
Ogni giorno, offrire la propria morte a Gesù: è l’unico modo per superare la paura. Solo l’amore trasforma, bisogna impratichirsi.
di Antonio Sparzani
la grande Milva, di cui proprio adesso piangiamo la scomparsa, canta la canzone di Fausto Amodei, dedicata ai morti di Reggio Emilia, perché il fascismo non è finito con il 25 aprile del 1945, proprio no, e non solo per la squallida ma inquietante vicenda del governo Tambroni (giugno-luglio 1960, presidente della repubblica Giovanni Gronchi), ma per quello che succede ai nostri giorni, da Casa Pound ai cosiddetti “Fratelli d’Italia”. Resistenza ora e sempre.
Nel tempo quando avevo i sentimenti,
da cui nessuna forza poteva ripararmi
nessun noa né tabu
il 25 aprile andando per i cippi
dei caduti, come per le stazioni di un calvario,
sopraffatto tremavo, e poi dalla piccola compagnia mi defilavo
come in una profonda definitiva pioggia.
Il vostro perire – nel sacro della primavera –
mi sembrava la radice stessa di ogni sacro.
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Oggi ricorrono gli 80 anni dalla morte delle poetessa e scrittrice svedese Karin Boye, che scelse purtroppo di togliersi la vita il 24 aprile 1941.
Per ricordarla, ho scelto di tradurre e leggere una delle sue liriche più belle, a mio avviso, “Sì certo che fa male quando scoppiano i boccioli” (in svedese “Ja visst gör det ont när knoppar brister”).
Dedico questa traduzione e lettura alla mia carissima amica e sorella in letteratura, Giulia Fazzi. Continua a leggere

Giocattoli
Il mio bimbo che guardava imbronciato
atteggiandosi a uomo ormai fatto sette volte
non mi aveva obbedito. Fu punito e scacciato
e privato del bacio clemente
della mamma che già non ha più.
Ma temendo che vegliasse nel pianto
silenzioso entrai nella stanza
per trovarlo nel sonno profondo:

