003), alla quale è seguita la plaquette La cattedrale (Il Ragazzo Innocuo, Milano 2008) e alcuni testi comparsi su “Almanacco dello Specchio 2008” (Mondadori, Milano). E’ giornalista a Rai News 24. Attrice della Bottega Teatrale di Firenze di Vittorio Gassman, ha preso parte a diversi spettacoli di prosa, a film per la televisione e a cortometraggi.

Già con l’inaugurale raccolta poetica pubblicata da Manni nel 2003 (C’è un padre), Luigia Sorrentino aveva dimostrato immediatamente la varietà dei temi e delle linee portanti di una poetica sospesa tra affetti familiari soffusi e ritorni a “discussioni mute”, a rovelli e abbandoni, con gesti affermativi e negazioni subitanee. Ruggero Cappuccio, nella postfazione a C’è un padre, scrisse: “E’ certo che la fisicità tagliente delle terre, delle arie, dei liquidi fuocosi, dove la Sorrentino ha trascorso la sua infanzia, adolescenza e prima giovinezza, devono averle insegnato che lì il paesaggio e lo sfondo sono tutt’uno con gli uomini…”. Continua a leggere→

altri Canti dell’offesa – di Fabio Franzin

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(Dunque dov’è l’offesa? Ma non è / offesa, è strazio)

Vittorio Sereni, “Gli strumenti umani”, Einaudi, 1965

(La sorte dell’uomo, è mutata. Ci sono dei mostri. Un limite è posto a voi uomini. L’acqua, il vento, la rupe e la nuvola non son più cosa vostra, non potete più stringerli a voi generando e vivendo. Altre mani ormai tengono il mondo)

Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò”, Einaudi, 1947

Ora è anche per noia che si violenta
e si uccide per ammazzare un tempo
ostile in tanti contro uno da vigliacchi

così rinascono squadroni e spedizioni
punitive riaffiora il razzismo fra spritz
e tramezzini fra gli eroi dei videogames

e i jeans griffati così si umilia l’indifeso
il portatore di handicap, così, fra la noia
e il porno l’orrore è ormai divertimento.
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Erri

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Fra due ore viene da noi Erri De Luca. La tentazione è sempre quella: dargli i miei libri, chiedergli di entrare in redazione, parlargli di noi. Dopo un po’ prevale la saggezza, l’antica attitudine all’ascolto. Di me bambino non ricordo parole: solo quelle degli altri. M’incantavano, gli altri. La pelikan macchiata di Vincenzo Cerere; la maestra Battistoni; gli occhi azzurri della Persighetti. Il mondo era vero perché c’era l’altro. Oggi, la malattia è quella dell’io: i miei libri, le mie azioni, i miei progetti. Comprendo meglio l’impronunciabile nome dell’Onnipotente: Eyeh asher eyeh, Io sono colui che c’è. Che c’è per te. Dio non esiste senza l’altro. Senza la pelikan di Vincenzo Cerere; senza la faccia da schiaffi di Lele Tuccimei. Dovremmo tornare alle elementari per capire che cos’è l’amore. Sentire l’odore delle uova che la maestra Spina faceva colorare a Pasqua.
Tra due ore viene Erri. Gli chiederò se ricorda qualcuna delle sue parole di bambino.

Acasadidio, di Giorgio Morale

di Valter Binaghi

acasadidioA volte la stanchezza del vivere trascina con sè la stanchezza del lettore: si percorre svogliatamente lo scaffale della libreria, alla ricerca di un guizzo che possa ridarti passione e ti accorgi che i titoli più strombazzati dalle pubblicità editoriali difficilmente vanno oltre le alternative dell’intrattenimento giallistico o di un espressionismo che si pretende furibondo ed è solo velleitario. Sei già lì a pensare che in fondo il romanzo ha esaurito la sua funzione storica di conoscenza, quando ha saputo denunciare l’inferno mimetico della borghesia ottocentesca in ascesa, e da allora si limita a interpretare l’angoscia esistenziale del singolo o a rimestare negli stereotipi sociali della medesima, cucinando delitti e investigazioni senza poter competere coi ritmi del cinema.
Poi t’imbatti in un piccolo libro come questo, e sei felice di esserti sbagliato.
Oggi le cose grandi, le intuizioni profonde, si presentano in punta di piedi, e osano diventare parola dopo lungo pensiero, esonerando le maiuscole e il citazionismo e affidandosi a una lingua tornata tutta cose e sentimenti, ossificata e per questo illuminante, come se l’ampia visione del poeta e e l’austera fermezza del fabbro avessero lavorato assieme per restituire allo sguardo sull’uomo una pietà sottratta alla retorica.
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PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 104

