Codice 127ghp25 – di Franz Krauspenhaar

127ghp25

era un codice bancario, londonderry, nel fischiare inesatto delle bombe.

no, solo per dire che la banca è africana, è boliviana mentre il Che spara

e poi muore, è vietnamita mentre gli americani lanciano Corn Flakes

mortali. E’ tutto banca. BANCA. dinero santo. responsabile e subisce

inflazioni senza problemi evidenti. Banca mia banca mia godevole

troia banca, ti amo perchè sei sadica e io masochista così mi giri il culo

verso occidente, ecco, sai, l’amore è una strana combinazione di vita

e morte. traballante. sincera. cosmica nel farsi prodotto interno, (lordo.)

la banca amore. l’amore banca. ogni bancario amore. ogni amore al saldo.

anche i bancari hanno un’algida. amore verde dollaro, amore copeco, da due soldi, amore euro, impoverito

l’amore fregatura, la patacca, la svendita TOTALE. Continua a leggere→

IL TERZO SGUARDO n.20: Monologo interiore e pratica della narrazione in Joyce. Laura Santone, “Egger, Dujardin, Joyce. Microscopia della voce nel monologo interiore”

Monologo interiore e pratica della narrazione in Joyce. Laura Santone, Egger, Dujardin, Joyce. Microscopia della voce nel monologo interiore, prefazione di Jacqueline Risset, introduzione di Pierre Léon, Roma, Bulzoni, 2010

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di Giuseppe Panella*

Uno dei punti di forza della novità stilistica contenuta nell’Ulysses di James Joyce è sicuramente l’uso potente e spiazzante del “monologo interiore” come frutto più coerente della sua ricerca letteraria sullo stream of consciousness come momento di elaborazione e di costruzione dei personaggi della sua opera maggiore. L’impatto della “parola viva” sul corpo materiale della dimensione di quella scritta produce effetti di compiuta integrazione della corporeità all’interno delle possibilità espressive del dettato linguistico. E’ quindi proprio a partire dall’intuizione joyciana delle potenzialità del “monologo interiore” che il mutamento all’interno della letteratura del Moderno si esprime con l’elaborazione di stilemi originali e di nuove forme di rappresentazione delle soggettività che la costituiscono. Il “monologo interiore”, dunque, scandisce la nascita di una nuova soggettività capace di coniugare in modo esaustivo e sconvolgente parola e scrittura, testo orale e forma espressiva, voce dal profondo e sua estensione alla pagina scritta.

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E’ qui vicino il luogo che avevi in nome. Di Piero Marelli


(Roggia)

E’ qui vicino il luogo che avevi in nome. Di Piero Marelli

E’ qui vicino il luogo che avevi in nome
in parole fortunate – parla con un fiume una strada
una fotografia, se questa è la sua possibilità
di rivelarsi, anche in minima parte
nel cesto di pane e ricami
al centro della tavola – non so
se in questa casa volevi abitare
di un paese che i morti aveva dimenticato –
se le antiche, ma proprio per questo non solo
rimpiante parole, aspettano ancora
di essere vendicate – se il discreto
degli occhi dell’insonnia non ha saputo
rivelare il disegno del tappeto ormai in debito
di colori, se i figli delle favole
hanno diviso le loro voci.

Piero Marelli, La Pietra serena, Edizioni La Vita Felice 2001

La Terra Santa

Maurice Riordan

Padre Burns ci ha lasciato Basil, il suo cucciolo di levriero,

mentre lui è via per il viaggio in Terra Santa.

Basil ha un nome per le gare, lo chiamano Goldfinger.

Crediamo che sia il cane più veloce di tutta Christendom.

Quando corre attorno alla casa il suo naso appare

a un davanzale prima che la coda sia sparita dall’altro,

ma se lo portiamo a Buttevant per l’allenamento

si blocca per via del ronzio che fa la lepre elettrica.

Mia madre non vorrebbe insultare un animale

in cui il prete ha riposto tante speranze,

però quando quello sradica i gigli dall’aiuola

sento che gli dice piccolo bastardo a bassa voce.

Basil continua a sfrecciare intorno a casa nostra

anche adesso che padre Burns è tornato e ha proiettato

le vedute dei luoghi santi su nel solaio degli Smart: mosaici,

e basiliche; il Getsemani, il Monte degli Ulivi.

Poi il minibus risale a nord, attraverso Giudea

e Galilea – verso Cafarnao e Cana,

l’acqua su cui Egli ha camminato e Nazareth,

dove fu Bambino. Anche laggiù c’è una basilica.

