Il programma

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da qui

Riunione con le alte gerarchie per la programmazione annuale. Le linee da seguire sono la centralità dell’eucaristia e la carità. Approfondire, organizzare, migliorare. Poi è l’anno sacerdotale, quindi: favorire la comunione tra i preti, mangiare e pregare insieme, incontrarsi per verificare. Nel frattempo, sogno a occhi aperti: vedo Gesù che pranza con i pubblicani e parla con le prostitute: lo sento aggredito dai sommi sacerdoti, insidiato dagli scribi, criticato dai farisei. Ho il vizio di sovrapporre il vangelo alla realtà presente, immaginarvi il maestro che arriva all’improvviso, come a Cana, a compiere qualcuna delle sue stranezze: rivolgersi alla madre bruscamente, far riempire d’acqua le enormi giare di pietra, ordinare di servirle come vino. Mi chiedo se non dovremmo favorire la fiducia nel miracolo, la certezza che se decido di dare mi troverò qualcosa tra le mani, il vino invece dell’acqua, i pani e i pesci per i cinquemila al posto della misera merenda del ragazzo di Tabga. Credo che il programma dovrebbe contemplare l’imprevisto della generosità, lo strappo nell’ordine prestabilito, l’entusiasmo per l’altro. Altrimenti l’eucaristia e la carità restano parole perse nel depliant dell’abitudine, nel menu ripetitivo di un collegio irrigidito nel suo cerimoniale.

Gesù e l’infinito: Riflessione all’interno del festival di Cuneo “Scrittori in città”

di Mauro Pesce

Quando sono uscito dall’albergo stamattina ho visto subito le montagne innevate intorno a Cuneo e mi sono ricordato del gran tempo che ho passato in questi luoghi. Seguivo il lavoro di un’antropologa sulle zone montane del Cuneese, le frazioni di Demonte e il santuario di Castelmagno. L’antropologa era mia moglie, Adriana Destro, e con lei abbiamo scritto il libro l’Uomo Gesù (Mondadori, 2008). A questo libro, m’ispirerò per parlare di Gesù e dell’infinito.

Leopardi ci ha spiegato che possiamo pensare all’infinito, solo a partire da un limite, dalla siepe aldiqua della quale noi stiamo. Concepire l’infinito in se stesso ci è precluso, ma i nostri limiti ci permettono di immaginarne l’esistenza. Abbiamo una percezione dell’infinito semplicemente perché abbiamo il concetto di limite e l’infinito è sempre quel qualcosa che sta oltre il limite che vorremmo valicare, ma che non possiamo concepire. La filosofia di E. Kant ci ha insegnato che il nostro cervello ragiona con categorie di spazio e di tempo. Tutto quello che noi percepiamo è dentro uno spazio particolare, un tempo particolare. Continua a leggere→

Compianto in terracotta, L’età moderna

luce

di Maria Pia Quintavalla

Ed è sorella rinata dalle ceneri,

bisogna che io parli di Adriana.

rinata là mi aspetta

nella casa dove ha vissuto il padre,

ha taciuto di lui mi ha accolta

accucciata a terra poi, Sono qui

Vengo a prenderti ristorati –

la tua casa e la mia sono nate

qui, stesso spazio, sogno lo stesso

sosteneva i suoi occhi prima di morire.

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1+1+1+1…

fay2Nell’era digitale e pixeloforme di Facebook tutto appare fluido e semplice: con nonchalance cliccando su di un tasto si concedono amicizie e si elargiscono condivisioni che avranno la stessa (in)consistenza puramente virtuale della fotina o dei link che rubiamo da youtube a corredare il nostro profilo.

L’esperienza fondante dell’incontro autentico con l’Altro ( cioè, quello che Lévinas chiamava il nostro “sostituto”)- un’esperienza di carattere puramente sensuale ( nel senso che implica l’utilizzo necessario dei cinque sensi)- si riduce così ad essere una pratica surrogatoria o incidentale. In alcuni casi addirittura temuta: che cosa accadrebbe infatti alla nostra vita se l’amico di facebook si materializzasse davvero? Ecco così che quei lemmi –amicizia-condivisione- , di per sé tanto eticamente alti, servono talvolta ad oscurare la profonda solitudine di esistenze che si accontentano di dare-richiedere amicizia limitandosi a sbirciarne gli aggiornamenti nell’altrui profilo. Profilo: qui il termine è assai azzeccato, vista la superficialità di un contatto che è intrinsecamente inautentico, ridotto com’è quasi sempre ad un approccio meramente visuale ed unidimensionale. Il riscontro fisico con il nostro prossimo, il felice- o tragico- intersecarsi della nostra esistenza con quella altrui si arresta così sul confine di una collocazione del tutto fantasmatica e virtuale. Continua a leggere→