Gabriella Sica, originaria della Tuscia, è nata nel 1950, vive a Roma dall’infanzia. Ha ideato e diretto “Prato Pagano” (1979-1987) e pubblicato libri in versi da La famosa vita (1986) e Vicolo del Bologna (1992) a Poesie bambine (1997), Poesie familiari (2001) e Le lacrime delle cose (2009). A dieci anni di distanza è uscito il suo ultimo libro, Tu io e Montale a cena (Interno Poesia, 2019). Tra i riconoscimenti il Premio Internazionale del “Lerici Pea” per l’Opera poetica 2014. Tra i libri in prosa: Emily e le Altre. Con 56 poesie di Emily Dickinson (2010) e Cara Europa che ci guardi. 1915-2015 (2015). Ha realizzato per la Rai sei docufilm (Ungaretti, Montale, Pasolini, Saba, Penna e Caproni), messi durante la pandemia sulla piattaforma RaiPlay: https://www.raiplay.it/programmi/poetidel900.
Voi
Siete le sostanze primitive,
le carezze, gli occhi.
Siete i nervi saldi
e le fiaccole nel tumulto.
Le disuguaglianze
e le guerre senza rivali,
le tane delle vipere,
i sogni a scadenza.
Siete una parte
in un mondo senza divisioni,
dove noi non abbiamo terra
se non la vostra.
Siete le solitudini di cui sopra.
Ci raccontano del vostro passo,
delle vostre gesta
ma mai dei vostri dubbi.
La vostra mano è sempre alzata.
Sulla punta delle dita avete il potere
del disappunto, della correzione,
dell’indifferenza che cade
in controsenso, silenzio, invidia.
Siete il rifugio degli anni più delicati,
poi la prigione, poi l’umana nostalgia
di tutto ciò che pensavamo fosse stato
e in realtà non è mai accaduto.
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I buoni e i cattivi è un album di Edoardo Bennato del 1974. Ecco la coppia di categorie archetipo che dalla Bibbia fino alla musica pop è arrivata fino a noi. Da sempre riempie il nostro immaginario, malgrado i buoni, da Abele in poi, perdano sempre, o proprio per questo. Fa eccezione il cinema, dove il finale è sempre un happy ending, imposto da produttori e pubblico. Quasi sempre almeno, e fino ad una certa epoca cinematografica. Il cattivo, diciamo la verità, resta più interessante, se non più seducente. Ad esempio, in rete si trovano subito i 10 più cattivi nella storia del cinema. Non esiste, invece, una classifica dei buoni. Ed allora, proviamo con questo frammento, a tratteggiare il profilo di alcuni tra i più Buoni. Tra i primi c’è sicuramente James Stewart, figura iconica della bontà americana di metà secolo scorso, nella parte di Elwood P. Dowd in Harvey (1950) diretto da Henry Koster. Come rivela il titolo del film, il protagonista, in realtà, è Harvey, un coniglio bianco invisibile. Elwood dice di portarselo sempre a fianco, come il suo migliore amico. E’ un pooka, cioè un spirito guida che vede solo lui, con conseguenze sociali che è facile immaginare.
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Amore senza amore
Si sentiva nervoso, doveva combinare qualcosa, uscire di casa.
Decise per una passeggiata, una camminata lungo il fiume, attraversando infine il ponte che separava il centro storico dalla periferia, costituita da un miscuglio di antiche fattorie, per lo più abbandonate, nuovi condomini, supermercati e un enorme centro commerciale in vetro e cemento.
– Ciao John – lo salutò il suo omonimo in versione italica, Giovanni.
Lo chiamavano così per il suo amore infinito verso i film western con protagonista il mitico Wayne. Ordinò un caffè ginseng e si sedette in un tavolino all’aperto del bar, situato vicino a uno dei pochi parco giochi, sopravvissuto alla speculazione edilizia.
– Ti vedo pensieroso oggi, John – osservò il barista, servendolo.
– Niente di che, Giovanni – rispose lui, mentendo.
Era alle prese con un dilemma, altro che niente!
Recensione di Fabrizio Centofanti
Giovanni Agnoloni, Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa (Fusta Editore, 2020)

Di che parla questo libro? Qual è il tema sotteso ad ogni evento? La ricerca di una donna? Di se stesso? Del senso della vita? O è forse la vita come viaggio, un grande Erasmus mai concluso, presente come spirito anche quando sembra materialmente esaurito? La verità è che lo scrittore è sempre un viaggiatore, uno per il quale ogni luogo è un punto di partenza. Partire è un po’ morire, recita il proverbio: sicuramente vero nel caso di Agnoloni, che percepisce il trapassare inevitabile dei miti e dei simboli umani. Il gabbiano che lo guarda negli occhi – a pagina 51 – gli fa capire, però, che al di là del panta rei c’è qualcosa che rimane, che si prende cura dell’essere, nonostante le apparenze.

Da diversi anni la mia più grande aspirazione è quella di rinnovarmi. Una rinascita lenta che cerca di guardare il mondo e la vita con occhi diversi, con occhi di luce.
Questo rinnovo lo anelo anche nell’amare ciò che viene tenuto nascosto, abbracciando per esempio lo “scandalo della povertà”, “l’emarginazione (…) dei reietti e degli abietti”.
Lo sforzo più grande che ciascuno di noi dovrebbe fare rimane sicuramente quello di abbandonare il superfluo.
Quando indico il superfluo non mi riferisco solo a quello materiale, ma intendo quello che maggiormente attanaglia la mente, i preconcetti e i pregiudizi che intorbidiscono qualsiasi visione del mondo.
Ma, dopotutto, va anche abbandonato il proprio vecchio corpo e bisogna prepararsi ad accoglierne uno nuovo.
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