L’immagine del volo nei versi di Chandra Livia Candiani e Nadia Agustoni

Chagall

di Roberta Borsani

Primavera, e i nostri pensieri sono tutti intessuti di leggerezza!

Sarà questo che ha influenzato la mia lettura di due poetesse contemporanee, ignorate dalla grande (grande?) editoria, ma conosciute e amate.

Poetesse che con le parole vivono a tu per tu, in dolce intimità, capaci di parlare al cuore. Sto parlando di Livia Candiani e Nadia Agustoni.

Poetesse diverse, a considerare quanto sono diverse le atmosfere che aleggiano, evocate, intorno ai loro scritti. Diverse, come l’aria dall’acqua, le cime dei monti dal fiume. Eppure con qualcosa di importante che le accomuna; disseminato, o magari disciolto e dissolto nei versi, implicito e oscuro. Continua a leggere→

La Chiesa che non ha perdonato, non viene perdonata

di
Nico Rossi

Genera acuto dolore, spirituale e morale, la ferita sul volto della Chiesa cattolica dallo scandalo pedofilia. E’ uno scandalo profondo, non privo di risvolti politici e di forzature polemiche, di tale portata da oscurare oggi la bellezza della Comunità ecclesiale e da frapporre un velo di diffidenza tra il Popolo di Dio e la Gerarchia, accusata di aver occultato i peccati e i peccatori, anziché difendere le vittime.

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Sembra facile

Sembra facile scrivere un vangelo. Prima di tutto, devi metterti comodo: va bene anche una sedia in legno lavorato, a braccioli e senza schienale. Un po’ di traverso, col quadernone sulla coscia sinistra, accavallata sulla destra. Una penna d’oca, anche se logora, è più che sufficiente. Ti concentri, aggrotti la fronte per lo sforzo, cominci a buttare giù come ti viene: Gesù Nazareno nacque a Bethlehem… No, così è contraddittorio. Riproviamo: Gesù, che sarebbe stato chiamato il Nazareno, nacque nella città di Bethlehem… Non si parte in maniera contorta, il lettore si scoraggia facilmente. Forse così: Gesù nacque a Bethlehem, ma la famiglia si recò presto a Nazaret, dopo la morte di Erode, che costrinse i genitori a fuggire in Egitto… Mi pare vada meglio, ma non convince ancora. Continua a leggere→

Sprecato. Di Anna Maria Curci


(Il discorso della montagna)

Vertan, sprecato
di Anna Maria Curci

Ho letto, in traduzione, la lettera aperta che il teologo Hans Küng ha inviato ai vescovi tedeschi. I termini chiari e le argomentazioni serrate concorrono a rendere esplicito il pensiero di Küng, la sua denuncia del costante allontanamento dallo spirito conciliare. Mi ha colpito l’elenco di esempi di scialo sistematico, di occasioni perdute. Per questa ragione ho cercato e trovato il testo originale della lettera. Nel paragrafo intitolato Verpasste Gelegenheiten (occasioni perdute, appunto), l’autore ricorre per ben sette volte all’anafora. Lo fa con la parola ‘vertan’, participio passato del verbo ‘vertun’. ‘Vertun’ significa in tedesco sprecare, giocarsi un’occasione. Continua a leggere→

Roberto Saviano: uno, centomila, sessanta milioni.

Ce ne fossero di Roberto Saviano (vedi Repubblica e Nazione Indiana ), per coraggio e lucidità di analisi, per quel suo (bi) sogno di  verità e di giustizia inarreso in questo Paese bello, per le innumerevoli bellezze naturali e artistiche, e dannato, per la sua insofferenza alle regole, e non solo; un paese che pure è stato capace (da Giustiniano alla Costituzione   repubblicana) di concepire la misura del giusto e dell’ingiusto, i limiti dei doveri e dei diritti dei suoi cittadini. Roberto Saviano è per ciò non solo lo scrittore di Gomorra, ma un’icona di questo sogno. Continua a leggere→

Jean Claude Izzo in tour

Martedì 20 aprile 2010 alle ore 18:00 presso il Centre Culturel Saint Louis de France, Largo Toniolo 20-22 (zona Pantheon), presentazione del libro Jean Claude Izzo. Storia di un marsigliese di Stefania Nardini.

