Per non distrarsi, durante la preghiera, basta pensare che, se invitiamo qualcuno a casa, come minimo dobbiamo esserci. Sarebbe strano non farci trovare. Se lo facciamo in società, perché non farlo con Dio?
Archivi autore: fabrizio centofanti
La parola ai poeti. Luciano Mazziotta
Limite nr. 1. Inadeguata individualità.
Se mi è stata proposta, volontariamente e non-necessariamente, questa parola in questo spazio, altrettanto volontariamente e non-necessariamente posso rispondere. D’altra parte, mi è stato offerto questo luogo sulla base di un mio fare, quindi è necessario delimitare ciò che potei dire, nella consapevolezza che il come e il che cosa sono differenti per ogni fare in cui sono coinvolto. Il fare in questione è relativo all’atto di aver scritto dei libri, che, in un modo o nell’altro, sono delimitati al campo di quello che viene denominato comunemente poesia.
Ho ripetuto più volte la parola limite, delimitato, limitare, per una questione meno poetica e più agorafobica: che cosa mi è stato chiesto in questo spazio? Ho bisogno di un confine. Esprimere una visione della scrittura in versi, la mia esperienza con la scrittura in versi, le mie relazioni con l’ambiente inerente alla sfera di chi si occupa di questa pratica. Si tratta di un tema illimitato, per uno spazio, quello virtuale, illimitato anch’esso. Agorafobia: mi è opportuna una barriera. Non parlo di traccia: le indicazioni, del resto, sono chiare. Parlo di un illimitato che, in quanto tale (e tanto per la parola quanto per il mio fare), posso pensarlo esclusivamente per mezzo di una esperienza del limite. Esperire il limite non significa, però, per me, esperienza agonistica e adrenalinica del rischio. Ha a che fare, invece, con i propri (i miei) limiti: fare quello che posso fare, e ciò che riesco a fare, secondo la individualità di soggetto che esperisce. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Mt 22,34-40]
“Amerai il Signore tuo Dio…”
“Amerai il prossimo tuo…”
Due amori, una sola misura: tutto.
Se amare è recepire il Tu in tutto il suo essere se stesso, così com’è, per quello che è, allora, o è tutto o non è.
Non può esistere un confine all’amore. “Tutto il tuo cuore, tutta la tua anima, tutta la tua mente”. Nulla è escluso.
Anche il termine greco esprime la globalità: òlos. Non si ama fino ad un certo punto. O si ama totalmente o non si ama. Continua a leggere
La parola ai poeti. Lina Salvi

Ho sempre pensato che la poesia in me sia nata per caso, anche se man mano che la scrivo mi rendo conto di cercare di portare alle luce reperti già esistenti, sedimentati da tempo. In ciò mi conforta il pensiero di Giuseppe Ungaretti, il quale, in un’intervista Rai del 1961 si limitò a spiegare come fosse nata la sua poesia per il pubblico, ma non per lui; alimentando il suo mistero insondabile, pur sempre insostituibile ed affascinante.
La città al centro per me fu Milano e alcuni ambienti letterari. Il dialogo e l’ascolto di altri poeti di provata esperienza è stato fondamentale, non per avere un “posto” da qualche parte, ma per capire i limiti della mia scrittura. Continua a leggere
Gian Piero Stefanoni, Lessico Madre, Dialoghi con san Luigi Gonzaga
Ez 36, 26
– Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.
ai miei figliocci
I.
del trasporto dell’infermo al Santa Maria della Consolazione
Tolto dal cielo,
rimesso agli occhi
parla alla sua sostanza il corpo.
Anima degna
del tessuto di cui è peso,
il reclinare del Padre
al patire del mondo,
il sì del nome
all’insufflare dell’immagine.
