Ieri nell’intervallo del pranzo ho invitato i colleghi più stretti per un boccone. Credevano li portassi al bar sotto l’ufficio, al massimo nella pizzeria in fondo all’isolato, invece li ho fatti svoltare per un paio di vie fino alla storica piazzetta e li ho fatti salire all’attico dove c’era ad attenderci un piccolo rinfresco – piccolo e veloce, i minuti sforati in pausa pranzo bisogna poi recuperarli. “Ecco” ho detto loro facendoli accomodare “ecco la mia nuova casa”.
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Il pescivendolo ambulante
di Alfonso Nannariello
I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII – XIII
Per fare a c’tràngula a ‘nzalàta1, all’origine si mettevano solo le olive nere e gli spicchi delle arance amare tagliati a metà. Si aggiungeva un po’ di sale, dell’origano e dell’olio. Qualcuno metteva anche dell’aceto, però solo un accento. Ed era tutta lì la cena della sera.
Le alici furono aggiunte molto più tardi, quando venne il pescivendolo, verso la fine degli anni ‘50 del Novecento.
Il pescivendolo credevo fosse di Manfredonia, invece veniva da Bisceglie. Il primo che arrivò fu Cosimo Gramegna. Stava in società con altri nove. Ogni venerdì, tutti e dieci in un camioncino solo, venivano da queste parti. Uno metteva il banco a Candela, un altro a Lacedonia, un altro ancora a Bisaccia, gli altri non ricordo dove mi hanno detto. So che l’ultimo, quello che arrivava più lontano, si fermava a Pescopagano. Continua a leggere
STORIA CONTEMPORANEA n.54: Lettere dal passato. Antonio Tabucchi, “Il tempo invecchia in fretta”
Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)
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Lettere dal passato. Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta, Milano, Feltrinelli, 2009
Il Tempo sembra essere il vero nemico da sconfiggere per Antonio Tabucchi in questa fase della sua storia letteraria. Tutte le sue opere dell’ultimo periodo si accaniscono nel ritrovare e nel descrivere il percorso che conduce al tempo reale della vita mediante il ricorso a una dimensione memoriale faticosamente percepita e raggiunta. La memoria vince il tempo e lo ritrova, alla fine.
Vivalascuola. Il silenzio degli intellettuali

Anno scolastico 2010-2011. Ancora tagli al personale e ai saperi.
Mancano docenti nelle scuole e nelle università, mancano presidi, manca sicurezza, mancano fondi, mancano investimenti.
Cosa dicono gli intellettuali?
“Rispetto alla sciagurata smemoratezza dilagante nel paese, ai vuoti di memoria che contagiano pesantemente anche la sinistra, allo spirito del tempo celebrato da Berlusconi, la scuola è l’ultima frontiera: le sue strutture, i suoi docenti, i suoi libri di testo rimangono saldamente ancorati alla tradizione storica italiana” (Alberto Asor Rosa, Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali).
All’ordine del giorno c’è il silenzio (ascesa, declino e catastrofe dell’intellettuale)
di Alessandro Cartoni
Il sapere? Buono per la settimana enigmistica
Un collega mi racconta – oggi quasi ridendo – dello sconcerto, della cupa sorpresa che lo colse il giorno in cui un alunno, neanche tra i migliori ma per nulla timido, gli rivelò la sua (diremo la nostra…) completa superfluità. Il ragazzo dichiarò infatti senza giri di parole: “il suo sapere prof, mi scusi se mi permetto, serve solo a una cosa… Continua a leggere
Ganesh Del Vescovo: l’attimo e l’Eterno
Articolo e intervista di Giovanni Agnoloni
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=0jH7NDbnoYM&feature=related]
Con la chitarra ho sempre avuto un rapporto tormentato. Il mio professore di Musica, alle medie, mi disse che avevo talento e che mi avrebbe giovato prendere lezioni private. Lo feci. Imparai. Ma c’era una cosa che mi dava noia. Tutto quell’insieme di regole in una pratica che, a mio avviso, era principalmente una questione d’intuito. Però proseguii per tre anni e feci significativi progressi. Poi l’abbandonai, una volta iniziato il massacrante liceo classico. L’avrei ripresa solo all’inizio dell’università, quando la portai avanti praticamente da autodidatta. Continua a leggere
Il Capitano Mario (XVII)
di
Maria Frasson
(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI)
Il 1943
Tutti gli anni cominciano generalmente con qualche speranza. Così avvenne all’alba del 1943. Per noi la più grande era pur sempre quella di ritrovarci insieme alla fine della guerra.
