Archivi categoria: Recensioni

“L’imperatrice” di Liliana Nechita. Con un’intervista

di Giovanna Menegùs

L’imperatrice è una badante. Ogni donna povera e priva di opportunità avrebbe potuto essere un’imperatrice, e forse lo è nonostante le apparenze (le non apparenze dell’invisibilità sociale). Questa in sintesi la verità e la forza che emerge dalla vicenda personale di Liliana Nechita e insieme dalla storia raccontata nel suo romanzo L’imperatrice, pubblicato in maggio da FVE, casa editrice milanese diretta da Valentina Ferri.

Nechita – che è un nom de plume – è nata in Romania nel 1968 e ha già all’attivo vari libri: dal volume d’esordio Ciliegie amare, uscito nel paese d’origine nel 2013 e in traduzione da Laterza nel 2017, a Bambole di fango (2019) e Piccola mamma (2020). Vive in Italia da oltre quindici anni, lavorando come badante e scrivendo. Continua a leggere

Il diario del sonno, di Paola Silvia Dolci

A cura di Guido Michelone

 

Dopo sette libri di poesia – Bagarre, NuàdeCocò, Amiral Bragueton, I processi di ingrandimento delle immagini, Bestiario metamorfosi – la scrittrice cremonese approda alla narrativa, o meglio alla prosa in una forma consolidata storicamente – il diario nel senso della confessione e dell’autobiografia – e frequentata soprattutto dai letterati più vicini alla lirica che al romanzo o al racconto.  Continua a leggere

Maria Novaro, “Kairòs”

Recensione di Marino Magliani

Maria Novaro, Kairòs, ed. 1000eunanotte

Significa il momento giusto, quello giudicato opportuno. Kairòs.

La raccolta poetica di Maria Novaro, uscita per la collana Nuvole di 1000 e una notte, è una di quelle opere annunciate. Sapevamo perfettamente che prima o poi quest’opera sarebbe transitata. Transitata è una delle parole più mi vengono in mente rileggendo (il libro è uscito nel 2020) i versi di Kairòs e ragionandoci da tempo. Quanto all’autrice, poche persone al mondo, in grado di curare, organizzare, dirigere, decidere progetti culturali importanti, mi hanno fatto sentire a mio agio come Maria Novaro. La conobbi in occasione di un convegno su Elio Lanteri, e poi di un premio, il Premio Novaro, e ascoltandola, che parlava di un secolo di poeti ed eccellenze della cultura, ligure e non, di riviste che hanno fatto la storia editoriale e letteraria, mi dicevo: ecco, una intellettuale che sicuramente ha scritto, ha quaderni pieni e taccuini di note di viaggio, di versi, immagini, racconti, di opere transitanti, giunte attraverso la frequentazione degli scritti di suo nonno Mario Novaro, della cura dei carteggi con Boine, Palazzeschi, Dino Campana, della pubblicazione di una rivista come La Riviera Ligure e della rivisatazione magistrale di marginali e dimenticati artisti (ultimo il prezioso studio su Vico Faggi di Taggia). Di una cosa ero certo: quando Maria Novaro (perché prima o poi succederà: lo diceva Blanchot, prima o poi la parola deve bruciare e farsi carta) darà alle stampe i suoi versi; quando verrà il momento giusto, Kairòs, sarà come ritrovare quel mondo transitato, passato attraverso altri occhi, un’Alpicella abitata da altri io, un’impossibile e solitaria moltidune, diceva Tabucchi per Pessoa e i suoi eteronimi… Ecco, forse Maria Novaro senza accorgersene, ma senza poterne fare a meno, darà involontariamente vita a un catalogo di suoi imperdibili e impossibili eteronimi.                                                                                  Continua a leggere

Dareide. Intervista di Franz Krauspenhaar a Ippolita Luzzo

Ippolita Luzzo, Dareide. Pezzi su Domenico Dara dal regno della litweb, 2021, Città del sole Edizioni

 

di Franz Krauspenhaar 

 