Intervengono, con l’autrice, Paride Leporace, Sandra Petrignani, Paolo Ruffini e Piero Sansonetti.

Di seguito le prossime presentazioni (controlla sul sito gli aggiornamenti)

BOLOGNA, 23 aprile, Libreria Irnerio, con Luigi Bernardi e Giampiero Rigosi
MILANO, 7 maggio, FNAC, con Luca Crovi e Sebastien Izzo Continua a leggere→

Provocazione in forma d’apologo 156

Solita riunione per consuntivare le vecchie attività e preventivarne di nuove.
Quando viene il mio turno il dirigente, persona simpatica e umana, mi dice nel suo tono migliore: “A proposito di quella commessa di cui si diceva, hai sforato di una settimana…” “Di due.”
“Del resto, non è poi tutta colpa tua…” “Vero, ma il responsabile ero io.”
“E parlarmene?” “Ho sempre detto che prendevo lo stipendio per mangiare la emme e trovarla anche buona, non per sedermi in terra e chiamare la mamma alla prima inezia.”
“Allora è un’inezia.” “Certamente.”
“Un’inezia quanto?” “Per chiudere l’attività il centro servizi ha lavorato fuori convenzione due settimane, per un totale di 5.000 euretti.”
“E allora?” “E allora ce li metto io.”
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STORIA CONTEMPORANEA n.40: Lirica dialettale e poesia regionale. Pietro Civitareale, “La dialettalità negata. Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea”; Paolo Saggese, “Storia della poesia irpina (dal primo Novecento a oggi)”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

Lirica dialettale e poesia regionale. Pietro Civitareale, La dialettalità negata. Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea, Roma, Edizioni Cofine, 2009; Paolo Saggese, Storia della poesia irpina (dal primo Novecento a oggi), volume I, Avellino, Elio Sellino Editore, 2009

La tradizione della poesia dialettale è larga parte della dimensione nativa della letteratura italiana. Fin dalle origini e addirittura fino dalla costruzione di un volgare autorevole e rappresentativo delle potenzialità di scrittura della lirica nell’ambito della cerchia dei maggiori poeti italiani, il dialetto ha avuto una notevole e decisiva modalità di potenziamento della lingua che quegli autori esprimevano. Il dialetto ha accompagnato, di conseguenza, con una modalità coassiale di riferimento tra i due aspetti lirico-compositivi, lo sviluppo e il potenziamento della poesia in lingua volgare e ha mantenuto questa sua dimensione creativa anche quando si è giunti alla ri-composizione di un linguaggio della koiné valido per la maggior parte delle esperienze di scrittura della letteratura nazionale. La lirica dialettale è vissuta, in momenti assai importanti della crescita della cultura letteraria italiana, in una dimensione parallela alla scrittura in lingua. In molti casi ne ha sopravanzato l’evoluzione (sono certo emblematici, al riguardo, i casi di Porta, Belli e altri poeti ottocenteschi come pure quelli primo-novecenteschi di Pascarella o Trilussa o quelli del secondo Novecento di Pasolini, Franco Loi e Franco Scataglini) e a tutt’oggi segue di pari passo l’evoluzione della poesia lirica più tradizionalmente intesa (anche nella sua pratica sperimentale)

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Maria De Filippi (8)

di Emanuele Kraushaar


Io ho scritto pure un libro che ho pubblicato con la casa editrice che ho pagato più di mille euro, ma nessuno lo sa.
Per questo quando mi fanno parlare la prima volta al programma di Maria De Filippi dico subito che sono uno scrittore.
“Sono uno scrittore” dico alla tronista, che è bella come il sole.
“Sei bella come il sole” mi viene da aggiungere. Ma quella, senza nemmeno lasciarmi finire e guardando verso Maria De Filippi, dice che non l’ho guardata negli occhi e questo significa che sono un egocentrico. Durante la puntata alzo la mano perché vorrei intervenire, ma nessuno mi lascia parlare. Alla fine la tronista mi elimina.
“Ti posso lasciare il mio libro?”.
“No, ti prego”.