Mario era ad Atene, all’Ospedale Chirurgico. Le sue lettere, come ho detto, arrivavano con ritardi anche maggiori delle precedenti: più gravi difficoltà di assestamenti? o di comunicazioni? Forse. Comunque vi traspariva un’aria più serena. Faceva l’aiuto-chirurgo: attività certo gratificante per lui. Si trovava fra colleghi medici e crocerossine. E poi gli piaceva Atene “coronata di violette”: comuni ricordi classici che riaffioravano inevitabili. Mi descriveva i tramonti che accendevano di luce l’Acropoli, di una luce tutta particolare, diceva, che ne giustificavano l’appellativo poetico: proprio come l’avevamo sempre immaginata. E se si attardava ad ammirarla ascoltando il Valzer Triste di Sibelius, che era la sua musica preferita, voleva dire che il lavoro all’Ospedale gli permetteva dei margini di distensione, forse anche di serenità.
Sopra tutto gli sorrideva la speranza dell’attesa licenza di un mese. Che poi si protrasse a lungo.
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Sandro Sinigaglia
Da Il flauto e la bricolla (1954)
Il decoville braccato sulle ruote
precipita inghiottito
negli ipogei della miniera
globi di sangue indiavolati
s’infuriano giù nella carotide ed ànno
sapore di ferro.
Fatti schianto
poiché folle è la forza dell’inerzia
e via via raddoppia
il piombo d’angelo precipite
Amore se mi lasci!
Soltanto dita appena vive
contano viti e bulloni
tra grovigli di ferraglia e becchi
della macchina schiantata. Accennano
la strada calcinata
la fila lunga dei paracarri
senza stupori.
“Verso Nord”, di Pia de Jong
Estratto da
Pia de Jong
VERSO NORD
Traduzione di Claudia Di Palermo
Titolo originale: Lange dagen
Traduzione dal nederlandese di Claudia Di Palermo
I edizione giugno 2010
© 2010 Elliot Edizioni s.r.l.
Tutti i diritti riservati
1
L’inverno in cui compii quattordici anni la nostra sala giochi si trasformò lentamente in una cabina di comando. Come una gazza in cerca di oggetti luccicanti per il suo nido, così mio padre si presentava ogni volta con delle nuove cose. La prima a richiamare la mia attenzione fu uno strumento d’ottone, una bussola appartenuta ancora a mio nonno. Mio padre si era deciso ad aprire il baule di cuoio che il giorno dopo il funerale aveva riposto in soffitta e da allora non aveva mai più toccato. Qualche ora più tardi lo vidi strofinare con cura lo strumento, che entrava esattamente nel palmo della sua mano, con un panno morbido. Mio padre diceva che bisognava curare bene gli oggetti, per farli durare più a lungo. Dietro il vetro c’era un ago arrugginito che vibrava appena toccavi la bussola. Continua a leggere
20. Il Grande Inquisitore
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=C28B7IqP6pU]
da qui
– Sì, ribellarsi a questo stato di cose, in cui si può fare del romanzo una merce scadente venduta a peso d’oro. Mi fanno ridere certe diatribe che andate tessendo: la fuga dalla casa editrice che evade dalle tasse! Come diceva la persona che ho amato di più, scolate il moscerino e ingoiate il cammello. Scrivete libri che evadono dalla dignità dell’arte, vi svendete prostrandovi ai gusti del pubblico e della pubblicità, agognate di apparire negli spettacoli più insulsi, nei premi più manipolati, sulle riviste compromesse col potere, e poi fate i delicati per una ditta che ha comprato l’Italia: l’unica soluzione sarebbe emigrare in un luogo immune dal capitalismo, quindi, forse, su Plutone o Nettuno. Continua a leggere
Inediti di Laura Corraducci
8 Dicembre 2008
Zoppi i miei passi di ieri e ancora
mi affidi le spade dita strappate
di netto lo scudo mi scivola in basso
la paura è vestita di chiaro
i tuoi occhi nel becco dell’aquila
li sento scavarmi le colpe sfranarmi
gli amori negati cucirmi al braccio
un respiro di padre gioirmi addosso
una corona di alloro nel nome
dividimi adesso in parti di lacrime
uguali e fiorire vedrai il Tuo sangue
versato in offerta all’amore
L’ALBATROS
di Antonio Sparzani
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=jB8fNp-V5uk&feature=player_embedded]
Charles Baudelaire, Les fleurs du mal, I: Spleen et idéal
II. L’Albatros
Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.