Ippolita Luzzo è una figura originale nel mondo letterario italiano, piuttosto statico e di non molte sorprese. È una famosa blogger (Dal regno della Litweb) ma ovviamente non solo; i blog sono passati negli anni – ormai quasi nei decenni- attraverso una selezione naturale, e ne sono rimasti in pochi veramente funzionanti e quindi efficaci, tra cui quelli ormai storici, come quello che ora mi ospita; imprese collettive nate e cresciute come zibaldoni online che pubblicavano e tuttora pubblicano con buon seguito articoli che dal prettamente letterario svariano su altre discipline, di solito artistiche, e su problemi sociali. Il blog dell’infaticabile Luzzo, signora calabrese di Lamezia Terme, ridente città della Calabria centrale affacciata sulla bellissima costa tirrenica, è diventato un vero punto di riferimento per i letterati e i lettori appassionati. Continua a leggere

Stefania Nardini, “La combattente”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Stefania Nardini, La combattente, ed. e/o, 2021

Approcciarmi a La combattente, il nuovo romanzo di Stefania Nardini, per me non è stato facile. Sapevo che la vicenda della sua protagonista rifletteva la sua, e quindi quella di suo marito, Ciro Paglia, che per me è stato (ed è ancora) un grande amico. Inoltre, la mia stessa vicenda personale di vedovanza – sia pur senza matrimonio, se non quello già fissato e mai avvenuto a causa di un maledetto incidente – mi rendeva ancor più sensibile all’argomento.

Poi però ho iniziato la lettura, e in brevissimo tempo sono stato catturato da una storia avvolgente, a più strati, che parte dal disperato e tenace amore tra due attivisti di sinistra, negli anni ‘70 – una giornalista e in seguito scrittrice, Angelita, e uno sceneggiatore, Fabrizio, anche autore di documentari d’impatto sociale e politico – e da allora si proietta su un oggi lacerato dal dolore del lutto. Continua a leggere

Buona lettura 29: “Il mio amico”, di Daniela Matronola

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia. Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità. Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

Il mio amico di Daniela Matronola (Manni editore) è una storia di racconti, indugi e ritorni, a cui si partecipa con aria quasi trasognata nonostante ci si muova per lo più in ambienti medici.

Mauro, il “domatore del dolore”, il “soccorritore nato”, è un anestesista ormai in età matura, sposato con figli e alle prese con un problema di salute che lo costringe a sottoporsi ad accertamenti clinici. Continua a leggere

Intervista a Andrea Chimenti


Ho intervistato lo storico musicista e autore italiano Andrea Chimenti, che negli ultimi anni si è dedicato anche la scrittura in prosa, per parlare del suo ormai introvabile libro di racconti con annessa scatolina di latta delle piccole meraviglie – come quelle dei bambini! – compresa una pennetta USB con le letture di due dei suoi racconti – ovviamente musicate. Continua a leggere

Giovanni Agnoloni, Internet. Cronache della fine.

di Riccardo Ferrazzi

Il mondo connesso

 

Grazie all’iniziativa delle Edizioni Galaad è oggi disponibile il volume completo dell’opus maius di Giovanni Agnoloni: Internet – Cronache della fine, che raccoglie i romanzi tra loro interconnessi Sentieri di notte, La casa degli Anonimi, lo spin off Partita di anime, e L’ultimo angolo di mondo finito. 

 

Il senso profondo di questa tetralogia è ispirato dal connettivismo, un movimento culturale che va al di là di una corrente letteraria (pur raccogliendo diversi spunti letterari) e ha di mira una escatologia filosofica che poggia sulle intuizioni della psicologia junghiana.  Continua a leggere

Carlo Cuppini, “Il mistero delle meraviglie scomparse”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Carlo Cuppini, Il mistero delle meraviglie scomparse, Marcos y Marcos, 2021

Questo, che non è l’esordio, ma senza dubbio il libro finora più importante di Carlo Cuppini, narratore e poeta urbinate ma fiorentino di adozione, è proposto come un libro per bambini, ma di fatto è un’indagine e un percorso trasformativo rivolto anche ai lettori adulti. La storia ruota intorno a uno di quegli inciampi del destino che spesso segnano la transizione in un nuovo ordine di cose – più o meno come il tempo infausto in cui, negli ultimi diciotto mesi, ci siamo ritrovati a vivere (prima analogia significativa con il presente, per un’opera scritta prima della “pandemia”). E il fatto spiazzante è questo: i monumenti di Firenze sono spariti. Qualcuno, nello spazio di una notte, li ha presi e portati via – verranno poi ritrovati sparsi in varie parti del mondo, arrivati lì non si sa come. Continua a leggere

