di
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Wolfram Von Eschembach
Giuseppe Segato
(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI)

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Esce in questi giorni per i tipi di Mattioli 1885 il ‘Manualetto pratico a uso dello scrittore ignorante’, di Fillipo Tuena.
Ecco un estratto.
Nella precedente puntata ti abbiamo lasciato scrittore ignorante alle prese con la fotocopiatura del tuo dattiloscritto. Nel frattempo, ne hai invano spedite innumerevoli copie. Dopo molte vicissitudini ti ritroviamo a un anno di distanza in attesa di risposte editoriali che tardano o che se arrivano sono negative e ti gettano in uno stato di grande prostrazione.
Per salvaguardare la tua traballante salute e porre rimedio a una situazione che sta diventando insostenibile, con l’avvento dell’estate dovrai applicarti a un esercizio utilissimo ancorché piuttosto complesso: dimenticare il tuo romanzo, cancellarlo,
annullarlo, fare come se non lo avessi mai scritto. Continua a leggere
Dall’ultimo numero della rivista “Sincronie“, in una sezione coordinata dall’ottimo Fabio Pierangeli.
Irene Baccarini
Nel sole, nel mare, nel verbo.
Intervista a Giuseppe Conte
«Io sono animato dal più umile dei propositi:
salvare quello che c’è di umano nell’uomo,
quello che c’è di divino nell’universo intero,
e il linguaggio è l’unico strumento che ho per farlo.»
Pochi autori riescono, pur parlando di se stessi e della propria opera, a parlare agli altri. Quando questo accade, vuol dire che ci troviamo di fronte ad un grande poeta, dalle cui parole sentiamo emergere verità profonde eppure… familiari, che aspettavamo ci venissero rivelate. È il caso di Giuseppe Conte: nonostante egli abbia sperimentato generi diversi, creando con materie sempre nuove, possiamo continuare a pensarlo come il Ragazzo che «vuole avere una voce» e che, discendendo nelle profondità oceaniche, come narra la leggenda irlandese che egli recupera ne L’Oceano e il Ragazzo, riporta sulla terra «un Canto / nato appena, invincibile».
Di questo canto, della forza e dell’entusiasmo – nella sua accezione etimologica dell’essere presi dal divino – con cui Conte crede nella poesia, della naturalezza con cui riscopre i valori più profondi della letteratura, come testimoniano le risposte che seguono, non possiamo che essergli grati. Continua a leggere
(Ju Amoruso, in foto adèspota tratta da bacheca Facebook)
Il libro è Ju Amoruso, Mi chiamo Scrivo (benvenuti nella mia testa), Roma, Eliot, 2010, pagg. 122, 12,50 euri; caruccio, ma ben stampato e ben rilegato. L’autrice, effigiata nella foto sopra, dichiara in risvolto di copertina 19 anni ed è al suo esordio letterario. Il manifesto del romanzo – più propriamente un racconto lungo – si trova all’ottavo capoverso: “Perché nelle mie vene non scorre sangue, nelle mie vene scorre inchiostro“. Goffa epanalessi a parte, gli intenti sono chiari. Anche la storia è semplice. Scrivo è una ragazza che si sveglia in ospedale, dopo un coma durato 2 anni. E’ costretta a seguire una terapia di gruppo: 12 storie di dolore differente, che lei trascrive per liberarsi del dolore suo proprio. Il finale è a sorpresa. E’ più sorprendente che una persona di 19 anni sia così a suo agio nel racconto delle sofferenze; e stupisce la disinvoltura con che calibra spavento, attrazione, timidezza e impudenza. C’è anche, per chi è tuttora interessato all’argomento, la questione del corpo, e del corpo di donna; ma Amoruso è scaltra e, ancora in principio di racconta, la definisce così: “Il corpo umano non è unico umeccanismo. E’ semplicemente un concatenarsi di eventi fisiologici per i quali siamo al mondo e respiriamo. Ognuno respira ciò che gli pare. Io respiro parole”. Massimiliano Governi, romanziere di suo e direttore di collana dell’Amoruso, dice che questo sarebbe un esordio alla Palahniuk. Può essere. Mi chiamo scrivo è un testo autentico, sobrio senza menarne vanto, sopratutto onesto, come a 19 anni si può ancora essere.