Indagini sulla luce :: 4

di Emanuele Kraushaar

c’è qualcuno lassù oltre il cielo stellato
un nemico invisibile e armato

c’è qualcuno quaggiù
sotto le foglie marce
e tutto il sottofogliame
di vermi e terra umida
un amico di pochi millimetri
che scava sotto
verso la scritta continua

(la parte iniziale coincide con le parole di apertura della sigla di “Trider G7” di Franca Evangelisti)

Vivalascuola. Il primo giorno di scuola


Ecco il primo giorno di scuola a Napoli, Torino, Milano 1 e 2, Bologna, Terni, Prato, Roma, Ancona, Reggio Calabria, Messina, Palermo… Comincia l’anno del taglio di 42.000 posti di lavoro, non supportato da alcun atto normativo (vedi qui). Il nuovo anno si apre nella incertezza delle norme (vedi qui) e nella protesta (vedi qui e qui). Vivalascuola augura un buono anno scolastico.

Per conoscere la scuola del ministro Gelmini Continua a leggere→

Città del Sole (non delle sòle) di Sandro CORDESCHI – Prima parte

Poche righe per spiegare ciò che NON sono e perché mi permetto il lusso di rimetterci la faccia (o, almeno, quello che ne rimane). Non sono un politico, un architetto, un “urbanista”, un economista, un “esperto”, un ingegnere della protezione civile. Non sono neppure un giornalista, né uno storico, né un vigile del fuoco, né un “palazzinaro” di bassa o alta (ma ce ne sono?) lega. Non ho nulla da guadagnare, ma neppure, una volta tanto, da perdere. Non difendo alcun interesse, se non quello ad una vita che conservi i segni di qualche forma di bellezza, magari più per mio figlio che per me. Continua a leggere→

Solo una promessa

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da qui

Mi chiedo se sia giusto rimanere qui. Forse la missione è compiuta: traghettare don Mario in un’impresa impossibile. E ora? Sento gli sguardi che mi sfiorano per le ragioni più diverse: chi si preoccupa per me, chi cerca spazi inaspettati, chi fiuta l’aria per capire cosa possa cambiare. Io continuo a dare, come ho sempre fatto, ma mi accorgo che le forze a volte scemano, qualcuno potrebbe approfittarne, e non c’è più il mio amico a discernere con certezza la sincerità dalla furbizia. Avevo un motto: procediamo impavidi. Oggi mi sembra stoicismo, di cui diffido sempre. Non resta che addentrarmi nel mar dei giunchi, coi carri del faraone che stridono alle spalle, gli ordini secchi nella notte, l’alito incalzante del nemico. Davanti, solo una terra sconosciuta, una promessa. Di qualcuno che traghetti me.

Domma Parma (1)

Camminare

di Mauro Baldrati

camminareHo da tempo l’abitudine di uscire di casa per una passeggiata serale, o notturna, prima di coricarmi. Talvolta la stanchezza mi scoraggia, mi spinge a rinunciare, a cercare il buio. Ma è da queste rinunce che può iniziare la deriva, perché quando si allenta la disciplina la debolezza rischia di prevalere, come la rassegnazione.
Così esco, vincendo la pigrizia, e già dai primi passi l’energia riprende a scorrere, come per magia. E mentre cerco di regolarizzare il ritmo, di sintonizzare la respirazione e di muovere correttamente le braccia coi pugni parzialmente chiusi, col dito medio che entra in contatto col pollice, come insegnava Don Juan a Castaneda (e non bisogna MAI reggere qualcosa in mano, borse o altro, qualunque oggetto deve essere contenuto in uno zaino), sento la stanchezza che scivola via, rimane alle mie spalle.
Quando cammino io sono un componente dell’Ordine del Camminatore Errante di Thoreau, un cittadino di quel “quarto stato al di fuori della Chiesa, della Nazione, del Popolo”.
Quando cammino sono il poeta che “sa piegare i venti e le correnti al proprio potere, affinché essi parlino per lui.”

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“Feisbuuc”: un bilancio

Intervista di Giovanni Agnoloni

Abbiamo già parlato di Feisbuuc di Lorenzo Pezzato (v. qui e qui).
Oggi, a libro uscito e con il suo blog ormai consolidato in rete, ecco una breve intervista all’autore.

– Prima di tutto, una domanda sullo “stato dei lavori”: che riscontri stai avendo, circa il tuo progetto letterario? Il libro “Feisbuuc” incuriosisce come il fenomeno internettiano della storia sui blog pubblicata a puntate su un blog?