[Altri Maria De Filippi]

Vivalascuola. Scuola – memoria – 25 Aprile

Semplicemente non c’è. Nei nuovi programmi di storia che si studieranno dal prossimo anno nei licei non si parla di Resistenza. Così come antifascismo e Liberazione non sono neanche citati. Il buco è al quinto anno, dedicato allo studio dell’epoca contemporanea, dall’analisi delle premesse della I guerra mondiale fino ai nostri giorni. La nuova articolazione, spiegano dal dicastero di viale Trastevere, è stata dettata dalla necessità di evitare che succedesse, come spesso è successo, che non si arrivasse neanche a fare la II guerra mondiale… A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite (vedi qui).

La tessera dell’ANPI
di Donato Salzarulo

Da oltre vent’anni rinnovo la tessera dell’ANPI.
Prima me la portava un simpatico vecchietto in abito, cravatta e cappello di quelli classici, schiacciato su una testa ben fatta. Continua a leggere→

Di là

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da qui

All’inizio è il silenzio. Non sai bene quando partirà. Poi, all’improvviso, senti i violini e l’arpa. Non sai come nasca, una musica così. Forse perché sei triste e non hai più speranze in questa vita: ne cerchi un’altra, trasfigurata da un desiderio senza sbocco, un’utopia. L’arte è utopia, un mondo che appare sulla scena, senza preavviso; sorprende, affascina, trascina. Il paradosso è che ascoltando, leggendo, guardando, si comprende che è quello il mondo vero; fino ad allora avevi vissuto a occhi chiusi e anima spenta, soffocata da bisogni e paure primordiali. Una penna, un pennello, un violino, uno scalpello sono oggetti singolari: chiavi per aprire una porta, fare un passo dentro la realtà. E’ bello per noi stare qui, disse Simon Pietro; era entrato nella nube, uscito dal nulla, assaporando il gusto del definitivo, come lo chiama il quarto evangelista. La vita eterna non esiste; esiste la vita, quella vera. La tocchi, la vedi, sei segnato per sempre. Non puoi tornare indietro né adattarti ancora allo stridore del niente. All’inizio è il silenzio. Non so in che momento l’arpa e i violini  partiranno, ma sono già di là. E’ inutile chiamarmi.

Da “Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull”


“La cultura non la si conquista nella servile fatica, essa è un dono della libertà e dell’ozio esteriore; non la si raggiunge, ma la si respira; per essa agiscono strumenti segreti, i suoi beni sono ottenuti ora per ora dalla misteriosa operosità dei sensi e dello spirito conciliabile con un apparente assoluto fannullonismo – e si può ben dire che essa tocca al prescelto nel sonno. Certo che per venire così plasmati bisogna essere di materia plasmabile. Nessuno afferra quel che già non possiede per nascita, e quello che ti è estraneo non lo potrai mai desiderare. Se uno è fabbricato in un legno scadente, non giungerà mai a vera cultura, mentre chi se ne è impadronito non ha mai conosciuto rozzezza. Difficilissimo è qui segnare una rigida ed equa linea di divisione fra il merito personale e ciò che si chiama favore delle circostanze. Continua a leggere→

La sindone e la religione dei primi cristiani

I Vangeli di Marco, Luca, Matteo e il vangelo degli Ebrei parlano di un lenzuolo in cui Gesù fu avvolto. Pubblico un’analisi di questi testi sul prossimo numero di Micromega, ma qui vorrei parlare del quarto vangelo contenuto nel canone del Nuovo testamento, quello detto di Giovanni (19,38 – 20,10), il quale scrive abbastanza diversamente dagli altri. Non è solo Giuseppe di Arimatea che si fa dare il cadavere di Gesù da Pilato, ma anche Nicodemo. Ambedue avvolgono il cadavere di Gesù, ma non in una sindôn, bensi – al plurale – in othoniois. Per giunta, il Vangelo di Marco sostiene che