Sto andando in ufficio, seduto sul tram sto leggendo uno dei soliti cataloghi antiquari dove ormai la maggior parte dei libri offerti non è più vecchia di me. Durante la lettura ogni tanto alzo gli occhi, seduti di fronte ho un ragazzo e una ragazza ispanici sui vent’anni, forse meno, che si dividono i due auricolari dello stesso apparecchio.
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Commiato a Infinite Jest, di David Foster Wallace

di Ezio Tarantino

Che libro è Infinite Jest, che ho finalmente terminato di leggere da qualche giorno? Un capolavoro? (cos’è un capolavoro? Un libro per tutti? Infinite Jest, è evidente, non è un libro per tutti – ma esistono, poi, libri per tutti?) E’ certamente un libro mastodontico che lascia un vuoto enorme. Esistono però libri molto piccoli che lasciano un vuoto altrettanto enorme. Il volume, dunque, non c’entra. Ci può essere solo un verso, uno soltanto, a lasciare un vuoto enorme, così come un nome, una parola sola, meno di un nome, il suo ricordo, la sua ripetuta cantilena mentale, la sua iterazione infinita priva di suono, di valore, di senso. Il nulla lascia un vuoto enorme. Dunque le dimensioni del libro non lasciano in eredità, in quanto tali, né un vuoto né un pieno proporzionato.

Infinite Jest è il libro della Dipendenza, è l’Enciclopedia della Dipendenza e di ogni tipo di Nevrosi e/o Disturbo della personalità maturato in ambito familiare e non, e alla fine l’unica cosa sensata che mi sembra io possa fare è ricominciarlo daccapo.

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Vivalascuola. La sciatteria della scuola pessimo costume nazionale

Vito è sotto le macerie e lascia tra il pietrisco bianconeri
slanci, l’urlo di Blasco e quell’amore che c’è sempre a diciassette
anni, e gli affetti veri, semplici, diretti e vivi – una famiglia
tra i pensieri e mille sorrisi e carezze – e Vito là resta senza vita,
per sempre vivo, giovane che non invecchierà, giovane sottratto
allo smacco degli anni, giovane sottratto al desiderio della vita.

(Enrico Cerquiglini, Si chiamava Vito, aveva diciassette anni)

La cura dell’ambiente è un punto nodale
di Grazia Honegger Fresco

La cura dell’ambiente è un altro punto assolutamente nodale: nell’approccio Montessori non si lavora con i bambini in un posto sciatto, Continua a leggere→

Zingari di merda

di Antonio Sparzani

buche ricoperte con la paglia a Listeava

buche ricoperte con la paglia a Li?teava

È il ritornello che percorre tutto il libro – zingari di merda – flash impietoso e accorato di Antonio Moresco, resoconto di un breve ma molto intenso viaggio in Romania che Antonio ha fatto con alcuni rom, tra quelli sgomberati dalla Snia di Pavia. È un ritornello che ironicamente e amaramente ripetono gli zingari stessi, facendo il verso a quei numerosissimi italiani che li investono con questo gentile appellativo.