À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.
Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!
Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.
L’albatros muove la fantasia degli umani; quello che affascina dev’essere il suo appartenere a un altro mondo, un mondo di ebrezza di voli incuranti delle tempeste, di luoghi inaccessibili ? nidifica nelle isole australi più a sud dei “ruggenti 40” ? di eleganza senza confini, di grida incomprensibili, cui l’uomo sempre e comunque vorrebbe attribuire un significato. Il suo mito comincia dal nome della famiglia cui appartiene Continua a leggere
19. Ribellarsi
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da qui
– Andiamo via, presto!
Maria prende Leopoldo per la mano e lo trascina a forza. Lui fa appena in tempo a vedere l’immagine immobile di Kafka che non si accorge di nulla, incapsulato nei suoi problemi. La donna ordina a Leopoldo di entrare in auto e sfreccia verso casa, arrivando in men che non si dica. La stanza è piena di libri, che sembrano sul punto di crollare da ogni parte. I due, ora, sono appollaiati su sedie di legno infilate a malapena nello spazio angusto e stipato in ogni angolo.
– La ragazza del pub mi ha confidato una notizia.
Leopoldo cerca di riprendersi dall’ennesima sorpresa: dunque Maria sapeva che era lì. Forse potrà anche spiegargli come ci è finito.
– Quale notizia? Continua a leggere
Jimi Hendrix – (27 novembre 1942 – 18 settembre 1970)
a cura di Loris Pattuelli
PICCOLA ALA
passa tra le nuvole
con un circo in testa
favole e zebre
e lune e farfalle
a questo pensa
mentre gira nel vento
se sono triste
lei mi viene a cercare
poi mi sorride
e mi porta lontano
va tutto bene
adesso dice
vola piccola ala
vola via
Continua a leggere
18. Una domanda
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da qui
– Ascolta, Leopoldo.
Ha cominciato a parlare all’improvviso, emergendo da un raccoglimento intenso.
– So bene che stai cercando una risposta alla domanda sul romanzo: è possibile, oggi, perpetuare un genere minacciato dalla polverizzazione della società e della persona, per cui lo schema obiettivo-ostacolo-traguardo non convince più nessuno, a meno che non porti i segni della lacerazione dell’esperienza umana dal Novecento in poi? Non considero nemmeno i libri commerciali, prodotti con un target elaborato nelle officine infallibili del marketing, specchietti per le allodole che rimpinguano le casse di editori-imprenditori. Può chiamarsi romanzo la replica di forme svuotate di ogni traccia vitale? Perfino una pubblicità istantanea può suscitare interesse per lo scioglimento di un nodo, il raggiungimento di una meta, tanto la narrazione è iscritta nel codice genetico dell’umanità; ma è triste approfittare di un bisogno psicologico per propinare al pubblico qualunque spazzatura. Bisogna riconoscere la colpa d’origine, la sentenza di condanna che pesa sul capo di noi tutti; solo da quel punto si può partire alla ricerca di una via d’uscita, nonostante il fallimento prevedibile, lo scacco doloroso. S’interpella, almeno, la verità della nostra condizione, sospesa tra anarchia distruttiva e dittatura soffocante. Dobbiamo confessarci a vicenda le ossessioni che ingolfano i sensi e l’intelletto: solo allora si potrà sapere se c’è un varco destinato a interrompere la solitudine.
E’ tornato il silenzio; l’uomo vestito di grigio è immobile, a braccia conserte, con l’enorme colletto inamidato. Leopoldo ragiona tra sé e sé: non potrebbe strappargli una spiegazione ragionevole di ciò che li ha portati in quella stanza? E’ forse il sogno che permette a chiunque di identificarsi nel personaggio o nella trama, come se il minimo dettaglio si rivelasse una proiezione in scala di una sorte universale? E’ il labirinto che, dopo un’infinità di percorsi e giravolte, ti riporta nello stesso punto, di fronte a un altro che si rivela immancabilmente estraneo?