    “passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù”

e così pure dice Luca: «il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato» . Giovanni invece pensa che il cadavere di Gesù sia stato già profumato e unto da Giuseppe di Arimatea e Nicodemo. In Giovanni è solo Maria Maddalena che va al sepolcro e non altre donne come in Marco, in Luca e Matteo. Continua a leggere→

La ricerca del Graal (XX)

di
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Wolfram Von Eschembach
Giuseppe Segato

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX)


*** *** *** Continua a leggere→

Per entrare

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da qui

Prova, rilassati: in fondo non è nulla; sempre le stesse carognate, ma tu non farci caso. Ecco, respira, più profondamente. Ora pensa di sedere in una delle prime file dell’Auditorium Parco della Musica, stai ascoltando il Carnaval di Schumann; dimentica anche i giovani teppisti che sono entrati nel campo di calcetto dal buco nella rete e bestemmiano a venti metri da te; sei sulla poltrona rossa, e Mitsuko Uchida sta pigiando sui tasti con tutta la potenza del carisma. Continua a leggere→

Rassegna Inidipendenti- Giulio passami il libro

giulio passami il libro

GIULIO PASSAMI L’OLIO e’ un locale storico di Roma . Per l’occasione  diventa Passami il libro, una  rassegna  che  sara’ ripetuta anche il prossimo anno. Dal 19 aprile e ogni lunedi dalle 21  per due mesi ,autori poeti scrittori presenteranno  i loro inediti tra le mura di questo locale. I testi saranno poi pubblicati in una edizione speciale.

A curare la pubblicazione e l’impaginazione ci sarà lo studio Oblique per le edizioni Infinite Soluzioni. Ogni serata e’ dedicata a 2 autori, con brevi letture dei testi, fatta da attori e attrici .

Partecipano : Teresa De Sio, Roberto Donatelli, Carmine Vitale, Andrea Inglese, Francesco Forlani, Sonia Topazio, Alexandra Petrova, Stefano Malatesta, Loredana Raciti, Marco Fabio Apolloni, Paolo Piccirillo, Michele Sovente, Luigia Sorrentino, Stefano Gallerani, Gualtiero Rosella
Leggono: Simone Caparrini, Lia Zinno, Nicola Pistoia, Daniela Scarlatti, Sonia Topazio, Marina Giulia Cavalli

Lunedi 19 aprile ore 21  : Stefano Malatesta e Loredana Raciti

Giulio passami l’olio

via di MonteGiordano ,28

Roma

Vincenzo Pardini, lo scrittore che racconta la selvaggina umana.

Intervista a cura di Marino Magliani
(pubblicata l’11 aprile nell’inserto Scritture&Pensieri del Corriere Nazionale).

Quando ancora non avevo letto nulla di Vincenzo Pardini, e
sapevo di lui soltanto cosa si diceva, trovavo inquietante che
un autore potesse essere ritenuto un maestro assoluto del
racconto. Cosa significa? Quanti scrittori in Italia sono autori di splendidi racconti e raccolte, mi dicevo. Poi l’ho letto e
ho capito parecchie cose.
Una di queste è che non avevano ragione: Vincenzo Pardini
non è un maestro del racconto italiano, poiché un maestro dovrebbe dare un esempio, il suo narrare,in questo caso, diventare una
scuola, e questo è impossibile, i racconti di Pardini sono pezzi unici, non si smontano, e il suo stile, il suo taglio, le sue inarcature e
il suo passo sono inimitabili.
Anche stavolta, per non smentirsi, con La banda randagia, (Fandango 2010 euro, euro 15,00 ) Pardini ci dà prova della sua unicità. Continua a leggere→