Maurice Riordan (da “The Holy Land”, 2007: la traduzione è mia)

La poesia di Marco Aragno

di Antonio Sparzani

Con l’impervio titolo Zugunruhe Marco Aragno, giovane ventiquattrenne napoletano pubblica con Lietocolle (collana Erato, € 10,00, prefazione di Franca Mancinelli) il suo primo volume di poesie, raccolte in cinque brevi sezioni, Millimetri luce, Zugunruhe, Illusioni notturne, Distanze e Ipocentri. Zugunruhe letteralmente vale inquietudine del muoversi, ansia di spostarsi, ma il movimento cui il titolo complessivo allude è quasi sempre sotterraneo; quella di Marco è una poesia in superficie quieta, che cela la sua ansia e la sua spinta al movimento in accenni discreti. Perfino l’ansia contenuta nel titolo è nascosta dalla parola tedesca.

Non invecchia nel sonno
il pensiero di venirti a cercare,
Stanotte la strada è bufera:
prima del giorno, qui non finirà.
Ma se a inizio mattino
il rosso del melograno riaffiora
al portone della tua casa
saprai quali convogli dal confine
trasalivano le ronde notturne
quali tracce ostinavano
il cacciatore ai bordi del buio.

Non grida il trattenuto verso di Marco, non insegue disperatamente, non esplode di gioie irrefrenabili. Ognuna delle cinque sezioni è aperta da un esergo proveniente da fonti saldamente classiche, ancorché eterogenee, Luzi, Ungaretti, Sereni, Montale, Paul Celan Continua a leggere→

Pret(re) à porter di Fabrizio CENTOFANTI

Fino in fondo

Credi che non abbia dubbi? Che non sia angosciato dall’idea che tutto finirà, che questo corpo, come il tuo, sarà corrotto lentamente dal tempo spietato, che l’affetto, i sogni, l’infinita catena della gioia e del dolore, e tutto quanto ci ha tenuti sul filo del rasoio nella tenace speranza di un riposo, ogni risata, ogni pianto, ogni fiato sospeso, siano destinati a spegnersi in un silenzio senza volto, finita la felice e terribile avventura che chiamiamo coscienza? Eppure so, e stamattina l’ho ripetuto a bassa voce mentre il mondo si svegliava pigramente intorno, eppure so che in qualche luogo, in qualche modo, riprenderemo il filo, sorrideremo come allora e ci diremo l’un l’altro: Lo sapevamo, hai visto? Qualcosa, contro tutto, ci prometteva questo, e la vita, anche piangendo e bestemmiando, mantiene le promesse fino in fondo.
(Da Pret(re) à porter)

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STORIA CONTEMPORANEA n.62: Il filo rosso della Storia. Alessandro Bertante, “Al Diavul”

Il filo rosso della Storia. Alessandro Bertante, Al Diavul, Venezia, Marsilio, 2008

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di Giuseppe Panella*

Un padre anarchico e battagliero e suo figlio che porta il nome di un grande apostolo dell’anarchia; il loro rapporto mai terminato in vita e mai troncato neppure dalla morte; un combattente rivoluzionario con un occhio marrone scuro e l’altro viola, luccicante come quello di un demonio venuto su dall’Inferno; una storia d’amore che va oltre la vita e le vicende storiche, un manoscritto ritrovato (come nella migliore tradizione italiana da Manzoni a Gadda ad Arbasino) più qualche citazione ardita (quella di Corto Maltese, personaggio di fumetto in un contesto storico o la traccia della mitica partita a poker di un film, Regalo di Natale di Pupi Avati del 1986, che ritorna immediatamente alla memoria per le situazioni analoghe che narra – anche l’amicizia tra il protagonista Errico e il figlio Antonio del padrone del castello di Montecastello in provincia di Alessandria ricorda l’amicizia al di là della logica di classe che attraversa il film Novecento, 1976, opera di Bernardo Bertolucci).

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“L’invisibile canto del silenzio”

Recensione di Giovanni Agnoloni

L’invisibile canto del silenzio – Parole e immagini nell’Abbazia di Chiaravalle
Foto di Andrea Aschedamini
Testi di Davide Sapienza

(ed. e distrib. EDUCatt – Ente per il Diritto allo Studio Universitario dell’Università Cattolica)

Si dice che le foto siano mute. Io non sono d’accordo. Soprattutto dopo aver letto e visto L’invisibile canto del silenzio, testo poetico di Davide Sapienza che dialoga con le foto di Andrea Aschedamini, aventi ad oggetto vedute e dettagli altamente evocativi dell’Abbazia di Chiaravalle, ai margini di Milano. Continua a leggere→

Vivalascuola. Auguriamo a tutti…

Due segnalazioni: mobilitazione il 21 dicembre e una petizione al Presidente Napolitano.

