La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 9

Frammenti di un tempo perduto

Come facciamo a sentirci parte di una storia che sembra scapparci dalle mani? Perché oggi è così difficile avere la pazienza di costruire progetti a lungo termine? E quando il presente scompare subito nel futuro, riusciamo ancora a ricordare chi siamo?
Viviamo in un’epoca di “tempo compresso”: non distinguiamo più bene tra presente e futuro. Non è solo che tutto va veloce – è proprio cambiato il modo in cui viviamo il tempo. Il futuro non è più qualcosa verso cui andare con calma, ma una pressione continua che ci fa sentire sempre in ritardo. Ogni cosa sembra vecchia appena succede.
Heidegger diceva che noi esseri umani siamo speciali perché sappiamo progettare il futuro ricordando il passato. Ma oggi questa capacità si sta rompendo. Il futuro non è più un progetto ma un’ansia costante.
Non riusciamo più a vivere il tempo con calma, quel tempo “denso” che permetteva alle generazioni passate di sentirsi parte di una storia comune. Ogni momento è isolato, come una scintilla che si spegne subito. Abbiamo perso la sensazione di continuità che ci faceva sentire parte di un percorso condiviso.
Forse dovremmo praticare deliberatamente la lentezza – non per nostalgia del passato, ma come forma di resistenza al presente frenetico.
La domanda finale resta: se il tempo non è più dalla nostra parte, che persone possiamo diventare?

Trasversalmente “oltre” tra cinque libri

“Trasversalmente oltre tra cinque libri”

 di Giovanni Agnoloni

Negli ultimi tempi mi è capitata più spesso un’esperienza che avevo già vissuto in precedenza, sempre nel solco del tema a me caro delle sincronicità junghiane: ovvero, riscontrare sorprendenti assonanze tra i miei stati d’animo e pensieri e i temi trattati o nei libri che sto traducendo o in quelli che sto leggendo. Senza volerlo, trovo una continuità trasversale in e tra tutti questi scritti, che sembra accompagnare i miei percorsi interiori, portandomi oltre gli stati mentali attuali e nella direzione di un’evoluzione spirituale capace di produrre risultati migliori di quelli forniti dai meandri della mente. Trasversalmente oltre, insomma, come ho indicato nel titolo di questo pezzo. Gran parte di questa strana sintesi è riflessa da una recente intervista fattami da Gianluca Garrapa, dove per la prima volta ho visto con chiarezza le mie due anime letterarie – contemplativo/metafisica e di osservazione e critica sociopolitica – convergersi e fondersi appieno. E, se lo dico, non è tanto per autopromozione, quanto perché per me sarebbe ridicolo ergere barriere tra i vari aspetti del mio lavoro quotidiano (scrivere, tradurre, leggere, interpretare la realtà, nonché viaggiare e perfino suonare), visto che nell’universo “tutto è uno”. E i cinque libri di cui oggi voglio parlare rispecchiano perfettamente, nella trasversalità dei temi che li attraversano, l’incontro di quelle due anime nella direzione di un Oltre geografico, culturale, emotivo, professionale e sociale.

