La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 10

La comunità liquida

Perché ci sentiamo spaesati pur avendo mille connessioni virtuali? Perché le nostre relazioni si dissolvono con la stessa facilità con cui nascono? E cosa succede alla nostra identità quando non abbiamo più radici stabili?
Le comunità tradizionali – basate sul territorio, la famiglia allargata e le istituzioni durature – stanno lasciando il posto a gruppi temporanei. Ci uniamo attorno a interessi del momento, piattaforme digitali o bisogni emotivi immediati. Queste nuove comunità sono fluide: nascono velocemente, si intensificano, poi svaniscono quando l’interesse cala o appare qualcosa di nuovo.
Il sociologo Zygmunt Bauman descrisse questo fenomeno come “modernità liquida”: tutto ciò che sembrava solido ora si scioglie. Nel quotidiano, viviamo questa liquidità come un’altalena tra l’euforia della connessione istantanea e l’angoscia dell’isolamento. Navighiamo in un mare di relazioni superficiali, dove l’appartenenza non è più un dato acquisito ma qualcosa da negoziare continuamente.
Questa fluidità ci dà più libertà di scelta, ma ci rende anche più fragili. Quando ogni legame può essere interrotto con un click, perdiamo quei riferimenti stabili che per secoli hanno guidato l’esperienza umana. Il paradosso è evidente: mentre cerchiamo disperatamente comunità, viviamo una solitudine più profonda.
Forse dovremmo distinguere quali connessioni vale la pena coltivare nel tempo, oltre l’immediatezza dell’emozione o dell’algoritmo.
In questo flusso continuo di appartenenze temporanee, riusciremo ancora a costruire qualcosa che assomigli a una casa?

La scuola di Serena Bedini 7. In prima o in terza?

In prima o in terza?
Quando la trama di un romanzo comincia a delinearsi nella mia mente con maggiore chiarezza, la domanda che temo e che tuttavia non riesco a non pormi è se lo scriverò in prima o in terza persona.
A volte la scelta è ovvia e quasi automatica: una frase d’inizio balza alla mente e subito è chiaro quale sarà il tipo di focalizzazione. Tuttavia in altri casi la scelta si fa complessa. Narrare in terza persona porta a due alternative inevitabili: il narratore può essere onnisciente, ossia conoscere tutto quello che c’è da sapere sulla trama, sui personaggi, sui luoghi, persino su anfratti, nascondigli e posti remoti o sui segreti della vita di quanti sono attori della storia; il narratore esterno è invece colui che scopre l’intreccio insieme al lettore e si fa in qualche modo trait d’union tra la narrazione e i dialoghi stessi, è solo una voce fuori campo che permette di dare una struttura al racconto, ma non sa niente di quanto avverrà e per questo viene spesso utilizzato nel giallo.
Anche la narrazione in prima persona comporta due possibilità: da un lato, l’io narrante racconta fatti della sua vita passata con la tecnica del flashback e quindi conosce già come sono andate le vicende, dall’altro chi narra lo fa tramite il presente indicativo e quindi descrive la situazione per come la vive sul momento, con tutte le sorprese e gli imprevisti che possono conseguirne.
Come scegliere tra ben quattro diverse opportunità? Non è mai facile perché ogni romanzo ha la sua voce e occorre ascoltarla per scegliere la strada giusta per narrare. Talora scrivo le prime venti pagine seguendo la focalizzazione che mi appare migliore sul momento e poi, rileggendo, mi rendo conto di dover drasticamente cambiare. Talora privilegio la terza persona perché più distaccata e meno partecipe rispetto alla prima. Del resto, scrivere con un punto di vista interno comporta l’inevitabile equazione da parte del lettore tra protagonista-io narrante e scrittore, ma nello stesso tempo privarsi dell’opportunità di immedesimazione che dà la focalizzazione soggettiva sarebbe indubbiamente un errore.
Il mio consiglio per decidere è osservare attentamente la trama che si è ideato e cercare di immaginarla nel suo svolgersi per intuire quali potrebbero essere le problematiche di una focalizzazione interna, esterna o zero e, qualora sbagliassimo comunque, niente paura: c’è sempre la revisione!

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Accogliere e Ascoltare

 

«In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta». [Lc 10, 38-42] Continua a leggere

Lorenzo Calogero

di Giorgio Stella

L’opera

L’opera
non cade mai
non si frantuma,
rimane eterna.
Gioiosa o mesta,
entusiasta e molteplice,
rimanendo immutata
ai colpi del tempo,
è testimone
di un tempo immortale.

La sua nuda fronte
rimane ferma, soda
sotto i raggi del sole che l’indora
fra pollici fissi dell’universo.