Auguri in tutte le lingue, anche se c’è chi non è d’accordo.

E una puntata carica di consigli di lettura.

Auguro a tutti una scuola pubblica…
di Marina Boscaino

Auguro a tutti una scuola pubblica di cui essere orgogliosi. Una scuola in cui non sentirsi obsoleti, demodé, “vetero” pronunciando – come la retroguardia passatista di un mondo che non c’è più, al quale guardare con malinconica nostalgia – le parole Costituzione, inclusione, uguaglianza, emancipazione, laicità, integrazione. Continua a leggere→

Chiamati per nome, uno ad uno

di Alfonso Nannariello

I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII – XIV
XV –   XVI

L’ho già detto: si sarebbe potuto, sfogliando la raccolta curata da Franco Arminio e Stefania Borriello, Siamo esseri antichi,  scambiare non pochi calitrani della fine dell’ ‘800 e del primo ‘900 per apaches o cherokees.

Non sappiamo come e quando la razza si schiarì. Il padre di mio padre era ancora di una materia arcana, fatto di terra scura. Vallario Leonardo, il nonno di mio padre, il padre di sua madre, invece, no. Tata Nàrd anche se sembrava un po’ un brigante per via dell’orecchino che portava, non avrebbe potuto mai essere scambiato per indiano. Anzi, era come terra attirata, chissà da quanti lustri, dall’anima lunare. Con gli occhi verdi, i capelli biondocenere e la pelle chiara, sembrava un essere celeste, uno simile agli astri. Se avesse avuto i capelli lunghi e se, oltre ai baffi, avesse avuto il pizzetto, avrebbero potuto confonderlo col generale Custer o Buffalo Bill. Continua a leggere→

Bouvet et Pécuchard recensisce “1975”

Brutta bestia, l’adolescenza.

Brutto periodo, i ‘70.

Un anno nella vita di Franz Krauspenhaar, ragazzino biondo e minuto, intelligente ma che non si applica. Un anno che si dipana tra noia e paranoia declinando tifo calcistico e politica vissuta come ribellione al rassegnato conformismo borghese, nemico in comune con gli esecrati avversari. Continua a leggere→

Pubblico e “privato”

di Lietta Manganelli


Mi accingevo a stendere un bilancio sul coinvolgimento pubblico alle “scommemorazioni” per i venti anni dalla morte di mio padre, Giorgio Manganelli, quando sono rimasta idealmente con la penna a mezz’aria.

Certo le amministrazioni pubbliche hanno fatto qualcosa, non lo nego: il Cantiere Manganelli 2 a Roma, che anche se ridimensionato più volte in corso d’opera per mancanza di fondi, alla fine è risultato coinvolgente e interessante. La Scommemorazione presso l’Università di Pavia, a cura del Centro Manoscritti, con il suo apporto di studiosi manganelliani “storici” e non, ha presentato un panorama che più completo non si poteva, e ha registrato un “tutto esaurito” di pubblico.

Certo si poteva (e si potrebbe) fare ancora molto, se è vero, come si dice, che Manganelli è uno dei maggiori scrittori del Novecento… Ma a questo punto mi sorge spontanea una domanda: perché mai il “pubblico” dovrebbe impegnarsi economicamente per sostenere una iniziativa che al “privato” non interessa assolutamente?

Mi spiego meglio. Continua a leggere→

Cimitero di Père Lachaise: Oscar Wilde

di Massimo Sestili

(da qui)

Oscar Wilde 1

Viaggiando, negli anni, gradualmente ho preso l’abitudine di passeggiare lentamente scrutando ogni centimetro dei luoghi visitati. Non si conosce veramente una città se non si va in giro per i suoi quartieri ozieggiando, disponibili ad entusiasmarsi e a farsi rapire dall’immancabile sorpresa. Continua a leggere→

Il Capitano Mario (XXX)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVI, XXVII, XXVIII, XXIX)