Il primo è Romanzo olandese di Marino Magliani, edito da Scritturapura (2025). Si tratta di una trilogia, come recita il sottotitolo, o meglio di una sinfonia in tre movimenti, mi verrebbe da dire. Qui l’autore ligure – che vive nei Paesi Bassi, e che ha fatto del tema del confronto tra l’orizzontalità olandese e la verticalità dell’entroterra ligure, nonché di quello dello sradicamento e del vagare nel mondo, alcuni dei motivi (appunto) trasversali di tutta la sua produzione – riunisce, rielaborandoli profondamente, tre suoi vecchi lavori, che finiscono per assumere una sostanza del tutto nuova, diventando le tre parti di un discorso unitario che ha al centro la sua terra di adozione. Il primo atto, “La talpa”, è un itinerario – inizialmente in bicicletta – nella capitale olandese (dove Magliani non abita ma va di tanto in tanto per attività letterarie presso l’Istituto Italiano di Cultura e, in passato, nella libreria italiana “Bonardi”, dove una volta presentammo anche insieme un mio libro per l’appunto ambientato ad Amsterdam, e che purtroppo ha chiuso), ma non solo. È un autentico sovvertimento della dimensione orizzontale, così intrinseca ai Paesi Bassi, perché lo conduce nei sotterranei della città, nel cuore stesso della sua struttura nascosta e oscura, con due guide “dantesche” come il suo traduttore olandese Roland Fagel e una ragazza del posto, Walmoet. Sì, perché si tratta di un percorso prima di tutto simbolico (anche ricco di suggestioni bolañiane, tema che Marino e io amiamo per aver tradotto metà per uno la raccolta di saggi su Roberto Bolaño Bolaño selvaggio edita da Miraggi), dove l’esplorazione delle “magagne” olandesi – speculazione edilizia, acque di scolo, correlati rischi di smottamento e altro – fa tutt’uno con una discesa negli inferi del subconscio. Insomma, ciò che ci si aspettava di trovare di sopra, in una città dove la luce, quando non piove, è meravigliosa, ha ceduto il posto a un mondo di sotto la cui “risoluzione” appare un’imprescindibile premessa alla riscoperta della vita nel “fuori”.

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Poesia e mistica, di Massimiliano Bardotti

Io non so se sto per morire,
perché sento una gran tenerezza
a volte, che cresce da dentro.
E mi sembra che solo alla fine
si possa sentire così.

Che solo alla fine si possa
sentirsi commossi, e intravedere,
da dietro le tende, un altro giardino.

Con tanta gente che vi cammina dentro.

Bernardo De Angelis Continua a leggere→

La giornata europea della memoria europea per le vittime dei totalitarismi e la narrativa concentrazionaria di Varlam Salamov

di Fabiano D’arrigo

Con le due Risoluzioni del Parlamento europeo, quella del 2 aprile 2009 sulla coscienza europea ed il totalitarismo e quella del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, si chiede “che il 23 agosto sia proclamata ‘Giornata europea di commemorazione’ delle vittime di tutti i regimi totalitari e autoritari, da ricordare con dignità e imparzialità” (articolo 15 Risoluzione 2 aprile 2009) e si invitano “tutti gli Stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell’UE” (articolo 8 Risoluzione 19 settembre 2019).
Di fatto le celebrazioni più significative avvengono nei Paesi dell’Europa orientale, come i Paesi Baltici, che si sono adoperati per l’approvazione delle Risoluzioni; mentre nell’Europa occidentale ed in Italia la commemorazione passa, per così dire, in sordina: il 23 agosto è una data uguale alle altre, un qualunque giorno d’estate.
Per pura cronaca si segnala che le iniziative intraprese da esponenti politici di Fratelli d’Italia (proposta di legge 154/2008 Tommaso Foti a Camera Deputati su istituzione Giorno del ricordo 23 agosto per vittime Gulag sovietici; risoluzione 4137/2021 Michele Barcaiulo a Consiglio Regionale Emilia Romagna per celebrazione 23 agosto Giornata europea di commemorazione vittime regimi totalitari) non hanno avuto riscontro. Mentre il Consiglio Regionale della Liguria, a maggioranza di centro-destra, approvò un ordine del giorno favorevole alla Risoluzione europea del 19 settembre 2019. Continua a leggere→

Giorgio Stella. Una poesia

Pamerika – il gusto della betoniera di porcellana & dopo il travaglio di cera. Una medaglia sullo scudo dell’anfora coccarda nuda dell’elmo a sonagli nel grembo post-materno/eterno. Il grasso del fiume è l’onda della boa la betoniera a venti metri da qui l’inferno orfano di paradiso (***) – l’acne nel cervello / sputa sulla passerella // il cuore della punta di una stella. V e l o c e…. Velocemente. ——————————-+

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

«Chi è il mio vicino?»

