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da qui
Riunione con le alte gerarchie per la programmazione annuale. Le linee da seguire sono la centralità dell’eucaristia e la carità. Approfondire, organizzare, migliorare. Poi è l’anno sacerdotale, quindi: favorire la comunione tra i preti, mangiare e pregare insieme, incontrarsi per verificare. Nel frattempo, sogno a occhi aperti: vedo Gesù che pranza con i pubblicani e parla con le prostitute: lo sento aggredito dai sommi sacerdoti, insidiato dagli scribi, criticato dai farisei. Ho il vizio di sovrapporre il vangelo alla realtà presente, immaginarvi il maestro che arriva all’improvviso, come a Cana, a compiere qualcuna delle sue stranezze: rivolgersi alla madre bruscamente, far riempire d’acqua le enormi giare di pietra, ordinare di servirle come vino. Mi chiedo se non dovremmo favorire la fiducia nel miracolo, la certezza che se decido di dare mi troverò qualcosa tra le mani, il vino invece dell’acqua, i pani e i pesci per i cinquemila al posto della misera merenda del ragazzo di Tabga. Credo che il programma dovrebbe contemplare l’imprevisto della generosità, lo strappo nell’ordine prestabilito, l’entusiasmo per l’altro. Altrimenti l’eucaristia e la carità restano parole perse nel depliant dell’abitudine, nel menu ripetitivo di un collegio irrigidito nel suo cerimoniale.


Nell’era digitale e pixeloforme di Facebook tutto appare fluido e semplice: con nonchalance cliccando su di un tasto si concedono amicizie e si elargiscono condivisioni che avranno la stessa (in)consistenza puramente virtuale della fotina o dei link che rubiamo da youtube a corredare il nostro profilo.

Ho da tempo l’abitudine di uscire di casa per una passeggiata serale, o notturna, prima di coricarmi. Talvolta la stanchezza mi scoraggia, mi spinge a rinunciare, a cercare il buio. Ma è da queste rinunce che può iniziare la deriva, perché quando si allenta la disciplina la debolezza rischia di prevalere, come la rassegnazione.
di Stefano Guglielmin