C’era la guerra e non finiva mai


La situazione si faceva ogni giorno peggiore: mancava tutto e mancavano specialmente le comunicazioni. Le linee ferroviarie erano spesso interrotte, come i ponti e le strade: la buona volontà di soldati e civili cercava di ripristinare la viabilità, ma con scarso successo. Restava qualche autocarro, sopra tutto militare e funzionava quando poteva qualche autocorriera. Io mi trovavo su una di queste un giorno in cui tornavo a Scaldasole da Pavia. Improvvisa frenata del conducente, tutti fuori a nascondersi sotto una grande pianta fronzuta che la Divina Provvidenza aveva piantata proprio lì, a lato della strada, come un grande ombrello per proteggerci. Era passato su di noi, a volo rasente, un aereo, col suo rumore infernale. Non ci vide e il batticuore cessò. Evitammo il pericolo che l’autoveicolo venisse mitragliato e incendiato con il suo carico umano, come era avvenuto pochi giorni prima tra Milano e Pavia. Lo stesso capitò a Mario, che era appena partito da Scaldasole con un automezzo militare mentre portava all’ospedale con urgenza una donna: fu mitragliato ma riuscì a fuggire. Io, che in quel momento ero in chiesa, avevo sentito con indicibile spavento, la scarica di mitragliatrice dell’aereo, che tuttavia si stava allontanando senza essere riuscito a colpire l’obiettivo. Si viveva pericolosamente perché questi episodi erano frequenti dovunque, anche in aperta campagna.
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72. Una strana storia

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=4KisNml_Wi0]

da qui

– Come sta, signor Leopoldo?
Il dottor Peltre sorride sotto i baffi: non sembra preoccupato per la situazione clinica del suo paziente.
– Discretamente. Può dirmi come sono finito in questa stanza?
– E’ una storia lunga: non so se riuscirò a ricostruirla. Un uomo con soprabito beige e scoppola scura, da cui usciva una ciocca di capelli biondi e spettinati, si è presentato in accettazione con un alito pesante da alcolista. Gli impiegati hanno cercato di farlo allontanare, ma lui insisteva sulla necessità di soccorrere un turista svenuto presso la piramide del Louvre. Continua a leggere→

Editoria low cost, una via d’uscita dal Grande Terrore

di Mauro Baldrati
(da Nazione Indiana)

“I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori” scriveva Enrico Piscitelli su Alfabeta 2.

Qualcuno ha detto loro.

Ma non solo ai librai. Quel “qualcuno” è per esempio il distributore, che valuta un autore unicamente dalla pesatura di mercato, senza avere necessariamente letto un solo rigo della sua opera. Anche ai piccoli editori capita di sottoporre un progetto editoriale al loro distributore, per sentirsi rispondere che è destinato al fallimento perché il tale autore “non vende”. Così un’opera che potrebbe essere stata generata da una rispettabile macchina di produzione di immaginario non vedrà la luce perché l’addetto al mercato decide che non possiede una serie di requisiti essenziali per renderla competitiva. Di cosa parli, con quale stile, di quale sfida letteraria sia portatrice non è importante. I requisiti richiesti sono altri. Continua a leggere→

Voce sola. Di Pierluigi Cappello


(Muri)

Voce sola. Di Pierluigi Cappello

Io dico che
– secondo me –
le parole non vedono
le parole non vedono mai abbastanza
sono due occhi
rimasti dietro un muro
sono il buio di una stanza
e quello che vedono, povere,
a vederlo mi fa quasi pena
non conta
rispetto alle cose che contano
rispetto alle cose che ci hanno detto
che sono vere.
A noi, timbrati in seme.

Da: Asseto di volo; sezione Dentro Gerico; Crocetti Editore 2006

Alfabeto di strade (e altre vite) di Alberto MASALA

[…] Masala è un poeta dell’esortazione, un anarchico con coscienza di livello culturalmente internazionale, ed una produzione di tale ispirazione e tanto catalisticamente “avanti” da essere progenitrice come lo sono stati Antonin Artaud in Francia e Julian Beck con il Living Theater negli U.S.A.
In breve, è coinvolto in una poesia di provocazione – come, dice, Pasolini – ma con questa differenza: dove Pasolini portò le sue idee di provocazione sullo schermo e fu in altro modo intenzionalmente e intensamente un intellettuale attivista, o un attivista dell’intelletto, Masala ha insistito nella carica orale della performance pubblica del suo lavoro, che in gran parte è in forma omaggiante e litanica, e, sì, esortativa è la parola giusta […]
(Jack Hirschman – Introduzione a Taliban – i trentadue precetti per le donne (2001))

 

A Gilberto Centi

 
Una cosa sola era certa, perché inequivocabile:
eravamo giovani . [ 1]

 

tu ci hai lasciato un segno
e non andrà perduto [ 2]

la sera sta indossando veloce
una notte già insonne
trascinando nel naufragio di una luce
fissa e televisiva
i nostri occhi offesi

amico mio
non ti porto notizie confortanti
avevi visto giusto
purtroppo l’ipnosi ha funzionato
e non gli basta catturarci vivi
vogliono farci scrivere
e perfino cantare come loro

le finestre sprangate
tutte le chiese aperte e funzionanti
le strade chiuse tutti i ponti crollati
i matti ritornati nelle gabbie
ed attorno i turisti
della democrazia Continua a leggere→