 

[Amélie Bigard]

«In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”.» [Lc 10, 25-37] Continua a leggere→

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Addio a Francesco Marotta. La sua poesia è stata una tempesta silenziosa.

 

Ci ha lasciato Francesco Marotta. Era nato settantuno anni fa a Nocera Inferiore ma ha vissuto in provincia di Milano dove ha insegnato storia e filosofia. E’ stato un poeta e un traduttore raffinato. Ha animato uno dei primi e più autorevoli blog letterari, La dimora del tempo sospeso. La sua ultima opera è Polvere, pubblicata da Anterem un anno fa. Personalmente l’ho conosciuto grazie al suo blog. Anzi, devo dire che è stato il primo che ho frequentato. L’ultima volta che ci siamo sentiti, qualche anno fa, si lamentava dello stato attuale della poesia, anzi, meglio, del mondo della poesia: rumoroso e conformista. Giustificava così il suo isolamento. Eppure, egli, con il suo blog, ha dato spazio alle voci più autentiche e promosso presenza e dialogo poetico e culturale. E’ rimasto comunque fino all’ultimo fedele alla sua vocazione, secondo cui, con le parole del suo poeta più amato René Char, la poesia se non si fa “tempesta” diventa puro calligrafismo, un “ricamo sulla pelle del nulla”. Lo associo ad un’altra figura che ci ha lasciato troppo presto, Gianmario Lucini, poeta ed editore, accomunati dalla stessa figura ieratica.

La poesia più potente è quella silenziosa.

(Pasquale Vitagliano)

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Intervista a Nicoletta Carlan. Staccarsi dalla roccia

di Massimiliano Bardotti

  1. Come e da dove nasce l’idea di questo libro? E potresti dirci qualcosa sul titolo? 

L’idea di questo libro nasce come nasce la poesia, in un momento e in molti momenti in una notte e in molte notti. Si allineano una dopo l’altra le parole e nasce un verso, poi una poesia e poi un libro. Nasce da esperienze vissute nel cammino tra i paesaggi, nei viaggi tra i paesi, nel soggiorno tra le nuvole e nella meditazione sul mistero. Nasce, come nasce ogni cosa, dalle relazioni tra le cose, le persone, e il non visibile dove il cuore, fa da ponte tra le alluvioni della vita e il profumo delle rose, delle violette e i colori della primavera. Continua a leggere→

PROPOSTA

di Antonio Sparzani

Provo ormai giornalmente oltre a grande dolore, grande vergogna per l’umanità o, per meglio dire, per quella parte dell’umanità, di solito i governanti, che impunemente e senza neppure nascondersi un po’, fanno le cose peggiori che riuscirei a immaginare, anche con molta fantasia; stamani un’altra strage di bambini, oltre che di adulti, a Gaza, soprattutto fra quelli che son lì per chiedere qualche cibo per sopravvivere.

Orbene io propongo seriamente una CROCIATA, certo atipica.

La crociata sarebbe così, che il nostro Papa Leone XIV si attivi, spenda soldi della Santa Sede, organizzi una spedizione a Gaza. S’intende senza camminare fin là, però andando in un posto vicino con dei mezzi di trasporto e, da lì, lui, con tutta una folla di cardinali, gente di chiesa e non di chiesa ma decisa, si mettano a camminare Continua a leggere→

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo 5

Il Ricordo 5   Un pendolo a due facce

 

   È tortuoso, imprevedibile, il cammino che conduce al ricordo o che dal ricordo parte; l’essenza di questo umanissimo fenomeno, la capacità di rivivere, sia pure inevitabilmente distorti, gli accadimenti esteriori e interiori che ci hanno reso ciò che siamo, è tutta lì, nel percorso che conduce a noi o che da noi ritorna a loro: è questa “la più ripida tra tutte le strade”. Ed è la strada che sceglie di calpestare Kikì Dimulà, consacrata poetessa greca, la cui sensibilità novecentesca si riversa con ondivaga consapevolezza, con accorta grazia, nel Duemila.  Continua a leggere→

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 39

Può la grammatica commuovere?