Da essa a volte cadono scintille
che indorano la bruna chioma
dei fanciulli che vanno a scuola
svegliandosi dal letargo
nel primo entusiasmo.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. La commedia umana di William Saroyan

E’ un libro che parla – e in alcuni momenti lirici canta – di  umanità; il suo autore è figlio di emigrati armeni negli Stati Uniti. La commedia umana di William Saroyan (Fresno, California, 1908-1981) non è solo uno dei romanzi maggiori della letteratura nordamericana della prima metà del Novecento, ma è un testo che si confronta con il paradigma della “terra promessa” americana, emblema e sogno della realizzazione individuale e familiare, dell’affermazione nel lavoro e del benessere.  Continua a leggere

Piccolo manuale di spiritualità

di Fernando Altieri

Il Piccolo manuale di spiritualità è una lettura bella: è il primo requisito perché un messaggio possa farsi strada nel lettore. Ogni capitolo del volumetto è una proposta al tempo stesso convincente e suggestiva, come se gli autori avessero appreso la lezione indicata all’inizio della Bibbia: “E vide che era cosa tov meod”, molto bella e molto buona. Un assunto del libro è che bello, buono e vero “funzionino” solo nell’armonia del loro dispiegarsi, dando l’unica risposta plausibile alla disintegrazione dell’oggi. Il perno dell’opera è l’appello che Gesù lancia all’inizio della Sua predicazione: metanoèite, cambiate mentalità, mutate direzione. Lo shub ebraico si spiega con l’immagine del pastore che conduce il gregge verso l’oasi e si accorge di aver sbagliato direzione: capita anche a noi di cercare la verità nell’io, e di non trovarla. Ecco, allora, che cambiamo rotta, dirigiamo la nostra umanità, la nostra storia, verso il Tu che libera dalla prigionia e consente un esodo dalle proprie illusioni, per approdare alla terra promessa dell’amore. La felicità si trova in questa prospettiva, in uno sguardo liberato dalla trave delle false convinzioni. La gioia è a portata di mano: Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane ce la indicano con sicurezza, sulla scorta di un insegnamento ricevuto e trasmesso con l’entusiasmo di un bambino.

Frammenti di Cinema # 90

di Pasquale Vitagliano

Il cinema e la scrittura. Il film che è riuscito a tradurre in immagini il processo creativo legato alla narrazione scritta, al piacere della scrittura, avrebbe precisato Roland Barthes, è un film del 2012 di una coppia di registi esordienti e da allora rimasti semisconosciuti, The words. Il cast, invece, è importante con Jeremy Irons, Dennis Quaid e Bradley Cooper. Solo apparentemente sovrapponibile è Animali notturni, uscito qualche anno dopo, nel 2016, con la regia di Tom Ford. Anche qui il vero protagonista è la trama narrativa, ma non colta nel suo destino creativo, quanto nella sua meccanica rispetto alla realtà. Infatti, solo il cinema, con le categorie di spazio e di tempo tutte sue, riesce a rendere come verità e finzione si intrecciano quasi incomprensibilmente. Continua a leggere

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Salvatore Contessini

La poesia annientata

Prima della fine del mondo si consuma, lenta, la poesia. Esaurita nella sua vena significante, sterile di messaggi, inadatta nel parlare all’insieme dei nostri sentimenti, incapace di suscitare emozioni che possano scuotere l’attuale esistenza.
Questo lo status che da tempo schiaccia la mia condizione poetica. La bellezza arretra esposta esclusivamente all’immagine, all’apparire a vantaggio della supremazia dell’astio che sempre più si fa strada nel nostro senso umano, costretta a recedere nell’intimo privato più profondo per legarsi ad armonia e pace interiore dell’individuo e ritornare bellezza morale e spirituale ad uso esclusivo del singolo. Continua a leggere

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POESIA E POLITICA.13. SAVINA DOLORES MASSA

Babele

 

Che davvero crolli la Torre in cui si era sperato il linguaggio comune

le differenze amate e colte le rose trapiantate in orti in recinto

di dimore a gelosie serrate proprietà zannute

mentre l’elefante di Saramago pesato un giro di valzer in gondola Continua a leggere

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 9

Frammenti di un tempo perduto

Come facciamo a sentirci parte di una storia che sembra scapparci dalle mani? Perché oggi è così difficile avere la pazienza di costruire progetti a lungo termine? E quando il presente scompare subito nel futuro, riusciamo ancora a ricordare chi siamo?
Viviamo in un’epoca di “tempo compresso”: non distinguiamo più bene tra presente e futuro. Non è solo che tutto va veloce – è proprio cambiato il modo in cui viviamo il tempo. Il futuro non è più qualcosa verso cui andare con calma, ma una pressione continua che ci fa sentire sempre in ritardo. Ogni cosa sembra vecchia appena succede.
Heidegger diceva che noi esseri umani siamo speciali perché sappiamo progettare il futuro ricordando il passato. Ma oggi questa capacità si sta rompendo. Il futuro non è più un progetto ma un’ansia costante.
Non riusciamo più a vivere il tempo con calma, quel tempo “denso” che permetteva alle generazioni passate di sentirsi parte di una storia comune. Ogni momento è isolato, come una scintilla che si spegne subito. Abbiamo perso la sensazione di continuità che ci faceva sentire parte di un percorso condiviso.
Forse dovremmo praticare deliberatamente la lentezza – non per nostalgia del passato, ma come forma di resistenza al presente frenetico.
La domanda finale resta: se il tempo non è più dalla nostra parte, che persone possiamo diventare?