Guardare all’uomo affinché non cada. Continua a leggere
Repetita iuvant, forse. È ancora lì
Francesco ha i capelli spettinati, come sempre, gli occhi un po’ spenti, la voce bassa di chi ha imparato a non chiedere troppo dalla vita. State passeggiando nel cortile dove s’intrecciano studenti della scuola d’italiano, bambini che gridano all’uscita dell’ora e mezzo di catechismo della comunione, giovani che chiacchierano dell’ultima partita della squadra del cuore. Quando si scrive bisogna inventare o prendere spunto dalla vita? Una bella domanda: ma non dovrebbero rispondergli alla scuola di scrittura, con quello che paga? Pensi al tuo romanzo: ogni capitolo nasce da un movimento di organi interni: lo stomaco, il cuore, gli intestini. Si scrive con la pancia, ti verrebbe da dirgli; è una lotta senza tregua fra una realtà che schiaccia e il sogno che la tocca con un’ala leggera, le insegna a volare. Vorresti dirgli che, quando cominci a battere sui tasti, le dita faticano a tenere il ritmo, incespicano nell’ultimo litigio con il povero, nella delusione per un tradimento, nello sforzo sovrumano di restare calmo se il tuo collaboratore non è capace mai di stare al chiodo, come te.
Maddalena Pezzotti, Vermiglia goccia
a cura di Alberto Fraccacreta
L’ava
Di felce e tubero
puntato il passo
che a me conduce respiro
di muschio e corteccia
e sguardo
di ombra e goccia
scuotendo il bosco
il tuo piede ossuto
la tua voce di violino
non accordato.
*
Noi che siamo luci in corsa
ai bordi dell’autostrada,
e la notte, senza gravità,
unica via. Continua a leggere
Di più
Poetry Therapy, di Dome Bulfaro
La risposta alla domanda “Poesia e Natura: quale cura?” che ha dato il là a questo doppio numero monografico è arrivata dopo un anno e mezzo circa di gestazione, ma questi trenta articoli, per numero e qualità, suonano come un ruggito davvero potente, per il quale è valsa la pena attendere tutto questo tempo.
Non è la Natura a non avere Voce, ma gli esseri umani a non avere sufficiente orecchio. Per acquisirlo e coltivarlo ci viene in soccorso l’arte, specialmente la poesia che ci insegna a essere innanzitutto ascolto e solo dopo dire, a farci cavità prima che seme, sospensione prima che inspirazione/espirazione, domanda prima che risposta.
Avevamo fino a oggi lasciato un po’ in disparte la questione su quale potesse essere la cura nella relazione tra poesia e natura, ma non perché la ritenessimo secondaria ma perché volevamo riservargli uno spazio adeguato, che forse siamo riusciti a rendere memorabile, come volevamo, grazie all’eccezionale apporto di tutti gli autori, redattori e traduttori, che hanno costruito questo numero doppio di Poetry Therapy Italia. A ognuno di loro va la mia personale e nostra gratitudine. Continua a leggere
Paolo Codazzi, Lo Specchio Armeno
di Riccardo Ferrazzi
Un romanzo che andrebbe prescritto a tutte le “scuole di scrittura” perché, diciamo la verità: non se ne può più della mania per la “paratassi”. Dopo aver sterminato gli avverbi, decimato gli aggettivi e abolito gli incisi, i romanzi sono composti ormai soltanto da frasi scheletriche, con soggetto, verbo e rarissimi complementi, dopodiché ci affretta a fare punto. Possibilmente a capo. Come nel gioco del calcio, dove gli allenatori hanno proibito il dribbling e guai a chi si permette di “andare all’uno contro uno”!