«Far viaggio insieme attraverso plaghe mutevoli e stesse».
Perché questa frase di Pizzuto (Giunte e virgole, XXVII) continua a commuovermi? L’ho capito dopo quarant’anni di studi pizzutiani.
Non mi commuove lo splendido «far viaggio» in luogo di viaggiare; non «plaghe», vocabolo poetico de iure; non il ritmo mosso, accidentato, eppure avvolgente.
Mi commuove l’impiego di «stesse» (non già, badate, “le stesse”, come vorrebbe la norma) nel senso di ‘uguali’, ‘identiche’: la parola più povera e abusata se mai altre, collocata al termine di una proposizione aulica culta lavoratissima in una funzione talmente inedita da parer nuova di zecca.
Un insulto alla grammatica che si traduce in poesia.

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Monica Messa

Confideremo nel miracolo seguente,
nella prossima luna nuova,
nel fondo del tè successivo,
girato tre volte
e versato nel piattino.

Bruceremo altri incensi,
leggeremo le carte del mazzo nuovo,
interrogheremo un oracolo dimenticato,
accenderemo ceri pluriennali,
cambieremo le parole nelle preghiere.

Studieremo nuovi incantesimi,
ripeteremo tutti i battesimi,
metteremo peonie nelle acquasantiere,
inaspriremo le penitenze,
elettrificheremo gli inginocchiatoi.

Ma, cascasse il cielo,
non perderemo la speranza!

POESIA E POLITICA.13. BIAGIO CEPOLLARO

 

Meditationes, 1996 

 

                                                Meditationes n°1

 

nella terza rivoluzione industriale si fa ciò che non si pensa e anche si è pensati da ciò che non si è fatto. non l’antico sulfureo inferno né

 

il fiorito giardino di delizie assoggettando ti fa soggetto ma lo stallo nel vuoto assoluto d’esperienza. l’evidenza ora si fa sospetta allusione

contronatura

 

                                              Meditationes n.°2

 

 è che noi non siamo neanche noi e dispersi di noi fu fatta foresta

e ognuno di noi col sé di plastica arreda l’urbana transizione ficca al suo posto

ciò che un altro

 
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La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 8

L’umano di fronte al fallimento radicale

Quando tutto crolla e i nostri piani vanno in fumo, cosa rimane di noi? Come si vive quando il futuro non promette più niente e ci si ritrova bloccati in un loop senza uscita?
Parlo di quel tipo di fallimento che non si può aggiustare. Non è un errore che puoi correggere riprovando. È quando si spezza per sempre il legame tra quello che vuoi e quello che ottieni. È uno strappo che non si ricuce.
Camus parlava dell’assurdo: quella frattura tra il nostro bisogno di senso e l’indifferenza del mondo. Nel fallimento totale, questa frattura la senti sulla pelle. Continui a fare progetti perché è nella natura umana, ma sai che non porteranno da nessuna parte.
Si passa dalla disperazione più nera a una strana leggerezza. Quando non hai più niente da perdere, può nascere qualcosa di inaspettato. Come se, perdendo tutto quello che volevi essere, emergesse qualcosa di più essenziale – non un’anima o chissà cosa, ma una testarda capacità di andare avanti che non ha bisogno di risultati per giustificarsi.
Forse dovremmo smettere di misurare il valore delle persone in base a quanto producono o quanto hanno successo. La vera dignità sta nel continuare a vivere anche quando tutto è andato storto. Nel restare in piedi in quella terra di nessuno tra ciò che non è più e ciò che non è ancora.
In un mondo ossessionato dal successo, il fallimento totale può insegnarci qualcosa: ci mostra cosa resta quando cadono tutte le maschere. E forse è proprio lì, spogliati di tutto, che emerge qualcosa di più vero.

Lirico terapia. Clemente Rebora

Dall’imagine tesa

Dall’imagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono
e non aspetto nessuno: fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

1920