Trasversalmente “oltre” tra cinque libri

“Trasversalmente oltre tra cinque libri”

 di Giovanni Agnoloni

Negli ultimi tempi mi è capitata più spesso un’esperienza che avevo già vissuto in precedenza, sempre nel solco del tema a me caro delle sincronicità junghiane: ovvero, riscontrare sorprendenti assonanze tra i miei stati d’animo e pensieri e i temi trattati o nei libri che sto traducendo o in quelli che sto leggendo. Senza volerlo, trovo una continuità trasversale in e tra tutti questi scritti, che sembra accompagnare i miei percorsi interiori, portandomi oltre gli stati mentali attuali e nella direzione di un’evoluzione spirituale capace di produrre risultati migliori di quelli forniti dai meandri della mente. Trasversalmente oltre, insomma, come ho indicato nel titolo di questo pezzo. Gran parte di questa strana sintesi è riflessa da una recente intervista fattami da Gianluca Garrapa, dove per la prima volta ho visto con chiarezza le mie due anime letterarie – contemplativo/metafisica e di osservazione e critica sociopolitica – convergersi e fondersi appieno. E, se lo dico, non è tanto per autopromozione, quanto perché per me sarebbe ridicolo ergere barriere tra i vari aspetti del mio lavoro quotidiano (scrivere, tradurre, leggere, interpretare la realtà, nonché viaggiare e perfino suonare), visto che nell’universo “tutto è uno”. E i cinque libri di cui oggi voglio parlare rispecchiano perfettamente, nella trasversalità dei temi che li attraversano, l’incontro di quelle due anime nella direzione di un Oltre geografico, culturale, emotivo, professionale e sociale.

Il primo è Romanzo olandese di Marino Magliani, edito da Scritturapura (2025). Si tratta di una trilogia, come recita il sottotitolo, o meglio di una sinfonia in tre movimenti, mi verrebbe da dire. Qui l’autore ligure – che vive nei Paesi Bassi, e che ha fatto del tema del confronto tra l’orizzontalità olandese e la verticalità dell’entroterra ligure, nonché di quello dello sradicamento e del vagare nel mondo, alcuni dei motivi (appunto) trasversali di tutta la sua produzione – riunisce, rielaborandoli profondamente, tre suoi vecchi lavori, che finiscono per assumere una sostanza del tutto nuova, diventando le tre parti di un discorso unitario che ha al centro la sua terra di adozione. Il primo atto, “La talpa”, è un itinerario – inizialmente in bicicletta – nella capitale olandese (dove Magliani non abita ma va di tanto in tanto per attività letterarie presso l’Istituto Italiano di Cultura e, in passato, nella libreria italiana “Bonardi”, dove una volta presentammo anche insieme un mio libro per l’appunto ambientato ad Amsterdam, e che purtroppo ha chiuso), ma non solo. È un autentico sovvertimento della dimensione orizzontale, così intrinseca ai Paesi Bassi, perché lo conduce nei sotterranei della città, nel cuore stesso della sua struttura nascosta e oscura, con due guide “dantesche” come il suo traduttore olandese Roland Fagel e una ragazza del posto, Walmoet. Sì, perché si tratta di un percorso prima di tutto simbolico (anche ricco di suggestioni bolañiane, tema che Marino e io amiamo per aver tradotto metà per uno la raccolta di saggi su Roberto Bolaño Bolaño selvaggio edita da Miraggi), dove l’esplorazione delle “magagne” olandesi – speculazione edilizia, acque di scolo, correlati rischi di smottamento e altro – fa tutt’uno con una discesa negli inferi del subconscio. Insomma, ciò che ci si aspettava di trovare di sopra, in una città dove la luce, quando non piove, è meravigliosa, ha ceduto il posto a un mondo di sotto la cui “risoluzione” appare un’imprescindibile premessa alla riscoperta della vita nel “fuori”.

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Poesia e mistica, di Massimiliano Bardotti

Io non so se sto per morire,
perché sento una gran tenerezza
a volte, che cresce da dentro.
E mi sembra che solo alla fine
si possa sentire così.

Che solo alla fine si possa
sentirsi commossi, e intravedere,
da dietro le tende, un altro giardino.

Con tanta gente che vi cammina dentro.

Bernardo De Angelis Continua a leggere