Nel suo Specchio armeno Codazzi ci restituisce il piacere della retorica “asiana”, dei periodi simmetricamente costruiti, dove, intorno alla frase che dà il senso del discorso, si aggiungono le informazioni corollarie che i narratori “paratattici” (e gli sforbicianti editor) taglierebbero per principio. Eppure, quelle informazioni sono tutt’altro che inutili, anzi: inquadrano in modo coerente e articolato il mondo in cui si svolge la vicenda, allestiscono una Wunderkammer nella quale il lettore viene trasportato per vivere insieme ai personaggi. Non è proprio questo ciò che chiede il lettore? Ma, si obbietta, non siamo più abituati a questi periodi lunghi una pagina, dove si rischia di perdere il filo, di non capire più chi parla e a cosa si riferisce! Continua a leggere
La Spagna in lettere, di Annelisa Addolorato. Fanny Rubio
“Sin tinta no hay vida”
Ottobre porta con sé questo mio post sulla figura della scrittrice, poetessa e cattedratica di Letteratura spagnola, specializzata in letteratura contemporanea, Fanny Rubio. Nata a Linares (Jaén), in Andalusia, alla fine degli anni Quaranta, ha al suo attivo moltissime pubblicazioni sia letterarie sia accademiche e ha insegnato Letteratura spagnola nelle Università di Granada e Fes, poi soprattutto è stata Cattedratica presso la Universidad Complutense di Madrid. Molto presente anche in radio, televisioni, oltre che ovviamente in Università spagnole e internazionali, e in innumerevoli eventi, mediatici e non.
Mi voglio concentrare su tre sue pubblicazioni, emblematiche e significative per parlarne. Continua a leggere
Maria Grazia Insinga, A sciame
Tra poesia e musica.
Non lo dirò con le parole
Maria Grazia Insinga
“A sciame, Arcipelago itaca Edizioni, 2023)
Nota di Maria Allo
Il percorso sperimentale, fin dai suoi primi lavori (Persica, Ophrys, Tirrenide, etc.), porta Maria Grazia Insinga, musicista e musicologa a cercare sonorità diverse e particolari in questa nuova opera. Alla base della essenza e della ricerca della “poesia” di Insinga interessa mescolare suoni che appartengono all’universo delle note da lei utilizzate come fonte timbrica da esplorare e adottare nella creazione artistica. L’autrice concentra dunque la sua ricerca in particolare sulla voce e studiandone a fondo le potenzialità espressive, utilizza le principali risorse della sperimentazione per modulare in musica il suo impegno. I suoi testi e i titoli delle sezioni infatti riflettono le complesse intenzioni compositive dell’autrice che adotta quelli che sono i suoi criteri personali e ciò implica la necessità dell’autrice di fornire alcuni chiarimenti così da consentire una lettura globale della sua scrittura che per le sue peculiarità, risulta di difficile traduzione (1). Strumenti musicali diversi suonano una nota di uguale altezza e intensità in questa nuova opera, “A sciame”, e riproducono un procedimento ritmico secondo cui il suono è emesso su un tempo debole e tace su quello forte (contrattempo). In quel suono enigma, “il non comprensibile dentro la ragione/non rende comprensibile niente e qui/si affermano minuscole lame di selce” (p.17), o “senza immersione non vieni alla luce” (p.23), si avvertono gli echi di una raffinatissima memoria letteraria e di una sensibilità linguistica, dal momento che implica la commistione di codici linguistici diversi e di un pensiero policentrico. “Starci dentro è stare sempre fuori” (p.20) e “anticipa la resurrezione vocale dell’altra/nell’una: il suo gesto precede la musica” (p.20) testimoniano il desiderio dell’autrice di dare voce al silenzio: “Impara ad ascoltare il silenzio e scoprirai che è musica” esorta uno scrittore del Mali, perché ogni cosa attorno a noi cerca di comunicarci uno stato d’essere che misteriosamente arricchisce e preserva la creatività poetica della letteratura, sembra dirci Maria Grazia Insinga. Nel carattere polifonico del poemetto “A sciame”, il non detto può essere percepito e custodito nel respiro di quella “voce inumana” (p.45), invisibile, fulminea, spesso oscura, (non spiegabile con parole comuni, ma interpretabile) che, nel suo svanire, rivela un senso nascosto più critico, acuto e incisivo della realtà. Il leitmotiv di “A sciame” e di tutta la produzione di Insinga è in quel “dire”: “la parola che non dice dice” (p.52, sez. La testa che parla) o “senza immersione non vieni alla luce” (p.23) anche se “rientra nei difetti della vista/persino la luce” (p.24) o “è necessario mescolarsi:/solo ibridi e serenelle sopravvivranno” (sez. La stanza dell’acqua). Forse in questo apophainethai (mostrare) disvelare e dunque ritornare al nostro stesso dire implica la nostra capacità di ascolto “nella fessura fatta ad arte affinché/nessuno l’altra divina se ne accorga” (p.79) con l’auspicio dell’elaborazione di un nuovo linguaggio capace di rappresentare la nuova realtà, estremamente complessa e indecifrabile. In questa prospettiva, da questo poema sinfonico che va pertanto tracannato tutto d’un sorso, come dice nella preziosa prefazione Giuseppe Martella, emerge un inedito sperimentalismo volto alla ricerca di nuove strutture espressive e alla scoperta di nuovi impasti stilistici aperti alle contaminazioni più ardite: “ai piedi del rogo accendo il pescheto” (p.80), non un atteggiamento di rinuncia alla comprensione e alla resa al labirinto. Non è forse questo il valore razionale e conoscitivo della letteratura, alla quale è affidato il compito di non accettare il labirinto della non “significazione”?