“Jazz”, di Silvio Perego

“Jazz” (Ed. Lampi di stampa, 2009, pref. di Ottavio Rossani) è la raccolta di Silvio Perego, autore assai influenzato dal carattere di improvvisazione/respirazione/sincope, secondo gli stilemi del jazz, della poesia nord-americana, specie di quella che fu la “beat generation”.
Nei suoi versi sentiamo il carattere apparentemente nativo, in realtà frutto di un approccio meno mediato alla pratica letteraria (il blank-verse già risalente a Whitman), di autori come Ginsberg, Gregory Corso, Frank O’Hara, Jack Kerouac, oltre di che maestri immediati o remoti deigli stessi (penso a William Carlos Williams o ad Ezra Pound). Nella lettura/scrittura di Perego il nord, il nostro nord, diviene una landa non dissimile da un luogo del Nord-America, ove la storia si è ritratta nella biologia individuale ed ha cessato d’essere destino/azione comune.

5 Haiku sparsi per la montagna

1
Rocce aguzze
E dure
Ma il cammino è leggero.

2
Le farfalle
ridono
delle mie scarpe.

3
Le montagne sono immense
Ma non saranno là per sempre

4
cime screziate d’azzurro
– – i bambini non sono stanchi.

5
rimpianti d’anima
abeti piegati dal vento.

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So dire

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=jFbwpfxTs0k]

da qui

Amico, dove sei? Mi hai lasciato nei guai; prima, almeno, lottavamo in due, poi c’era il sorriso: qualsiasi dolore si scioglieva, chissà quanto pagavi lo sforzo di non farmi pesare persone e situazioni. Dovrei avercela con te, perché sono solo, dovrei avercela con gli altri, che continuano a ripetermi che invece non lo sono, dovrei avercela con me, che non mi accorgo, a volte, del bene che mi arriva, del calore che circonda il freddo dell’assenza. Chi mi accoglie, oggi, al ritorno dall’ennesima battaglia, dalla fatica improba delle benedizioni delle case, dagli screzi con chi guarda sempre il pelo nell’uovo, dalle sciabolate degli eterni moralisti, da chi chiede e chiede senza vedere la stanchezza nei miei occhi? Chi domanderà più come stai, in quel modo solo tuo, che mi faceva sentire me stesso all’improvviso, chi organizzerà l’uscita estemporanea che mi strappava ai pensieri più oppressivi? Dovrei avercela con te, e non faccio che ripetere: amico, dove sei? Mi hai lasciato nei guai: vorrei maledire il momento in cui ho suonato alla tua porta, e invece so solo benedire, giorno e notte, so dire solo grazie.

Suttree, di Cormac McCarthy. Il canto della povertà

Suttree, pubblicato nel 1979, è il quarto romanzo di Cormac McCarthy, e l’ultimo ad essere stato tradotto in Italia. Aveva quarantasei anni McCarthy, quando venne pubblicato, ma ci aveva lavorato per vent’anni.

Suttree è un romanzo di una forza espressiva, letteraria, umana che ho trovato devastante. Apparentemente animato dalla stessa disperazione de La strada, in realtà è attraversato in ogni riga, in ogni parola, da una energia vitalistica che, se pur votata quasi sempre alla sconfitta, lo fa nel modo disperatamente eroico di chi si ostina a trovare nella dignità dell’uomo, ferita, calpestata, un motivo, il motivo per andare avanti, a dispetto di tutto.

Suttree ha lasciato la famiglia e un passato piccolissimo borghese e vive a Knoxville in una barca ancorata sul fiume Tennesse. Pesca pesci gatto e li rivende al mercato. I pochi dollari che ne ricava li reinveste prontamente al bar, in smisurate bevute di liquori pestilenziali. Siamo negli anni cinquanta, negli Stati Uniti d’America, ma lo scenario è, né più né meno, quello di una favela sudamericana. La povertà è dappertutto, inevitabile, un morbo radicale inestirpabile, che colpisce bianchi e neri, giovani e vecchi, uomini e donne. Il microcosmo di Suttree è un coacervo di derelitti che tirano a campare, che entrano ed escono dalla prigione (le pattuglie della polizia sembrano l’unico contatto con il mondo civile) per piccoli furti, sbronze, risse, abitano catapecchie luride come abitazione, quando non sono caverne gelide, o antri sotto i ponti di ferro e cemento.

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