È un resoconto scarno e attento di un viaggio su una “vecchia BMW dalla fiancata sfondata” che Moresco compie, insieme con il fotografo Giovanni Giovannetti in alcune delle città, ma no città, luoghi, villaggi, baraccopoli, catacombe, abitate – si fa per dire – da zingari di varie etnie, Rom, Sinti, Kalé. Continua a leggere→

Grotteschi e Arabeschi

Vitaliano Trevisan, Grotteschi e Arabeschi, pp.100, € 14, Einaudi, Stile Libero

Un balzo a ritroso che attraversa due secoli, l’incontro con un maestro-mostro, il contatto implosivo fra poetiche distanziate da mezzo abisso che tuttavia vogliono spingersi oltre i propri confini per fagocitarsi a vicenda in una fusione oscura, tesa, febbricitante. Trevisan che rivisita Poe, oppure Poe che raggiunge (si fa raggiungere) da un collega lontano mille-miglia-luce nello spazio e nel tempo? Ha senso porsi interrogativi sulla natura di un big bang narrativo come quello che gioca ad autoalimentarsi in questo nuovo mirabolante Grotteschi e Arabeschi? Continua a leggere→

Il lamento di Bloom: è un Nobel per idioti

bloom

di Alessandra Farkas

New York – «Un anno fa sono caduto, spezzandomi tutte le vertebre della schiena. I dottori mi avevano dato per morto, ma eccomi qua». Gli occhi chiaro-cangiante di Harold Bloom sono pieni di tristezza mista a pudore mentre cerca di giustificare quel bastone, ormai inseparabile, cui s’aggrappa per sostenere il peso degli anni e le angherie di un fisico che non vuol saperne di rincorrere i ritmi ancora frenetici della sua straordinaria mente. Continua a leggere→

Elogio del tatto (con divagazioni su Almodovar)

di Marina Torossi Tevini

I sensi nella società dei consumi

Mi sembra che il tatto sia di gran lunga il senso più trascurato da questa società che pure ai sensi fa ampiamente appello. Ma quali sensi? La vista è indubbiamente privilegiata. L’uomo della società dei consumi è un uomo educato a gustare la vita attraverso gli occhi. Deve vedere per poter desiderare, e la società ha tutto l’interesse a far nascere in lui bisogni insoddisfatti. E insoddisfatto è in effetti mentre se ne sta davanti alla televisione guardando donne bellissime che non saranno mai sue, case splendide che non possederà mai, oggetti (automobili cibi beni superflui) che potrà, con qualche sforzo, avere e che, entrati nella sua vita, forse non gli daranno la soddisfazione che quelle immagini accattivanti gli avevano suggerito. Continua a leggere→

Creative writing? (Annotazioni sulle scuole di scrittura creativa)

di Alfio Squillaci

Quando leggiamo che lo scrittore Raymond Carver si dedicò per un certo periodo della propria vita – tra esperienze molto americane di lavori precari in portinerie e lavori porta a porta – ad insegnare in scuole di creative writing (scrittura creativa) , cosa dobbiamo pensare? Sappiamo che Carver fu un grande estimatore di Anton Cechov, che in qualche modo assunse nella propria arte e nello strumento letterario prescelto – il racconto più o meno breve – lo “sguardo”, le atmosfere, il tono, il colore, l’ispirazione del grande scrittore russo, ciò che in un solo termine e in seguito venne chiamato “minimalismo”. E ci chiediamo: Carver insegnava tutto ciò nelle sue lezioni di “creative writing”? Insegnava cioè come “spontaneamente” e per un atto di pura mimesi in genere si apprende l’arte dello scrivere? E la domanda che ci poniamo diventa pertanto questa: si può apprendere e/o insegnare l’arte della scrittura “creativa”?