Il progetto Feisbuuc sta andando molto bene, e ne sono parecchio soddisfatto.
Da un certo punto di vista, la conclusione del progetto è stata la pubblicazione e la vendita nelle librerie, fatto che ha dimostrato inequivocabilmente che anche la letteratura ha trovato una sua nuova collocazione sul web, che da oggi può essere genitore di un romanzo cartaceo.
Feisbuuc è la prova che la rete continua a proporre nuovi modi per interpretare vecchi sistemi (oltre a generarne di assolutamente nuovi), come quello dell’editoria. Oggi un romanzo può prima avere un pubblico (nel web) e poi un editore. Continua a leggere→

La coscienza e il male. La responsabilità della confessione

di Vito Mancuso

Credente o non credente, non c’ è uomo che non abbia a che fare con la lotta contro il male che è in lui, che lui stesso ha commesso, ma da cui un giorno egli sente che deve liberarsi, magari senza sapere come né perché. Riconoscersi colpevole del male commesso e giungere a riconciliarsi con chi ne è stato vittima è infatti un’ arte difficile, che, come tutte le arti, non sorge spontanea ma scaturisce da un lungo esercizio. La Chiesa cattolica, grande maestra al riguardo con secoli di esperienza alle spalle, ha sempre riconosciuto un’ importanza essenziale all’ arte del perdono tanto da elevarla a “sacramento”, cioè a segno concreto in cui incontrare l’ azione divina. Lungo la storia tale sacramento ha conosciuto almeno tre diverse modalità di amministrazione: la penitenza pubblica nell’ età patristica, la penitenza tariffaria nell’ alto medioevo, la penitenza privata a partire dal secondo millennio. Questa terza forma, canonizzata dal concilio di Trento nel 1551, continua a vivere ai nostri giorni, anche se non sempre gode di buona salute, come ha mostrato anche l’ articolo di Sandro Veronesi (uscito su Repubblica il 3 settembre). Continua a leggere→

I am a Man of Constant Sorrow

preso da Fratello, dove sei?, film di Joel ed Ethan Coen (2000).

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C’è un momento nel film dei Coen, quando Ulysses Everett McGill (George Clooney), piccolo truffatore dalla parlantina sciolta (e imbrillantinato “Dapper Dan”, fedele alla marca fino a rischiare la cattura pur di non rinunciarci), galeotto in fuga con i suoi compagni di catena (chain gang), per l’occasione improvvisatisi musicanti della buona tradizione popolare con l’improbabile nome di Soggy Bottom Boys, con tanto di barboni finti, accorre al microfono alle prime strofe di Man Of Constant Sorrow, una canzone popolare fortunosamente registrata in una radio locale durante l’evasione e divenuta, all’insaputa del gruppo, un grande successo, e davanti all’assolutamente imprevisto entusiasmo della sala piena guarda stupefatto la folla acclamante, si volta dietro verso i compagni di fuga con uno sguardo che esprime tutto il senso del film: che diavolo succede? Ce la caveremo? Comunque, diamoci dentro! E si lancia in una danza buffonesca. Il pubblico adora il clown buono. Un climax irresistibile, un pezzo di cinema da antologia.
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“Le 100 new town non risolveranno il problema casa, ecco chi ci guadagnerà”. di Edoardo Salzano

Il governo ha presentato l’ultimo tassello della sua “politica della casa”. Il primo tassello è stato la promessa di erogare parte dello stanziamento già fatto dal governo prodi: 350 milioni sui 540 già stanziati. Il secondo tassello è stato l’avvio di una operazione di aumento del volume (e del relativo valore commerciale) delle costruzioni esistenti, in deroga ai piani e ai vincoli; la proposta è stata raccolta da tutte le regioni, di destra e sinistra, nel timore di perdere il consenso dei proprietari di case e della imprese edilizie. Il terzo tassello è la proposta di realizzare in Italia un centinaio di “new towns”, da costruire su aree demaniali e su quelle dove sorgono quartieri Iacp. Continua a leggere→

(frottola del cainita)

Se intravedo la luna ed il castello,
ricordo pure il luogo del coltello.

Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:
dopo il sangue e il suo grido c’è premura

di cancellare ogni traccia di ferita
e girare un nuovo foglio della vita.

E’ un libro chiuso la casa nella piazza:
del mio nemico cancellai la razza.

Ora, a chi passa innanzi, tutto tace
su quella sera da bestia rapace.

Più non ricordo per cosa alzai la mano
e la premetti con la lama da lontano

sul padre, sulla madre e sulla figlia,
purgando il borgo da quella famiglia.

Ora ritorno, con l’accento straniero,
e ritrovo il paese vuoto e nero:

se ne parlò, nel bar, di quel delitto –
ora è silenzio, anzi, il locale è sfitto.