Giorgio Camillo Galli, “I romanzi smarriti sui treni”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Giorgio Camillo Galli, I romanzi smarriti sui treni, Algra Editore, 2021

I romanzi smarriti sui treni, tanto per cominciare, è un titolo bellissimo. Ispirato alla vicenda del manoscritto perso su un vagone ferroviario dallo scrittore russo – ubriaco – Venedikt (Viktor) Erofeev, protagonista di uno dei racconti di questa originalissima raccolta di Giorgio Camillo Galli, fotografa alla perfezione lo stato d’animo che li attraversa trasversalmente tutti: quello delle occasioni perdute, ma poi, in qualche modo, recuperate, magari da qualcun altro, e consegnate alla storia e all’attenzione di occhi e orecchie dotati della sensibilità necessaria per apprezzarle. Continua a leggere

Marino Magliani, “Il cannocchiale del tenente Dumont”

Recensione di Giovanni Agnoloni

 Marino Magliani, Il cannocchiale del tenente Dumont, L’Orma Editore, 2021

Una storia di sbando e diserzione “camuffata” da romanzo storico, ma in realtà intrisa soprattutto del genius loci dell’entroterra ligure. Questa l’essenza de Il cannocchiale del tenente Dumont di Marino Magliani. Un gruppo di soldati napoleonici reduci dalla campagna d’Egitto, nell’estate del 1800, diserta durante la battaglia di Marengo, si sbanda e vaga tra il Piemonte e la Liguria di Ponente, procedendo per le valli e tra i rovi del suo interno e sottoponendosi all’esperimento di un medico olandese, intento a studiare le loro reazioni all’uso dell’hascisc, iniziato nel Nord Africa e considerato da alcuni causa di tante diserzioni. Continua a leggere

Fausta Genziana Le Piane e la terra promessa

di Augusto Benemeglio

 

1.Le mille e una notte 

Narrare è – all’origine – , (scrive Pietro Citati) ,  – un dono femminile, una parola che una donna rivolge a un’altra donna, o a un bambino, o ad un uomo potente che l’ascolta e pesa la sua anima, la sua vita. E’ una parola magica, parole smarrite, perdute, sepolte, ma che “torneranno… // E saranno come biglie colorate/spinte/dalle agili dita/ di bambini…// Rotoleranno impazzite/ frettolose alla meta/ nel solco sinuoso della sabbia/ che porta all’entrata di un/ castello sognato./ Entreranno trionfanti/ fino alla stanza del re/ e regaleranno una collana/ scintillante alla regina. (pag. 128)   Continua a leggere

Il vizio della solitudine, di Raul Montanari

 

di Guido Michelone

Per capire le tematiche di questo romanzo che, dietro la formula del noir, è ben congegnato e racchiude riflessioni filosofiche sulla letteratura odierna, sull’esistenza e sulla storia contemporanea, bisogna partire dal titolo: Il vizio della solitudine è, per  il protagonista del libro, Ennio Guarnieri, baldo cinquantenne, ex ispettore di polizia, freudianamente, la coazione a ripetere, che lo trascinerà in un mare di guai più o meno brillantemente risolti, secondo le regole classiche della narrativa gialla o poliziesca. Guarnieri è un uomo solo che forse tale vuole essere: l’individualismo lo conduce a fare da sé, come poliziotto, killer, marito, amante, scolaro, complice e vittima di un sistema dove tutto sembra al contempo perfetto e rovinoso. La sua solitudine è scandita da una serie infinita di mancanze o privazioni: nel corso della lettura vengono meno, per svariate ragioni, tutti i personaggi che gli ruotano attorno e che simboleggiano, ai suoi occhi, ideali differenti: la conoscenza e la cultura per la donna anziana; l’amore e il sesso per quella giovane; la furbizia e l’astuzia per l’alter ego Velardi (quasi un Sancho Panza maturo rispetto alle azioni talvolta donchisciottesche di Guarnieri, prossimo altresì al candido di Voltaire); la legge e la giustizia per i due amici ancora nella polizia che, con lui, personificano il dilemma vitale legge/giustizia, la tentazione di una giustizia personale che vendicherebbe l’eccesso degli errori legislativi. Guarnieri, dunque, un po’ alla Callaghan di Clint Eastwood, ma con una vena malinconica che ricorda piuttosto il Philippe Marlow di Raymond Chandler, calata in un contesto milanese da cui emergono le rognose questioni sociali, dalla criminalità organizzata all’immigrazione clandestina. In mezzo, in senso autoscale proiettivo, emergono anche i tic caratteriali, talvolta morbosi, talaltra reiterati, replicati all’ennesima potenza dalla mania di Belardi per cibi e salse orientali, forse unico lato comico di un romanzo che tiene sempre con il fiato sospeso. Montanari sa bene utilizzare le grammatiche della fantasia: bilancia perfettamente gli ingredienti di una prosa al contempo letteraria e seriale, dura e romantica, azione pura ed esistenzialismo moderato. E cavalca, forse, un’esigenza della narrativa odierna: inseguire il successo cercando di realizzare, al tempo stesso, i propri ideali.