Recensione di Giovanni Agnoloni (continuazione di questo)
AA.VV., La falce spezzata – Morte e immortalità in J.R.R. Tolkien (Marietti 1820, 2009) (€ 22,00) (v. qui)
La sezione Logos della raccolta si apre col saggio di Franco Manni “Elogio della finitezza. Antropologia, escatologia e filosofia della storia in Tolkien”. Nella prima parte del saggio l’autore sottolinea come Tolkien, pur non avendo mai fatto espressi riferimenti a filosofi, manifesti delle evidenti derivazioni rispetto, in particolare, alla filosofia tomistica (ovvero a San Tommaso d’Aquino), nonché a Platone, Plotino e (come già ricordato) a Boezio. Questa ‘filosoficità non dichiarata’ degli scritti tolkieniani ricalca il tipico modo di svolgersi degli incontri degli Inklings, il gruppo di amici intellettuali con cui il Professore era solito incontrarsi a Oxford (in particolare, C.S. Lewis, Charles Williams e Owen Barfield, che – come ben illustrato da Verlyn Flieger in Schegge di Luce, che prossimamente recensirò – influenzò la concezione tolkieniana dell’interdipendenza tra mito e linguaggio), dove venivano toccati i più diversi argomenti, e dunque venivano affrontate anche questioni di natura filosofica. Sul piano antropologico, ribadita la centralità del tema della morte, nel legendarium tolkieniano, si sottolinea nuovamente l’importanza del “senso di perdita” (bereavement), nonché la non-platonicità (e la cristianità) dell’“Antica Speranza” degli Umani di ritrovare – oltre i limiti della morte – la possibilità di un’armonia tra spirito e corpo. Continua a leggere
Recensione di Giovanni Agnoloni
La strada era l’acqua, di Davide Sapienza (ed. Galaad) (€ 12,00)
Con questo libro di Davide Sapienza ci caliamo in un nuovo modo di fare letteratura. La strada era l’acqua è un romanzo (ammesso che di romanzo si tratti) olistico. Non solo nel senso che l’io-narrante è l’acqua che ha accompagnato il viaggio in canoa del suo amico Dario Agostini da Saint-Moritz a Istanbul – dunque è la natura ad essere in primo piano, non l’uomo. Soprattutto, è olistico nel senso che si percepisce come, al di là della direzione dell’itinerario di cui si parla, delle sue tappe (evocate dai tratti in corsivo, che riportano le impressioni del viaggiatore-sportivo), e dei personaggi menzionati – Dario, lo stesso Davide, varie persone incontrate dal canoista lungo la strada –, vi sia un filo conduttore che parte molto prima dell’inizio di quest’impresa sportiva, ed è destinato a concludersi molto dopo la sua fine, perché in definitiva fa tutt’uno con il Tempo. Continua a leggere
Un vegan non mangia e non utilizza in nessun modo prodotti animali.