Alle porte del paradiso

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da qui

Lo so che leggerai. Per questo scrivo. Ultimamente si sono accavallate molte cose, il dolore, la fatica, tutto si è depositato nel cuore e nelle arterie, fino a causare l’inevitabile black out. Troppe tensioni, troppi traumi. Così arriva, prima o poi, l’incomprensione più evidente, lo scontro più insanabile. Il silenzio. Da bambino e da ragazzo ero pieno di silenzi. Un deserto in cui sentivo la voce di Dio e del suo avversario, ed ero chiamato a scegliere, ogni volta. Il vento del deserto può essere terribile: ti scortica la pelle, t’inchioda a una sete mortale. In quel silenzio puoi ritrovare il filo, la prova chiara di un’insufficienza: non siamo fatti per la solitudine. Anche se veniamo spinti con violenza in quella direzione, in fondo al cuore sappiamo che è il braccio della morte, il reparto dov’è scritta la parola fine. Solo allora ti accorgi che qualunque cosa è meglio del lasciarsi scivolare. Che occorre alzarsi e gettare le catene, protendere le mani e bussare con forza, con tutte le forze che rimangono, alle porte invisibili del cielo.

Maria De Filippi

maria de filippi ap

di Emanuele Kraushaar

Proprio così. Mia madre l’hanno presa al programma di Maria De Filippi quello degli uomini e donne che cercano l’amore in televisione. Io sto molto male quando vedo mia madre che corteggia uno dei tronisti, perchè quello ha i capelli tutti in avanti sulla fronte e tiene le scarpe slacciate. Non parla molto il tronista, invece mia madre parla molto e dice che quando fa le esterne con lui si sente se stessa. A me viene un nodo alla gola e mi sento pesante. Quando ci sono le esterne, a volte abbasso il volume, ma poi lo rialzo subito.

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E tanto basta

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da qui

Ce li manderesti tutti, certe volte. E’ solo una questione di stanchezza. Fanno i furbi, ma chi è che non lo fa? Il nervosismo gioca brutti scherzi: ti sembra che tutti vadano in vacanza e tu solo resti a lavorare. Magari è vero, ma l’hai voluto tu, hai scelto tu di dare. Se il mondo è muto, io canterò. Se è sordo, ascolterò. Proprio dove manca, metterò l’amore. Quanto è difficile, però. Ce li manderesti volentieri. Li ameresti con le lacrime agli occhi senza mai asciugarle, perché devono vedere, devono capire. Non restano che quattro parole, quattro note. Una canzone di cui non ricordo più il motivo. So solo che è per te, e tanto basta.

Reliqua realia, di Massimo Orgiazzi

reliqua realiadi Stefano Guglielmin

Le poesie di questo libro sono state scritte tra il 2005 e il 2007, nel pieno della vita reticolare di LiberInVersi, il blog messo in piedi da Massimo Orgiazzi per mappare scientemente il panorama poetico italiano, anche quello del sottobosco. Proprio nel 2005, egli postò un breve saggio di Marco Giovenale, già uscito sull'”Almanacco del Ramo D’oro”, intitolato Freddezza e persistenza del senso, nel quale il poeta romano rifletteva sulla contaminazione delle arti e sulla scrittura «a freddo», quale «forma di senso-non-senso, ossia come eco familiare dell’enigma che chiamiamo “oggetto estetico”». Continua a leggere→

Ombre Rosse. Di Luciana Castellina

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(manifestazione )

|   Luciana Castellina

Ombre rosse tra due poli

Un film come “Ombre rosse”, che si propone di raccontare cosa è diventata la sinistra, cioè anche tutti noi, sollecita i commenti. Del resto la corposa presenza di sinistra ( sia pure  cinefila), venuta a vedere il film di Citto Maselli qui a Venezia, ha dimostrato che, al di là dell’interesse per l’opera cinematografica, c’è un grande bisogno di riflettere su sè stessi e sul disastro cui siamo arrivati, nessuno davvero innocente. E ben venga  dunque l’occasione di questa pellicola impietosa ma mai astiosa – è un merito di Citto – sempre pronta a sottolineare, anche nei peggiori, il barlume di qualche ragione.
Al centro della storia, insomma, non ci sono i buoni e i cattivi, ma l’ambiguità complessa della situazione. (Che strano: Citto Maselli, nella vita sempre un po’ settario, magari per passione politica, quando è regista si trasforma).
Il suo film, infatti, non giudica: coglie le sfumature, è uno squarcio problematico sullo scorcio storico dell’ultima sconfitta subìta per mano di Berlusconi, che si abbatte su tutti – inaspettata perché tutti sono ciechi. In questo senso assai più stimolante di una denuncia Continua a leggere→