(1) https://www.theserendipityperiodical.it/2021/09/19/tirrenide-intervista-a-maria-grazia-insinga/
Luigi maria Corsanico legge Fernando Pessoa 51
Fare giorno
La parola ai poeti. Francesca Del Moro
[foto di Daniele Ferroni]
Scrivere per sbendare la ferita
La poesia è una ferita individuale
che diventa musica collettiva.
Maria Grazia Calandrone
Sono “morta emotivamente e psichicamente”, per usare le parole della mia terapeuta, quando mio figlio si è suicidato tre anni e mezzo fa. Allora e per molti mesi a venire sono stata come altrove. Tutto ciò che era vitale per me non esisteva più, compresa la scrittura. Non riuscivo più a seguire un film, ad ascoltare musica, né tantomeno a leggere poesia o qualsiasi altra cosa. Potevo solo camminare e nuotare perché erano i modi in cui il corpo cercava di fuggire la violenza del pensiero. Il primo libro su cui sono riuscita di nuovo a concentrarmi è stato il volume dei Meridiani dedicato alle opere di Sylvia Plath, forse in virtù di un’affinità con il suo sentire e per una ricerca di solidità espressiva. A poco a poco ho ripreso a leggere con costanza, poi a scrivere versi e infine, passato quasi un anno, a partecipare a incontri di poesia. Continua a leggere
Riamare
Quattro libri in commercio col divino
di Alberto Fraccacreta
Dietrich Bonhoeffer, Poesie (testo tedesco a fronte, introduzione e traduzione a cura di Alberto Melloni, Marietti)
Le liriche di Bonhoeffer, teologo evangelico ucciso nell’aprile 1945 per aver aderito al complotto contro Hitler, «sono accomunate – nota Melloni – dalla “scrittura notturna”, diversificate nel verso (ora libero, ora legato a un metro e alla rima), con echi a volta espliciti, ma spesso impliciti alla tradizione musicale tedesca, al patrimonio innologico luterano, non meno che al linguaggio biblico». Continua a leggere
Domenico Pelini legge Dino Campana 8
Si spiega

Siamo qui per amare: ogni gesto che ha il coraggio di accogliere il progetto di Dio ha un valore inestimabile. Una parola di conforto, un’espressione autentica di tenerezza, un’attenzione inaspettata, sono la storia della terra che s’intreccia con quella del Cielo. In questa convergenza, tutto si spiega.
Emiliano Cribari: Cronache dalle rovine
di Franca Alaimo
Pregare senza altare
La montagna, il bosco: figure entrate da sempre nel territorio dei simboli e, dal Novecento, in quello psicoanalitico: luoghi del distacco dalla comunità umana, della prossimità, la prima, al divino; dell’immersione nella primitiva felicità e integrità della Natura, il secondo.
Ascesa ed esplorazione del proprio io.
Emiliano Cribari pratica entrambe percorrendo la catena degli Appennini, spina dorsale della penisola italiana, disegnando una mappa insieme storica, botanica, zoologica, catturando epifanie di luce, voli, ombre misteriose, panorami suggestivi, intridendosi di profumi, di colori, di gioie tattili. Continua a leggere

