Gli americani fanno bene ad aggiungere quell’aggettivo qualificativo, “creative”, perché di manuali di scrittura, commerciale ad esempio, sono piene le edicole delle stazioni. E tuttavia gli americani, che della “scienza” dell’how do it (“come farlo” o manualistica) sono degli entusiasti propagatori planetari, non hanno arretrato davanti all’ipotesi della trasmissibilità non solo di una tecnica, ma di un’arte. Certo, loro potrebbero controbattere che dal punto di vista dei codici retorici sia la scrittura commerciale che quella creativa esibiscono proprie specificità, anch’esse codificabili tuttavia, dunque sottoponibili a didassi, una volta che ne “isoli” i codici. E per tale ragione, qualsiasi arte si risolve in una tecnica. Continua a leggere→

Che cosa scriveva Carver prima di essere Carver

di Alessandro Baricco

Esce in Italia, da Einaudi, nella traduzione di Riccardo Duranti, un libro che viene da lontano, che ha una storia affascinante, e che per 27 anni, inutilmente, l’establishment letterario mondiale ha cercato di far dimenticare. Tutti sapevano che c’era, ma pochi l’avevano letto. Nessuno poteva pubblicarlo. A suo modo, un libro proibito. Si intitola Principianti (euro 19,pgg.VIII-294). A scriverlo è stato Raymond Carver, alla fine degli anni Settanta, quando non era nessuno: diciassette racconti in parte già pubblicati su riviste, in parte inediti. Finì nelle mani di un editor di Knopf, un editor non qualunque, una specie di genio dell’editing: si chiamava (si chiama tuttora) Gordon Lish. Il testo di Carver gli sembrò eccezionale. Non si limitò a decidere di pubblicarlo: lo prese e ci lavorò duro. Ne uscì un libro molto diverso, con centinaia di correzioni e il 50 per cento di pagine in meno. In questa versione fu pubblicato nel 1981col titolo Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. L’esito fu clamoroso. A tutt’oggi quel libro è considerato una pietra miliare della letteratura di fine secolo: il minimalismo letterario nasce lì, e lo fa con una violenza e un fascino che non hanno risparmiato quasi nessuno. Va sottolineato che il lavoro di Lish non è riassumibile semplicemente in un accurato e ipertrofico lavoro di pulizia: le sue correzioni, oltre a tagliare, costruivano uno stile, aggiungevano frasi, cambiavano i finali, modificavano i personaggi. Benché le storie e l’approccio iniziale fossero genuinamente carveriane, lui portò in quel libro una genialità, una radicalità e un’audacia che gli varrebbero quasi lo statuto di co-autore. Per questo il caso di quel libro è pressoché unico, e infinitamente curioso: sarebbe come scoprire che Moby Dick, prima dell’intervento di un editor, era lungo la metà, non era un racconto in soggettiva da Ishmael e non prevedeva nessuna enciclopedia sui cetacei. Alla fine la balena perdeva. Sono colpi… Continua a leggere→

La prima poesia della notte

Ieri sera fu più facile scrivere e pensarti.

Adesso, nel fuoco dell’insonnia, provo

a fare gli scalini per arrivare

a bagnarmi nella luce

del giorno che dovrà venire.

È chiaro, la prima poesia della notte

non ha ancora un tema preciso.

Il figlio di un anno fa la tosse

ed io muovo la culla con un piede

per aiutarlo a dormire.

Scrivere è meglio che pensare, sembra

che il tempo non passi invano,

ma mentre scrivo

penso agli occhi gonfi che avrò domani:

devi sapere che non guardo mai i miei occhi

da vicino, ho paura di vedervi il sangue

e il tempo che fugge col suo bottino.

Ora il figlio più grande, vivo neppure

da tre anni, chiama sua madre nel sonno,

chiama e piange.

“Lettura poetica” dell’opera n.3:”L’intrinseco moto del giardino” di Marinella Galletti

adamo_ed_eva_di_durer
Adamo ed Eva 1504
Albrecht Durer
incisione

(clicca sull’immagine per ingrandirla)

“Lettura poetica” dell’opera n.3: “L’intrinseco moto del giardino“

di Marinella Galletti

Segni e linee sottili danno forma al paradiso, mondo che respira, sensibile e visivo, complementare in tutte le sue parti. Luogo in cui Adamo ed Eva, estensioni umane della bellezza della natura in avanscoperta, apprendono le leggi dell’armonia. Qualche istante prima del peccato, così che s’infrangano tra i rami, l’incanto e l’eternità dell’insieme nevralgico del paradiso terrestre.

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