Un vegan ha compassione per gli animali, quando può li aiuta e li salva. Un vegan crede che anche gli animali abbiano diritto alla vita e che la loro natura debba essere rispettata. Non solo quindi, astenersi dal consumo di carne, pesce, latte e uova, ma niente sperimentazione animale, pellami e pellicce, circhi e qualsiasi forma di sfruttamento, compresa la compravendita di animali d’affezione. Continua a leggere
Recensione di Giovanni Agnoloni
AA.VV., La falce spezzata – Morte e immortalità in J.R.R. Tolkien (Marietti 1820, 2009) (€ 22,00) (v. qui)
Questa raccolta di saggi di argomento tolkieniano, a cura dell’Associazione Romana Studi Tolkieniani, con in testa il filosofo Claudio Antonio Testi, offre una pluralità convergente di angoli visuali su quello che Tolkien stesso, nel suo epistolario, definiva come il tema portante del suo legendarium, e in particolare del Signore degli Anelli: la morte, insieme all’immortalità – in realtà due facce della stessa medaglia, rappresentate, da diversi punti di vista e con diversi effetti, dalle due razze dei Figli di Ilúvatar, Elfi e Uomini, creati dalla mente di Eru (l’Uno, il Dio dell’universo tolkieniano) senza passare attraverso la Musica degli Ainur, le Intelligenze angeliche che diedero origine all’universo attraverso un coro ispirato da un tema lanciato dal supremo essere divino – come leggiamo in Ainulindalë, all’inizio del Silmarillion. Continua a leggere
Gian Piero Moretti fa il giornalista a Sanremo. E’ uno simpatico, ha visto 40 Festival di Sanremo e conosce tutto quel mondo lì, più la politica locale, più il Casino più tante di quelle altre cose che non bastano 2 o 3 recensioni a elencarle. E’ appassionato di storia contemporanea e, soprattutto, di campi di concentramento e sterminio. Ogni anno, da anni, prende e va a visitarli. Dalla competenza sul campo nasce questo Ho perdonato Hitler (Pavia, Eumeswil, 2010, pagg. 182, 14,50 euro). La storia è truculenta il giusto. Giuditta Modena è un’ebrea bolognese. Viene deportata con la famiglia a Mauthausen, dove i suoi muoiono tutti, a cominciare dal fratello piccolino. Continua a leggere
Sabato 20 marzo
alle ore 18,00,
presso la LIBRERIA BRAC
in Via dei Vagellai 18/r
a Firenze
si terrà la presentazione del romanzo “E-DOLL”, di FRANCESCO VERSO (ed. Mondadori, collana Urania), vincitore del Premio Urania 2008.
Sarà presente l’Autore, che sarà presentato dal Prof. Giuseppe Panella, Docente presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e critico letterario, e dallo scrittore e traduttore Giovanni Agnoloni.
di Mauro Baldrati
“Il romanzo non sta mai nella trama, sta nella scrittura” scriveva il giallista Marco Vichi. In fondo non è difficile inventare buone trame nel giallo. Con studi approfonditi, lavoro di documentazione, e una buona capacità di sintesi si può impostare un intrigo avvincente, con dinamiche e variabili interne, colpi di scena. Ma, precisava Vichi, un’ottima trama può generare un brutto libro giallo, quando i personaggi sono pedine senza spessore, funzionali solo all’intreccio, i dialoghi irreali, gli ambienti rigidi scenari. E’ la scrittura che fa il libro, la sua forza evocativa, i suoi codici e sussurri, o le sue grida, le sue allusioni. Probabilmente questo vale per tutta la narrativa, ma è particolarmente vero per il giallo. E per il noir. Ma che differenza c’è fra giallo e noir? E l’horror? Non dobbiamo avere timore delle definizioni di genere, anche perché negli ultimi tempi gli scrittori assumono le sembianze di navigatori, e i generi li attraversano, li usano per altri scopi. Si può affermare che quando il giallo contiene elementi predominanti di ansia, inquietudine, angoscia, senso di turbamento, ossessioni, insomma tutte componenti “nere” di pesatura variabile della psiche umana, si ha il noir: crimini efferati, atmosfera di minaccia, di catastrofe incombente. E quando queste componenti esplodono, come una furia che si scatena, e l’angoscia libera fino in fondo tutto il suo potenziale distruttivo e negativo, entriamo nell’horror.
Risvolto di prima:
Campagna toscana, 1918. Per non partire soldato nella Prima guerra mondiale, un uomo nasconde suo figlio di nove anni e sua moglie in un buco scavato nel bosco. Lì dentro la famiglia passa quasi tutto il tempo, il padre esce solo per prendere l’acqua e per cacciare, ma a volte il cibo non si trova e allora bisogna affondare le dita nella terra umida per vedere se salta fuori un baco o una radice da masticare, oppure rassegnarsi a mangiare carne umana. Inizia così l’avventura di Bastiano, che cerca di riscattare la sua vita solitaria e animalesca innamorandosi di Sara, la figlia del padrone per cui va a lavorare come aiutante stalliere. Ma il fango quasi mai incontra la luce, e allora finirà per sporcarsi totalmente, uccidere colpevoli e innocenti, scappare, trasformarsi in un animale da preda, perdersi, per poi ritrovarsi anni dopo in quella tana in mezzo al bosco, la sua vera casa.