 

Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini& Castoldi, Milano 2021.

 

“Tra parola e mondo”, Angelo Andreotti

di Giovanna Menegùs

Tempo, silenzio-dialogo, mondo.
Questi mi paiono i nuclei del nuovo libro di versi di Angelo Andreotti, che quanto o più dei precedenti vive tutto di variazioni tenui come increspature sul pelo dell’acqua, sfumature indistinte e sommesse come le nebbie della città in cui egli è nato e risiede, Ferrara – tra gli orizzonti distesi della pianura e il respiro del Po e della laguna veneta: un paesaggio e un’atmosfera che sono anch’essi protagonisti pervasivi, sottili della sua poesia. E in Tra parola e mondo si ritrovano quella «dizione piana e meditativa», quella «fragilità e sospensione» e le «figure d’ombra», «presenze lievi e discrete» che Antonio Prete segnalava nella prefazione a L’attenzione (ed. puntoacapo, 2019).

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Il cannocchiale del tenente Dumont

Il cannocchiale del tenente Dumont, di Marino Magliani, L’orma Editore.

di Riccardo Ferrazzi

 

Nella massa dei gialli e dei noir che ingombrano i banchi delle librerie i romanzi di Marino Magliani hanno sempre spiccato per un particolare tono introspettivo (Quattro giorni per non morire, Quella notte a Dolcedo e Prima che te lo dicano altri, solo per citarne alcuni). Oggi Magliani abbandona le storie di genere e ci mette di fronte a una vera opera d’arte, la più impegnativa che sinora abbia affrontato.

Innanzitutto per la tematica. La diserzione, o il rifiuto dell’acquiescenza, era già presente più o meno sottotraccia nelle opere che ho già citato, ma qui, nel Cannocchiale del tenente Dumont, diventa il centro di ogni discorso.  Continua a leggere

“Cosa rimane”, di Rita Pacilio

Recensione di Francesco Improta

Rita PacilioCosa rimane, ed. Augh! (collana “Frecce”)

Quasi in contemporanea con Pretesti danteschi per riflettere di sociologia (Guida editore 14 €), Rita Pacilio approda in libreria con Cosa rimane (Augh, collana “Frecce”, 13 €), a testimonianza della sua vena prolifica e poliedrica. Si tratta di un romanzo e rappresenta la prima prova narrativa della scrittrice beneventana, non potendosi definire tali, a dispetto della loro veste prosastica, Non camminare scalzo e L’amore casomai e avendo privilegiato in passato altri generi letterari: poesia, teatro, saggistica e persino il canto. Continua a leggere

La poesia di Rino Gaetano

Un ricordo a 40 anni dalla scomparsa

A cura di Guido Michelone

L’improvvisa scomparsa – a Roma, il 2 giugno 1981, per un incidente stradale – di Rino Gaetano, nato a Crotone il 29 ottobre 1950, priva il mondo della canzone italiana di un artista che, sul piano dell’attività creativa, avrebbe ancora avuto molto da dire: muore un personaggio nazional-popolare, estroso, simpatico, accattivante, sebbene alcuni detrattori sostengano che nei due ultimi anni di vita si trovasse in una fase calante dell’ispirazione poetico-musicale, destinato, a commercializzarsi o a vendersi al business in favore di una canzonetta sempre più orecchiabile, innocua, banalotta. Non lo si saprà mai, purtroppo.  Continua a leggere