Suona il campanello. D’istinto, Leopoldo si precipita alla porta e la spalanca con un gesto liberatorio e disperato nello stesso tempo. Nel vano appare una figura femminile, con uno sguardo pensieroso e preoccupato.
– Maria!
QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.50: Vincere la saudade. “Poesia meridiana speciale Portogallo”, a cura di Regina Célia Pereira da Silva
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
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Vincere la saudade. Poesia meridiana speciale Portogallo, a cura di Regina Célia Pereira da Silva, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010
La poesia portoghese non si scrive soltanto in Portogallo – in soldini, ecco il senso dell’operazione coordinata dalla professoressa Regina Célia Pereira da Silva, docente di Lingua, Cultura e Traduzione Portoghese dell’Istituto Camões presso l’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa” di Napoli e fortemente voluto da Giuseppe Iuliano e Paolo Saggese, i due ispiratori del Centro di documentazione sulla poesia del Sud. E al Sud del mondo certamente il mondo culturale portoghese e lusitanofono certamente appartiene – per ispirazione, per tradizione, per appartenenza etica e storica, per destino epocale e individuale.
Conigli australiani & Co
Stavamo già da un paio d’ore seduti ai tavolini del bar-pizzeria “Da Roberto”.
La discussione finì, chissà come, sulle infiltrazioni criminali nel nord Italia.
Nessuno sapeva un granché di camorra e di mafia – a parte quello che ognuno di noi aveva letto sui libri o visto in televisione, intendo dire – ma il tizio che mi sedeva di fronte insisteva nel sostenere che il maggior responsabile e addirittura il promotore di tali infiltrazioni andasse ricercato nello Stato.
Credo che tutto fosse iniziato con una battuta sull’aumento degli accenti campani che negli ultimi anni stavano prolificando nella nostra provincia. Continua a leggere
“La casa viola” di Marco SCALABRINO
Marco Scalabrino è poeta e studioso del dialetto siciliano e della poesia siciliana, nonché traduttore in siciliano e in italiano di autori stranieri contemporanei. Attività che svolge da anni con serietà e dedizione ammirevoli, come testimoniano i numerosi saggi pubblicati su riviste cartacee e in rete. Scegliere di scrivere in un dialetto che, come tutti i dialetti, e non solo, è sempre più confinato dalla lingua italiana e da quelle straniere, attesta un forte sentimento di appartenenza etnica e culturale che, in tempi di fagocitante globalizzazione, è atto di resistenza. Continua a leggere
Allestimento per La cena di Emmaus
di Alfonso Nannariello
I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X – XI – XII
Le pitture sono sempre piene di particolari. Anche quando sembra non ci sia niente, nel quadro c’è qualcosa. Nell’arte anche solo un’ombra è piena di bellezza.
Se qualche artista avesse visto le tavole di allora apparecchiate per la sera avrebbe potuto ritrarle. C’erano tutti gli elementi giusti per rappresentare la reale atmosfera della cena di Emmaus: il pacato silenzio, la qualità dell’arredo, qualche posata, le persone che partecipavano al pasto, una sobrietà piena d’emozione e a c’tràngula a ‘nzalàta1. Continua a leggere
BARBIE E LA BAMBOLA DI CARTAPESTA, di Stefania Nardini

QUATTRO STRACCI, UNA RUPIA E UNA BAMBOLA DI CARTAPESTA di Felice Muolo (ed. Fermenti)
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di Stefania Nardini
Non ci vuole solo sensibilità ma anche coraggio per scrivere un libro mettendosi nella pelle di un bambino. Di bambini si può scrivere raccontando delle storie, si può scrivere per loro, ma costruire come protagonista una bambina di nove anni, indiana, adottata da una coppia di italiani, è un’impresa che richiede talento.
Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. # 15 MARILU’ OLIVA
A cura di Franz Krauspenhaar
Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.
Sei una scrittrice. Chi te lo fa fare?
Non lo so chi me lo fa fare. Credo comunque che alla base ci sia una grande volontà comunicativa. Non ho ancora le idee chiare, sospetto che le origini di tale volontà risiedano in un bagaglio pericoloso di fantasia che non ho saputo governare in nessun altro modo se non scrivendo. Continua a leggere