I Cariolanti è un romanzo di deformazione, selvatico e rabbioso, dove la vera protagonista è la bestialità, non la bestialità malvagia e gratuita, ma quella istintiva e viscerale di chi uccide per sopravvivere. Una favola nera in tredici istantanee dove si respirano atmosfere che vanno da Truffaut a Stephen King, alle Fiabe italiane di Calvino.
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Giovanni Monasteri, Preghiere per far piovere, Starrylink
Protasis
Angelo, alleviami tu delle parole
che come angeli biechi stanno
appollaiati sul cuore. Insegna loro
il volo, in volo portale con te,
umile messo della corte dei cieli,
voce e valletto del supremo re.
Quando Gli parlo con fiducia,
distoglie da qui lo sguardo e dice a se stesso:
fiducia! parola fraudolenta
e infida, cara ai mercanti e ai baciapile. Continua a leggere

Purtroppo ho abbastanza anni da ricordare un vecchio televisore dei miei nonni che quando lo spegnevi l’immagine veniva risucchiata in un punto biancastro in mezzo allo schermo color muffaverde, e non è che questo punto biancastro scomparisse tutto d’un colpo, no, ci impiegava qualche secondo a dissolversi, accompagnato da uno sfrigolio elettrico tipo zanzara arrostita in sera d’estate, ma arrostita in lontananza, forse non è vero che c’era quello sfrigolio di elettrozanzara, forse ricordo male, però ricordo bene che stavo a fissare quella dissolvenza del punto centrale, poi appoggiavo la mano sul fianco del televisore a controllare che fosse ancora caldo, come per accertarmi che quella scatola avesse veramente funzionato fino a poco prima, tutto questo per dire che leggere la collezione di racconti di Enrico Piscitelli, La minima importanza, Las Vegas Edizioni, è stato per me come tornare a fissare la dissolvenza del punto bianco nello schermo del televisore, prima che scompaia dal tutto. Continua a leggere
Navigazione tranquilla, oggi. Le correnti mi hanno portato verso il sole che sorge, verso est. Il mare era calmo, solo qualche lieve e monotona ondulazione mi levava e mi abbassava. Sono incappato in un branco di sardine. O forse erano acciughe? Mai riuscito a distinguerle bene. Mi hanno avvolto come una nuvola, una frenetica nebbia. Le ho guardate da vicino, argento vivo, a migliaia; poi, ad un tratto, sono scappate via. Forse un pesce più grande le inseguiva? O un richiamo a me incomprensibile le ha attirate altrove? Non so: non ho visto nulla, nessun pesce grande, nessun inseguitore. Sono sparite e mi sono ritrovato di nuovo nel blu senza fine. Nient’altro da segnalare. Continua a leggere
Viviamo oramai tutti (o quasi) vite random: le cose non ci accadono perché le scegliamo, ma perché ci capitano addosso. Mentre facciamo una cosa, ce ne capita un’altra.

di Michele Lupo
Molti anni fa, ne Lo spazio letterario, il critico e teorico della letteratura Maurice Blanchot, sottesa l’equivalenza di arte e immaginario, o meglio, assunto il secondo come il luogo in cui, soltanto, l’arte è possibile, e opponendolo alla realtà irriducibile delle ‘cose’, mostrava come un singolare percorso di allontanamento da essa, ed esperienza creativa dell’immaginario insieme, si compisse in modo esemplare nell’ opera di Franz Kafka. Continua a leggere
La soferenza xe una sola.
Nei giovani, nei vèci
nei maschi e nele fémene.
Gavemo tuti el stesso viso
in un lèto de ospeàl.
La sofferenza è una sola. | Nei giovani, nei vecchi |
nei maschi e nelle femmine. | Abbiamo tutti lo stesso viso |
in un letto d’ospedale.