Alessandro Gianetti, “La ragazza andalusa”

Recensione di Stefano Costa

Alessandro Gianetti, La ragazza andalusa, Arkadia editore, 2020 (180 pagine)

Sono stato sia in Spagna sia in Portogallo, nella mia vita: che poi è come dire tutto e niente, perché i due Paesi, in realtà, restano frantumati, oggi come ieri, in una miriade di spazi sia fisici sia immaginifici che nulla hanno a che fare gli uni con gli altri. Dunque anche la mia Penisola iberica no, non ha nulla a che fare con quella di Gianetti: e proprio per questo quella di Gianetti mi rimarrà addosso. Sarà che io molti dei luoghi di questo romanzo – dall’Andalusia all’Algarve, dall’Estremadura a ciò che uno ha dentro – li ho vissuti nel battito di ciglia di una vacanza o poco più: un’andata tra amici in un Paese straniero a cercare divertimento, e a non trovarlo se non nelle parole degli amici stessi con cui si era là, e con i quali si poteva anche andare solo al bar, a bere una cosa. Continua a leggere

Rodolfo Di Biasio, Tutte le poesie.

di Francesco Dalessandro

Rodolfo Di Biasio, Tutte le poesie, Ghenomena, Formia 2021                            

Tra i pochi poeti dell’essenziale è Rodolfo Di Biasio. Poeta di “levigate parole” che conobbi solo dopo aver letto, con stupore e ammirazione, questi limpidi versi: Sono qui, a Patmos, / ma molto di me / non è ancora approdato: / scissura scardinamento / è stare in luoghi diversi / e allora è un vedere / e insieme un non vedere / s’intristisce l’occhio / che coglie il bordo delle cose / e non le trapassa. Si tratta di uno dei Frammenti per il poemetto di Patmos. Era il 1995 e Patmos (Stamperia dell’Arancio) è il titolo della raccolta da cui è tratto, uscita appunto in quell’anno. Io che amo “la lentezza sterminata del periodo”, la sua lunghezza sinuosa e fluviale, le vertiginose inarcature, invidiai il tono secco ma pacato di quei versi, la loro pronuncia severa, inquieta ma serena. Più tardi, Altre contingenze (Caramanica, 1999), l’esauriente e bella auto-antologia, permettendomi la conoscenza della sua poesia precedente, consolidò e diede spessore alla mia ammirazione. Mi fu chiaro che il rigore formale era stato per Di Biasio una conquista immediata: decisa fin dagli esordi la rinuncia a “tutti gli istituti poetici tradizionali – verso sillabico, rime o assonanze, strofe”, i versi, brevi e anche brevissimi, ma tesi ed efficaci, levigatissimi, dimostravano fin dall’origine “una dizione senza gravi sporgenze […], un parlato che sottolineava senza esagerare le poche interpunzioni […], un recitativo […] senza troppo accentuate variazioni di tono […], dalla melodia spezzata eppure niente affatto prosastica, per l’intima passione che sempre la sostiene”, per usare le convincenti parole di Giuliano Manacorda. Da Niente è mutato (1962) a Le sorti tentate (1977), da I ritorni (1986) a Patmos (1995), a Poemetti elementari (2008) il percorso compiuto da Di Biasio è stato lineare e senza asperità. Con gli anni, i versi si sono sempre più asciugati, abbandonando ogni elemento minimamente esornativo: gli aggettivi sono diventati rari o rarissimi, mai spesi per abbellire; la punteggiatura è andata sparendo, limitandosi a qualche virgola dove la pausa vuol essere più decisa, la sospensione del ritmo più forte. Eppure, l’essenzialità non va mai a scapito del calore del sentimento (sconosciuto a certa poesia di oggi, che volutamente lo esilia). Solo il tono s’è andato ispessendo con gli anni, abbandonando presto ogni residuo d’elegia per volgersi ai temi più urgenti dell’attualità e del presente, all’indagine sul senso del nostro vivere; così, anche il linguaggio, via via più rarefatto, è passato dal nostalgico, elegiaco delle prime raccolte al drammatico dei poemetti, punto d’arrivo di straordinaria maturità e concentrazione.

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